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VISITA PASTORALE IN SVIZZERA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI POLACCHI IMMIGRATI IN SVIZZERA

Vescovado di Sion - Domenica, 17 giugno 1984

 

Carissimi fratelli e sorelle, miei connazionali, che vivete in terra svizzera!

1. Rivolgendo a voi questo messaggio di fede, di amore e di pace, un messaggio che viene dal cuore, voglio prima di tutto ringraziare Dio perché, nell’ambito della visita alla Chiesa in Svizzera posso incontrarmi con voi e, tramite voi, con tutti i connazionali per i quali, attraverso le diverse vie della Provvidenza, la Svizzera è diventata la seconda patria.

Do il benvenuto e saluto tutti i presenti. Do il benvenuto e saluto con lo stesso affetto ognuno di voi. Voglio mandare, tramite voi, questo mio saluto e la mia benedizione, espressioni d’unione spirituale, a tutti i connazionali che non sono potuti venire a questo incontro. A tutte le generazioni, dalle più giovani alle più anziane. Ai genitori, ai bambini e ai giovani. A coloro che soffrono. A coloro che fanno un lavoro manuale e a quelli che svolgono un lavoro intellettuale. A tutti. Questi saluti e la benedizione li depongo, in un certo qual modo, nelle mani del vostro pastore, monsignor Franic, perché li porti nei luoghi che raggiunge con il suo ministero.

2. Consentitemi oggi, guardandovi e immedesimandomi con tutto ciò che riempie i vostri cuori, di tornare almeno per un momento al passato e di ricordare tutti coloro che vi hanno preceduto, in questa terra, nel destino degli emigrati.

Qui hanno trovato rifugio e appoggio i nostri connazionali nei momenti particolarmente difficili per la Polonia. Arrivavano, diseredati, con il cuore straziato, ma forti nello spirito e pieni di fede nella vittoria del bene e della giustizia, nella risurrezione della patria. A quella vittoria dedicavano le migliori energie e capacità. E anche se gli emigrati polacchi in Svizzera non furono mai numerosi, ciò nonostante costituivano una grande forza morale e, per questo, erano per la patria e per l’Europa un punto di riferimento importante. Servivano alla conservazione e allo sviluppo dello spirito nazionale e patriottico, recavano aiuto al loro Paese in varie forme. Destavano la coscienza politica del mondo.

Ricordiamone solo alcuni. Tadeusz Kosciuszko, dopo la sconfitta di Maciejowice e il periodo di reclusione, è stato in Svizzera e anche qui si è dimostrato degno della leggenda. È spirato a Soletta, e là è stato sepolto a Zuchwyll prima che le sue spoglie fossero traslate nella cattedrale di Wawel. Quest’anno ricorre il 190° anniversario dell’insurrezione di Kosciuszko.

Durante il periodo delle spartizioni della Polonia, hanno vissuto qui diversi illustri polacchi che hanno combattuto per l’indipendenza.

Dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, in Svizzera si è stabilito Henryk Sienkiewicz, il quale, insieme ad Ignacy Paderewski e Antoni Oscuchowski, organizzava e curava diverse iniziative di carità attiva che recavano soccorso alla patria sofferente. Il Comitato di soccorso per le vittime della guerra in Polonia da loro fondato, collaborava con il grande elemosiniere di Cracovia e della Polonia, il vescovo di Cracovia di allora, Adam Stefan Sapieha, e il suo Comitato principesco e vescovile. Tra l’altro questo fatto è ricordato sulla medaglia “Polonia devastata”, coniata nel 1915.

Henry Sienkiewicz così scriveva dell’attività di quella organizzazione: “Il Comitato anche se ha e deve avere un carattere filantropico e non politico, tuttavia parla continuamente al mondo intero della Polonia, della sua antica e attuale tragedia e con ciò attira su di essa l’attenzione di tutti, suscita l’interesse, la pietà e la coscienza politica dell’Europa” (lettera a Stanislaw Osada). Sienkiewicz non vide l’indipendenza. Morì in Svizzera, e gli obiettivi formulati allora restano straordinariamente attuali.

Sempre qui hanno svolto la loro attività per l’indipendenza: Jozef Pilsudski, Gabriel Narutowicz e Gnacy Moscicki.

Di fronte alla nuova emergenza determinata dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, gli uomini di Stato e i politici si sono ritrovati un’altra volta in Svizzera, per deliberare, sotto la guida del già anziano Ignacy Paderewski, sulle possibilità di un rinnovamento politico della nazione.

Dopo la capitolazione della Francia nel 1940, la seconda Divisione tiratori non si è arresa e sotto il comando del generale Prugar-Ketling è passata in Svizzera. Qui ha avuto ospitalità e magnanime soccorso. Come non ricordare l’università polacca per gli internati fondata dal professor Edward Cros con l’aiuto delle autorità e della società svizzera, dove hanno studiato e ottenuto la laurea centinaia di polacchi? Nei memoriali di quei tempi leggiamo con quale affetto i soldati polacchi erano trattati dalla popolazione locale. Io, personalmente, a Cracovia, sono venuto in contatto con uno dei rappresentanti di questa università, il molto eminente professore Adam Ventulani.

Come non ricordare la Croce Rossa svizzera e la sua attività, durante e dopo la guerra, a favore della nostra nazione? La signora Marcelle Comte, che ha in questo campo dei meriti particolari, lavora e vive ancora presso i padri domenicani ad Albertinum.

Come non ricordare la “Mission catholique pour les victimes de la guerre”?

Nel castello di Rapperswill, dove sin dal 1869 si trovava “la testa di ponte della Polonia libera” quando essa non esisteva sulla carta geografica, da anni, grazie agli “Amici Poloniae” svizzeri, esiste un magnifico museo polacco.

Un particolare riconoscimento spetta anche al domenicano padre Jozef Bochenski, il quale, nonostante i suoi impegni di professore all’università di Friburgo e in altre università europee, ha svolto il suo lavoro pastorale tra i polacchi in Svizzera, e ha iniziato la costruzione del centro a Friburgo.

È un profilo storico molto breve. Nominiamo solo alcuni, ma pensiamo e preghiamo per tutti. A tutti esprimiamo la nostra gratitudine. E nello stesso tempo da loro vogliamo trarre l’ispirazione per realizzare quei compiti che la Provvidenza assegna alle generazioni del nostro tempo.

3. Gli eventi degli ultimi anni hanno causato una triplicazione del numero dei polacchi in Svizzera. I tempi sono nuovi, e anche le condizioni, ma i problemi e i compiti sono simili.

Vi trovate di fronte a un grave problema: dovete entrare in un ambiente nuovo e integrarvi in esso, mantenendo contemporaneamente, e approfondendo la vostra identità: ciò che portate con voi, ciò che ha in voi formato la fede, la ricca storia, la storia della redenzione nella vostra terra, la cultura dei padri e la storia nazionale, storia che era scritta e continua ad essere scritta, anche in terra svizzera; dovete conservare tutti quei valori che ultimamente si sono manifestati con grande forza nella vita della nostra nazione.

Vivete in condizioni di laicizzazione molto estesa, questo è un fatto. Non voglio entrare nei particolari, forse non è il momento adatto. È minacciato l’uomo nella sua più profonda essenza. Bisogna quindi tornare continuamente e con tenacia alle radici del nostro essere uomini e della nostra vocazione, così come essa è radicata in Cristo e come lui ce la rivela. Perciò a lui noi tutti volgiamo con fiducia e con fede i nostri occhi. Al figlio di Dio che, per volontà del Padre e con la partecipazione dello Spirito Santo, attraverso la morte ha dato la vita al mondo. Poiché in Cristo risorto abbiamo il diritto alla nostra risurrezione e alla vita. Lui ci ha dato la forza perché diventassimo figli di Dio (Gv 1, 12). Mediante questa forza l’uomo, quale figlio di Dio, dà dignità a tutta la sua vita. La vita veramente umana, la vita degna dell’uomo si costruisce con la fede, la speranza e l’amore. Nel rivolgersi a Cristo consiste il senso più profondo dell’uomo e del suo lavoro. Si tratta dunque non solo di lavorare per trasformare il mondo perché serva ai bisogni dell’uomo, ma anche, e forse soprattutto, di rivolgersi continuamente a Cristo. Si tratta del lavoro sull’uomo stesso, un lavoro che comincia già nel grembo della madre, sotto il cuore, e dopo continua attraverso la vita in famiglia, mediante l’educazione. Quel lavoro che dà forza umana e cristiana all’anima umana, alla sua coscienza, al suo cuore e alla responsabilità di se stesso e degli altri. Questo è l’oggetto di quella lotta, di quella battaglia spirituale che noi, seguaci di Cristo, dobbiamo condurre in questo mondo.

Cristo ci ha condotto nell’orbita di quell’amore, che dà la vita, che Dio manda sulla terra e che ci conduce a lui. Lo Spirito Santo infonde questo amore nell’uomo e nella sua storia.

Vi auguro e prego continuamente affinché questo Spirito vi guidi nelle profondità del mistero della redenzione, perché effonda l’amore nei vostri cuori e perché in esso maturi il vostro essere uomini.

Rafforzate in voi quei legami che vi uniscono sia alla Chiesa, sia alla nazione. I vostri sforzi rivolti verso il bene, la fedeltà alla fede, la giustizia, la libertà, la solidarietà e la pace diano frutti alla vostra comunità, nel Paese in cui vivete. Diano frutti alla comunità del nostro popolo in terra polacca, le cui aspirazioni ed esperienze stanno tanto a cuore a tutti noi. E più ancora servano al bene di tutti gli uomini.

Vegli su di noi una particolare, materna protezione della Signora di Jasna Gora, Regina della Polonia.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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