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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AGLI
STUDENTI DEL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE
Festa della Madonna della Fiducia Sabato, 3 marzo
1984
Per prima cosa, una parola di ringraziamento a questo vostro collega, che ha
parlato così bene, così semplicemente. Ha svolto una meditazione sulle parole e
sui fatti che sono - possiamo ben dirlo - costitutivi della mia vocazione. È
stato per me molto consolante poter sentire quelle parole pronunciate a nome di
tutti voi, dell’intero Seminario Romano.
Ecco, il Seminario Romano. Del Vescovo di Roma, si sa bene quali sono le
relazioni organiche tra l’uno e l’altro: “pupilla oculi Episcopi”; questo io
l’ho imparato da molti anni, prima come seminarista, poi come sacerdote, come
vescovo, e adesso come Vescovo di Roma. Dunque, voi siete “pupilla oculi” del
Vescovo di Roma: questa è la verità su di voi, sul Seminario Romano, come su
ogni seminario del mondo. E questo è vero anche se io, avendo tanti compiti,
tanti doveri e tante attività quotidiane, non posso soddisfare - nel senso del
tempo, dello spazio, nel senso della presenza fattiva - al compito che il
vescovo dovrebbe assolvere verso il suo seminario. Ma questo non diminuisce la
mia intenzionalità, che è quella propria di ogni vescovo del mondo e della
Chiesa. Sono tanto più riconoscente al cardinale vicario, a monsignor
vicegerente, a tutti i vescovi che mi sostituiscono in questa relazione
quotidiana, frequente, con il Seminario Romano. Come anche sono riconoscente a
monsignor rettore, a tutti i superiori, ai padri spirituali, a tutti i vostri
precettori e professori e poi a tutti voi.
Se manteniamo quel paragone dell’“oculus Episcopi”, dobbiamo dire che l’occhio
vive con il proprio organismo, è una realtà organica. Così anche quell’“oculus
Episcopi” o piuttosto quella “pupilla oculi Episcopi” - il seminario - vive come
un organismo spirituale in cui ciascuno cerca di adempiere al suo compito per il
bene di tutti, per il bene di tutto il corpo. L’analogia del “corpo di Cristo”,
che san Paolo ha attribuito alla Chiesa, si può certamente attribuire, in senso
specifico, a questa Chiesa che è il seminario: questo non è infatti solamente un
organo della Chiesa, una istituzione della Chiesa, ma è anche una Chiesa “per
partecipazione”, una Chiesa per analogia, una Chiesa con una finalità del tutto
speciale, una Chiesa dove viene messo in grande rilievo il mistero sacerdotale:
mistero del sacerdozio di Cristo, mistero del sacerdozio universale di tutti i
battezzati, ma specialmente il mistero dei presbiteri. Un mistero e un
ministero: le due realtà vanno insieme. Certamente, si parla molto del
sacerdozio ministeriale, ma questo costituisce in ciascuno di noi un mistero, un
mistero divino, un mistero intimo, un mistero irripetibile, una realtà che si
spiega nelle profondità della vita divina, dell’economia divina, dell’economia
della salvezza, che si spiega tramite il mistero della Redenzione, che
soprattutto si spiega nel mistero di Cristo, nella sua realtà divino-umana,
nella sua mediazione, nella sua missione.
Si dice - e questo è vero - che il Papa è vicario di Cristo. È vero e io
l’accetto con tutta umiltà. L’accetto più facilmente dopo il Vaticano II perché
nei documenti del Concilio questa stessa definizione di vicario di Cristo viene
attribuita a tutti i vescovi: ciascun vescovo è vicario di Cristo per la sua
Chiesa. Il Papa è vicario di Cristo per la Chiesa di Roma e a causa della
vocazione, della caratteristica di questa Chiesa romana è anche vicario di
Cristo per la Chiesa universale. Si tratta certamente di un’attribuzione, di una
parola forte: una parola che fa trepidare. Devo dirvi che preferisco non abusare
di questa parola e adoperarla raramente. Preferisco dire “successore di Pietro”,
sì; ma ancor più preferisco dire “Vescovo di Roma”. Quell’altra parola deve
venir riservata ai momenti più solenni dove la Chiesa deve presentarsi nella sua
identità cristologica, nella sua dimensione cristologica, come corpo di Cristo.
In questa circostanza e in questo contesto anche la parola “Vicario di Cristo”
sembra più giustificata.
Ma ho detto tutto questo per potervi dire ancora un’altra cosa: se è vero che la
parola “vicario di Cristo” è tanto impegnativa per ogni vescovo rispetto alla
sua Chiesa, c’è un’altra parola che è ancora più forte e che si riferisce a
ciascuno di noi come sacerdote. Questa parola ci dice che noi dobbiamo operare
“in persona Christi”. È molto più forte dire “in persona Christi”: c’è, di più,
l’identificazione, l’immedesimazione, l’intimità. Questo si riferisce a ciascuno
di noi come sacerdote o come futuro sacerdote: operare “in persona Christi”. Ho
sentito con grande umiltà e anche con grande gratitudine le parole del vostro
collega, la sua meditazione, e mi hanno colpito per la loro semplicità e
profondità. Volevo restituirgli questa semplicità e questa profondità della
vostra meditazione al riguardo della mia persona dicendogli quello che ho detto.
Voi tutti, come noi tutti, siete chiamati a operare “in persona Christi” e
dovete prepararvi bene, profondamente, a questa realtà affascinante - non si può
immaginare un fascino maggiore - che è anche una realtà tremenda: “mysterium
fascinosum et mysterium tremendum”. Vi auguro, carissimi, di vivere questi
due misteri, “fascinosum et tremendum”, che si incrociano in Cristo, “in
persona Christi” nel modo più efficace possibile. Questi sono i miei auguri e
questa è la mia risposta ai vostri auguri e per questo nostro incontro annuale,
che facciamo sotto gli occhi della Madonna: Maria della Fiducia, Madre della Fiducia.
Un’ultima cosa. Se è vero che il seminario è “pupilla oculi Episcopi”, io, come
Vescovo di Roma, mi sento tanto felice di sapere che questo seminario Romano si
trova sotto lo sguardo materno della Madonna della fiducia; di sapere che esso
vive tutti i giorni sotto gli occhi della Madre di Cristo, che si sviluppa
spiritualmente e anche numericamente sotto questi occhi. Io confido in questo
sguardo materno, in questi occhi che hanno seguito Gesù Cristo in persona. Gli
stessi occhi, in modo spirituale e morale, devono seguire ciascuno di noi che
siamo chiamati a operare “in persona Christi”, ad essere “alter Christus”. Lo
stesso sguardo materno deve seguire Cristo in ciascuno di noi.
Questa è la mia consolazione. Questa è la vostra consolazione.
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