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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A GRUPPI
DI PELLEGRINI DIOCESANI
Aula Paolo VI - Sabato, 3 marzo 1984
1. Sono veramente lieto di accogliere quest’oggi voi tutti, carissimi fedeli
delle diocesi di Camerino e di San Severino, di Fano, Fossombrone, Cagli e
Pergola; e saluto con particolare affetto il gruppo di Palestrina, che ho avuto
la gioia di visitare nella scorsa estate. Insieme a voi saluto cordialmente gli
zelanti pastori delle rispettive diocesi, i quali hanno promosso questi
pellegrinaggi e vi hanno qui accompagnati; i monsignori Bruno Frattegiani,
Costanzo Micci e Renato Spallanzani. Saluto parimenti i sacerdoti, le religiose,
i rappresentanti dell’Azione cattolica e dei movimenti ecclesiali, tutti
ringraziando per questa gradita visita e per la viva testimonianza di fede leale
e operosa.
Siete venuti a Roma da diverse località d’Italia, ma unico lo scopo che ha
ispirato il vostro pellegrinaggio; la celebrazione del Giubileo della
Redenzione. È commovente notare dal vostro atteggiamento edificante con quale
fervore avete voluto inserirvi nella corrente di rinnovamento spirituale, al
quale tutto il popolo cristiano è chiamato in questo anno di misericordia, di
perdono e di grazia.
2. La spiritualità di questo Anno Giubilare ci porta a considerare brevemente le
due realtà della penitenza e riconciliazione, da cui nessuno può
prescindere se vuole celebrare con frutto questo evento straordinario, qui al
centro del cristianesimo e se desidera veramente compiere un cammino di fede.
La conversione tocca il suo vertice nel sacramento della Penitenza o
Confessione; è meraviglioso pensare quanto sia grande la bontà di Dio, il
quale ha dato la possibilità al cristiano, caduto per fragilità umana nel
peccato, di ritornare nella sua amicizia vivificante e nella comunione della
Chiesa. Credo che sia importante per una degna celebrazione del vostro Giubileo
fermare l’attenzione, anzi l’ammirazione, sul fatto che Cristo redentore ci ha
ottenuto con la sua passione, morte e risurrezione l’inestimabile favore della
remissione dei peccati: vero atto d’infinita misericordia, vero intervento della
divina potenza (cf. Mc 2, 7) per la risurrezione delle anime a vita
nuova.
Ma è altrettanto importante ricordare che tale intervento salvifico esige
sincera partecipazione ed intima collaborazione da parte dell’uomo. Per compiere
una fruttuosa confessione occorrono infatti una predisposizione interiore, una
riprovazione del peccato commesso, col proposito di non peccare più: occorre, in
una parola, una vera contrizione, cioè il dispiacere per l’offesa rivolta
a Dio e per la maliziosa deformità del peccato.
Non abbiate timore di ricorrere spesso alla virtù del sacramento della
Penitenza. Esso può sembrare una cosa ardua per chi non ha mai fatto
l’esperienza liberatrice e consolatrice dell’assoluzione sacramentale, ma colui
che ne ha sperimentato i benefici sa che i momenti di una Confessione sincera
sono fra i più confortanti e i più decisivi della vita. Cogliete, perciò, questa
singolare occasione per restituire a questo sacramento tutta la devozione, la
gratitudine e la gioia, che esso merita dalla vostra fede e dalla vostra pietà.
3. L’altro motivo ispiratore di questo Anno Santo è, come è stato prima
accennato, quello della riconciliazione. Essa, sotto certi aspetti, è
l’altro nome del sacramento della Penitenza, ma qui non la consideriamo nella
sua dimensione strettamente sacramentale, bensì in quella spirituale e sociale.
Essa suppone una rottura da riparare e rientra in quel disegno di reciproco
perdono, che tesse tutta la trama del Vangelo. Ricorderete l’inquietante
interrogativo di Pietro al Maestro divino: “Signore, quante volte dovrò
perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù gli
rispose: non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Mt
18, 21-22). La riconciliazione, presa in questo senso, regola i rapporti degli
uomini tra di loro. Qui entra in gioco tutta la vasta e complessa problematica
della guerra e della pace, del rancore e del perdono, della concordia familiare
e comunitaria; qui trovano soluzione tutti i conflitti del prestigio e
dell’onore, dell’odio e dell’egoismo.
Sarebbe mera utopia prescindere dal Vangelo, per chi volesse sanare in radice
queste e altre questioni che toccano direttamente il cuore dell’uomo. Solo
nell’ideale evangelico della carità eroica, che Cristo ha osato proporre ai suoi
seguaci, risiede il segreto della vittoria su queste passioni, che avvelenano
gli spiriti: “Io anzi vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi
odia, e pregate per quelli che vi hanno perseguitato e vi calunniano” (Mt
5, 44). Da qui prende forza e significato la riconciliazione, e da qui deriva
pure la sua necessità, per appartenere al regno di Dio.
È questo il senso della riconciliazione che l’Anno Santo esige da ciascuno di
voi e che il Giubileo che celebrate qui a Roma vuole sanzionare in modo solenne.
Sono certo che nessuno di voi mancherà di formulare generosi e fermi propositi,
impegnandosi veramente a perdonare e a dimenticare le offese, a far rinascere
relazioni amichevoli, a riprendere la conversazione, che era stata interrotta.
Carissimi fedeli, portate con voi, ritornando alle vostre case, queste due
consegne che l’Anno della Redenzione vi ha affidato: penitenza e
riconciliazione. Ritroverete la gioia di vivere una vita nuova,
autenticamente evangelica; troverete l’ebbrezza di una rinascita spirituale, che
accenderà nei vostri cuori la fiaccola della speranza che non delude.
4. Rivolgo ora un saluto particolarmente affettuoso al folto gruppo dei ragazzi
e dei giovani del «Rosario vivente»,
convenuti a Roma, per un loro raduno, dalla Campania, dalla Puglia e dalla
Calabria.
Carissimi rosarianti, mi compiaccio vivamente con voi e con i padri Domenicani
che vi assistono in questa vostra esperienza spirituale che vi fa sentire la
bellezza della preghiera e della devozione alla Vergine santissima, nostra madre
celeste. Vi ringrazio per questo meraviglioso spettacolo e per la consolazione
che mi procurate con la vostra devozione alla Madonna.
Vorrei farvi molte raccomandazioni, ma ve ne lascio una essenziale: continuate
ad amare il santo Rosario e diffondetene la pratica in tutti gli ambienti, in
cui venite a trovarvi. È una preghiera che vi forma alla scuola del Vangelo
vissuto, educa il vostro animo alla pietà, vi rende perseveranti nel bene, vi
prepara alla vita e, soprattutto, vi fa cari a Maria santissima, la quale vi
custodirà e vi difenderà dalle insidie del male. Pregate la Madonna anche per
me, mentre io affido ciascuno di voi alla sua materna protezione.
Ed ora, sotto lo sguardo amorevole della Vergine santissima, imparto a tutti i
presenti la Benedizione Apostolica in pegno di abbondanti grazie celesti e in
segno della mia benevolenza.
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