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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI GIOVANI DI ROMA DOPO
LA CELEBRAZIONE DELLE CENERI

San Callisto - Mercoledì, 7 marzo 1984

 

1. Vorrei innanzitutto ringraziarvi per la vostra odierna presenza, così ben preparata in tutte le parrocchie, nei vari gruppi, nelle varie associazioni, nelle diverse comunità. Siamo all’inizio della Quaresima. È il primo giorno e vogliamo iniziare un cammino che, durante tutto il periodo quaresimale, ci porterà alla domenica delle Palme, giorno in cui il programma stilato dal comitato centrale per l’Anno Santo, prevede la celebrazione del Giubileo dei giovani di tutta l’Italia e di tutto il mondo. Saranno certamente numerosi i partecipanti. Io mi preparo già per accoglierli e per celebrare con loro quel momento culminante di tutto l’Anno Santo, l’Anno della Redenzione.

Nella preparazione dell’odierno incontro voi avete incluso anche una serie di domande. Il vostro collega le ha presentate nell’indirizzo rivoltomi.

Vi sono grato per queste domande perché così create le premesse spirituali per stabilire un dialogo. Quella del dialogo è una struttura tipicamente umana e direi tipicamente cristiana. È anche la struttura della Chiesa. La Chiesa, soprattutto la Chiesa del nostro tempo, la Chiesa del dopo Concilio vuole essere una Chiesa in dialogo, in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, anche se non credenti. Ma vuole essere un dialogo soprattutto con gli uomini credenti delle diverse religioni. Per esempio, io mi accingo a compiere un pellegrinaggio nell’Estremo Oriente, in Paesi come la Corea, la Papua Nuova Guinea, le Isole Salomone, la Thailandia, Paesi cioè nei quali i cattolici sono una minoranza e dove invece vivono uomini di altre religioni non cristiane. Dobbiamo cercare un dialogo con loro, un dialogo ecumenico. La vostra iniziativa di dialogare con il vostro Vescovo è utile per voi, ma è anche molto utile per me. Leggendo le vostre domande ho potuto riflettere. Ho capito che non solo siete presi dalla vostra vita, dalle vostre preoccupazioni, dalle vostre ansie, ma siete anche interessati alla vita del vostro Vescovo, alla sua vocazione, alla sua missione nel mondo. Sarebbe difficile rispondere a quest’ultimo vostro interesse, a questa vostra domanda specifica. Vorrei rispondervi raccontandovi un episodio della mia vita, che mi sembra particolarmente attuale oggi. Mi riferisco a quando, giovane prete, a 26 anni, sono venuto per la prima volta a Roma. Voi sapete bene che questo Papa non è romano d’origine, e neanche italiano. Ma, come dissi dall’inizio del pontificato, è venuto da lontano, anche se non da tanto lontano. Dunque venni a Roma da giovane sacerdote per completare i miei studi. Ero stato ordinato da appena alcune settimane. Ho cercato subito di scoprire quello che avevo portato nella mia anima per lungo tempo, perché questa Roma sconosciuta io l’ho portata nel profondo del mio animo come un sogno, come un ideale. A quell’incontro mi ero preparato per tutti i lunghi anni dei miei studi, forte della lunga tradizione cattolica della mia patria. Mi preparai soprattutto con la lettura di un libro che, sebbene sia stato scritto da un autore polacco, è tutto dedicato alla Roma dei primi cristiani: “Quo vadis”. Ecco, noi ci troviamo abbastanza vicino a quel luogo, conosciuto da tutta la tradizione cristiana; nel luogo in cui Cristo è andato incontro a Pietro e gli ha chiesto di andare a Roma proprio nel periodo delle persecuzioni.

Ho portato per lunghi anni nel cuore l’immagine della Roma dei primi cristiani, delle catacombe e, nei primi giorni della mia permanenza a Roma, nel novembre del 1946, giravo per le strade, nelle chiese, ma non riuscivo a trovare quell’immagine che era scolpita nel mio cuore. Finalmente sono giunto nelle catacombe, ho visitato le prime basiliche cristiane dove ancora si percepiva quasi la presenza dei primi cristiani, di quelle prime generazioni di cristiani. È stato solo allora che ho riconosciuto la Roma che viveva nel mio animo. Lo ricordo oggi con voi in questa circostanza, rispondendo così almeno in parte alle tante domande che mi avete posto; è un ricordo che per tutta la vita mi è rimasto impresso e che mi ha legato a questa Roma nella quale, nel 1946, certo neppure immaginavo di tornare come Pietro e di restarvi sino all’ultimo giorno della mia vita, come Vescovo di Roma.

2. Alle vostre altre domande risponderò, anche se non esaurientemente, almeno indicando alcune linee essenziali per farvi comprendere come io, vostro Vescovo, intenda continuare nel solco delle grandi tradizioni di questa città misteriosamente destinata dal disegno della Provvidenza divina ad essere “Caput et Mater omnium Ecclesiarum”. Voglio portare avanti la Chiesa di Pietro con tutta la ricchezza delle sue tradizioni, ma allo stesso tempo nella dimensione propria del nostro tempo. Per questo sono tanto importanti per me tutte le occasioni che mi sono date per vedere i miei diocesani e specialmente i giovani.

Durante le visite alle parrocchie, ai giovani è sempre dedicato il momento privilegiato. Oggi è forse la prima volta che ci incontriamo in un’assemblea direi rappresentativa di tutta la realtà giovanile di Roma. Per il fatto però di incontrarci così spesso nelle parrocchie, ci conosciamo sempre meglio e abbiamo potuto instaurare quel dialogo di salvezza così necessario per voi e per me.

Sin dal primo giorno del mio pontificato ho detto che i giovani sono la speranza della Chiesa; lo ripeto sempre e in ogni circostanza. Ma non lo ripeto solo con le mie labbra: lo ripeto con la mia più profonda convinzione, con la mia stessa esistenza. Io sono convinto che questa Chiesa di Roma, come ogni altra Chiesa del mondo, si deve costruire sull’impegno dei giovani. Essi sono la generazione che ha già in sé il futuro. Il futuro si costruisce tramite i giovani. Ecco perché è tanto importante, non solo nell’iniziativa dell’Anno Santo, ma anche nel tempo ordinario, la pastorale dei giovani, in ogni parrocchia, in ogni comunità, in ogni associazione, in ogni ambiente. Dobbiamo renderci conto tutti insieme, vescovi, sacerdoti e voi giovani, che l’apostolato è la continuazione della missione trasmessa da Cristo agli apostoli e che deve essere realizzata sempre da noi tutti. C’è l’apostolato gerarchico, c’è l’apostolato episcopale, ma c’è anche l’apostolato dei laici ed esso porta con sé un grande e promettente impegno: l’apostolato dei giovani. Io vedo questo tipo di apostolato e vedo tutte le iniziative, i diversi orientamenti, la spiritualità che voi sempre ricercate e approfondite. Vedo il vostro desiderio di essere cristiani, pienamente cristiani, profondamente cristiani, “cristiani in Cristo”, perché non si potrebbe essere altrimenti cristiani se non in Cristo. È questa la definizione del cristiano, la nostra definizione: vivere e realizzare la sua dimensione in Cristo. Cristo è la nostra comune dimensione, la dimensione che tutti ci abbraccia, la realtà che ci penetra, che è dinanzi a noi ma soprattutto è dentro di noi, nel nostro cuore, nel nostro spirito. E così, vivendo in Cristo, noi siamo cristiani, diventiamo cristiani. Ed essendo cristiani, noi siamo anche apostoli.

Il futuro cristiano di Roma dipende dall’apostolato dei giovani cristiani, dei giovani che lasciano vivere Cristo in loro. Il futuro cristiano sì, ma anche il futuro umano, perché la Chiesa, la comunità del popolo di Dio, ha una sua missione da compiere nel mondo della famiglia umana. 3.

Giustamente voi mi avete poste delle domande sulla pace, sui pericoli della guerra, sulla fame nel mondo, sulle ingiustizie. Ed è giusto che vi preoccupiate di queste cose; non possiamo essere indifferenti dinanzi a questi fenomeni, certamente non marginali. Si tratta di fenomeni che si rivolgono contro la vita in comune nel mondo, per quanti in questo mondo sono chiamati a compiere la missione trasmessa da Cristo alla sua Chiesa: una missione cioè orientata proprio verso la salvezza del mondo.

Nel concetto di salvezza del mondo va naturalmente considerata la dimensione escatologica della salvezza. Cristo ci orienta verso quella salvezza con la sua Croce, e con la sua risurrezione già inizia quella dimensione escatologica della salvezza; ma c’è anche la dimensione temporale della salvezza cioè la dimensione odierna di quella salvezza che cammina con la storia del mondo e penetra la storia, e vuol cambiare, nella storia dell’uomo, il male con il bene. Ecco, guardando attentamente alle vostre domande io vedo che un simile impegno è ben radicato nelle vostre coscienze. Siete alla ricerca dei modi per cambiare il male con il bene, per costruire un mondo migliore, più umano. Sono queste le ansie iscritte nei cuori della giovane generazione e voi le custodite nel vostro cuore non solo come desiderio ma anche come sofferenza.

Voi volete contribuire a rendere il mondo più cristiano, più umano. E soffrite se questo mondo non è come voi lo desiderate; soprattutto soffrite quando vedete il male dell’uomo, quando vedete il vostro prossimo, il vostro coetaneo, il vostro amico trovarsi nel male, nel vizio, come la droga e tutti gli altri che voi certamente conoscete meglio di me. Per questo, giovani della mia diocesi, io vi vedo così vicini a me, sento le vostre sofferenze, le vostre inquietudini. Si tratta di inquietudini che toccano anche la Chiesa. Voi vorreste che la Chiesa fosse come Cristo l’ha voluta, bella, senza “macula aut ruga”. E questo è un desiderio che dobbiamo avere tutti noi, vescovi, sacerdoti, responsabili come voi in quanto cristiani; dobbiamo fare tutti in modo che la nostra Chiesa sia bella, sia giusta, sia la sposa di Cristo. Cristo, con la sua morte, ha sposato la Chiesa e nella Chiesa ha sposato ogni uomo, ogni anima, ogni giovane, ogni ammalato, ogni anziano e ciascuno di noi; come dice san Paolo nella Lettera agli Efesini, Cristo sposo chiede a questa sua sposa di essere bella, di essere senza “macula aut ruga”!

Carissimi, ho toccato, più o meno, alcuni punti delle vostre domande, delle vostre preoccupazioni. Ancora una volta vi dico grazie per il modo in cui avete preparato questo nostro incontro odierno, questa inaugurazione della Quaresima 1984, dell’Anno Giubilare della Redenzione. Vi ringrazio per questo. Una buona Quaresima a tutti voi, a tutti i giovani di Roma, a tutti i cristiani di Roma, a tutta la città di Roma!

Sia lodato Gesù Cristo!

 

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