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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI LAVORATORI

Aula Paolo VI - Domenica, 18 marzo 1984

 

Cari fratelli e sorelle del mondo del lavoro!

1. Dopo il rito religioso di stamane, che vi ha visti raccolti nella basilica di San Pietro per la celebrazione del Giubileo della Redenzione, ho desiderato incontrarvi ancora in quest’aula, quasi a completare il discorso avviato e arricchirlo ulteriormente.

Non occorre che io vi dica di aver ascoltato con attento interesse le diverse “testimonianze domande”, presentate dai vostri delegati e riguardanti dirette esperienze di lavoro: ne è uscito come un mosaico fatto di fiducia, di speranza, di difficoltà, ma anche di coraggio nell’affrontare i problemi emergenti dalla crisi odierna. Io le ho debitamente apprezzate, perché, accanto ai motivi di preoccupazione, costante appare in esse l’ispirazione evangelica, specie dove si rivolgevano alla mia persona con interrogativi di fronte ai grandi mali del nostro tempo, che toccano il futuro dei nostri giovani e il futuro della società. Anch’io, cari lavoratori, condivido le vostre ansie e vi sono vicino, confermando il vostro impegno di cristiani nell’affrontare e risolvere positivamente quegli interrogativi e problemi.

Anche da questa occasione, che vi ha convocati qui a Roma per celebrare il Giubileo straordinario della Redenzione, è possibile attingere forza e speranza; lo Spirito Santo, che qui vi ha condotto per accogliere, nel Cristo redentore e salvatore del mondo, l’amore misericordioso del Padre nostro che è nei cieli, continuamente opera, diremmo lavora, nelle nostre anime, associandole in quella comunione di vita che è la Trinità. Nessun uomo e niente dell’uomo è fuori da questo mistero di comunione redentiva. Sta in questo stesso mistero di amore la chiave di risposta anche ai molteplici quesiti, che riguardano l’umana esperienza del lavoro, in tutti i suoi aspetti positivi, nonché in quelli negativi segnati dalla sofferenza e dallo sfruttamento.

Infatti, nell’operosità salvifica del Padre che, nel Figlio e nello Spirito, si fa a noi prossimo, il lavoratore cristiano può e deve trovare il senso del suo essere e del suo operare, come i riferimenti più alti per il suo impegno individuale e sociale.

Secondo questa prospettiva l’esperienza del lavoro è una grande occasione per farci santi, poiché il Padre in Cristo e nello Spirito ha tutto santificato e in tutto vuole essere glorificato. Grande e consolante e, direi, onnicomprensivo è il mistero della Redenzione. La vera santità implica insieme il proposito di realizzare “la città dell’uomo”, cioè la famiglia, la cultura, il lavoro, l’economia, la politica, i rapporti interpersonali, in modo che l’uomo viva secondo quella dignità essenziale e inalienabile di creatura, fatta a immagine e somiglianza di Dio (Cf. Gen 1, 27).

Non ci potrà mai essere opposizione, cari lavoratori cristiani, tra spiritualità e impegno nella vita socio-politica: è proprio il riferimento a Dio e alla sua vita di comunione il fondamento più solido per un’azione concreta, positiva, perseverante per gli uomini e tra gli uomini.

2. Fatta questa premessa, vorrei ora riprendere qualcuno dei temi e dei problemi, che sono emersi dalle vostre testimonianze. Avete chiesto, anzitutto, se la comunità cristiana non debba aprirsi al mondo del lavoro. Rispondo subito che essa non solo deve aprirsi, ma ancor di più, deve essere fraternamente e attivamente presente in questo mondo con uno spirito di intelligente comprensione, di vigile discernimento, di amichevole dialogo: deve essere presente non solo per dare, ma anche per ricevere.

In effetti, la comunità cristiana, di fronte alle conseguenze negative della crisi occupazionale e sociale, di fronte alle incerte prospettive del futuro, è chiamata ad esercitare, con generosa passione, un ruolo molteplice studiando i problemi, elaborando soluzioni, assumendo proprie responsabilità: insomma, essa deve essere Chiesa sul territorio, cioè Chiesa presso le case, Chiesa presso le fabbriche, Chiesa “presso l’uomo”. Non già la fuga o l’evasione, ma ancora e sempre la presenza, e dunque un originale contributo di idee e di opere. L’uomo contemporaneo ha bisogno dell’amichevole vicinanza della Chiesa, ha sempre bisogno - nella sua dolorante inquietudine e nella ricorrente tentazione della sfiducia - che la Chiesa gli annunci e gli doni il Vangelo della speranza.

Per questo, cari lavoratori, desidero ancora una volta esortare ogni comunità cristiana, perché s’impegni in una costante e viva pastorale del lavoro, fatta di “attenzione ai problemi e alla cultura degli uomini del lavoro, in modo che ad essi non venga mai a mancare un’adeguata proposta di redenzione che Cristo ha realizzato nella pienezza dei tempi” (Cf. Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad participantes conventui «Il lavoro è per luomo», die 18 nov. 1983 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 (1983) 1115 ss.).

3. In un altro intervento ho colto l’invito a ripensare con voi il tema della solidarietà. È un tema, questo, che mi è particolarmente caro, e non certo per motivi contingenti, ma per motivi di fondo che toccano la sfera religiosa e morale.

La solidarietà, infatti, prima ancora di essere un fatto culturale, di dar forma a un progetto politico o di orientare una determinata prassi sociale, è una spinta rispondente alla natura dell’uomo e, quando sia inquadrata in quella legge-comandamento di Cristo, che - badate - assume, non sopprime i valori naturali, si eleva alla sfera superiore del vero amore del prossimo. Essa allora ci porta più in alto fino a Dio che per primo, come nostro Padre, ci ama con carità infinita. A questo livello la solidarietà è l’annuncio stupendo che Dio è solidale con l’uomo fino alla morte del suo Figlio sulla croce. In questo e da questo Vangelo deve trovare vigore l’azione sociale dei cristiani, perché diano effettiva concretezza, nell’attualità e varietà delle situazioni, alla vera solidarietà in seno all’umana famiglia.

La crisi in atto, ad esempio, impone a noi cristiani di non abbandonare questa strada della solidarietà; occorre, anzi, scoprire e sperimentare nuove forme di essa, perché la società nel suo insieme progredisca, si sviluppi, diventi più umana.

Come negare, del resto, di fronte alla natura della crisi odierna, che appare più strutturale che congiunturale, perché all’ampiezza delle trasformazioni (rivoluzione tecnologica) sembra corrispondere un rovesciamento di valori, esser sommamente importante che i cristiani associati ripensino alla loro specifica funzione. Che cosa sono e che cosa debbono fare? Non sono forse chiamati ad essere un lievito nella società? “Voi siete il sale della terra”, dice loro Gesù (Mt 5, 13).

In realtà, la crisi apre un vasto campo di riflessione e di sperimentazione su una molteplicità di temi e di problemi, e ciò esige ovviamente uno sforzo di attenzione per gli opportuni interventi. E chi più dei cristiani che operano nel sociale, di fronte alle cose nuove del vicino Duemila, può e deve attendere al compito esaltante di saldare insieme Vangelo e cultura, Vangelo e vita, Vangelo e futuro?

Al riguardo, due mi sembrano i punti meritevoli di particolare attenzione da parte del laicato associato:

a) di fronte alla rivoluzione tecnologica, bisogna mettere in opera grandi capacità di studio e di progettazione, di sperimentazione e di innovazione. Se l’inarrestabile progresso tecnico può determinare, per un certo verso, dei limiti alla libertà dell’uomo, bisogna però riconoscere che esso offrirà nuove e più ampie possibilità che devono essere responsabilmente vagliate, come già ho affermato nell’enciclica sul lavoro umano (cf. Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, 1).

b) In secondo luogo, si deve avviare una compiuta riflessione sugli elementi etici del cambiamento, ai fini di una più completa etica del lavoro. Intorno a ciò ho già affermato che “questa etica sociale, senza disattendere gli obblighi dei singoli, sottolinea quei fattori nazionali e sovranazionali che, sul piano economico, politico e finanziario condizionano in maniera spesso negativa sia la quantità che la qualità del lavoro. Problemi come il lavoro iniquo, disumano, non tutelato e disprezzato, esigono da parte dei cristiani una rinnovata assunzione di responsabilità. L’etica del lavoro riguarda, soprattutto, la dimensione soggettiva di esso, cioè l’uomo come persona, come soggetto del lavoro” (Cf. Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad participantes conventui «Il lavoro è per luomo», die 18 nov. 1983 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 (1983) 1115 ss.).

Sembra opportuno e doveroso l’avvio di questa etica “nuova” del lavoro per superare, da una parte, una certa impostazione talvolta ristretta e, si direbbe, privatistica della morale del lavoro, legata alla semplice considerazione dei doveri degli imprenditori e degli operai e, dall’altra parte, per riesaminare, in ragione dei cambiamenti, la stessa organizzazione del lavoro e i più ampi sistemi socio-politici, entro i quali essa si iscrive.

4. Vorrei, ancora, rifarmi alle vostre testimonianze, laddove si riferivano a varie categorie di lavoratori, accomunate dal bisogno che siano maggiormente riconosciuti e tutelati i loro diritti umani e i loro valori professionali. A questo proposito, desidero rivolgermi a voi con qualche distinta richiesta.

- Ai lavoratori della terra, ai quali più volte ho riservato la mia affettuosa simpatia e il mio incoraggiante insegnamento (l’ho fatto recentemente anche a Bitonto), chiederò di non farci mancare il pane quotidiano e di non farlo mancare in nessuna tavola del mondo. Chiederò anche di mantener fede e di richiamare a tutti i grandi valori umani e cristiani, di cui è stata ed è tuttora portatrice la loro cultura. Ad essi tutta la comunità cristiana guarda con attenzione e interesse per l’importanza veramente fondamentale che riveste la loro opera di coltivatori. Poiché “occorre proclamare e promuovere la dignità del lavoro, di ogni lavoro, e specialmente del lavoro agricolo, nel quale l’uomo in modo tanto eloquente soggioga la terra, ricevuta in dono da Dio, e afferma il suo dominio nel mondo visibile” (Eiusdem, Laborem Exercens, 21).

- Alle collaboratrici familiari, che stimo per l’opera di assistenza che offrono specialmente agli anziani e agli handicappati, chiederò di colmare la povertà umana delle persone che incontrano con una bontà fatta di amore, di affetto, di pazienza. Nelle loro mani non è una materia inerte, ma è l’uomo, cioè la creatura di Dio, un suo figlio con diritti inalienabili. Chinarsi su di lui per servirlo vuol dire imitare Cristo Signore, che nella sua vita terrena si è chinato sul fratello bisognoso, sofferente, piagato.

- Ai giovani e alle donne, che sono senza lavoro, chiederò di non disperare, ma di intensificare i loro sforzi. Il soddisfacimento delle loro giuste aspirazioni, dipenderà anche dal loro impegno e perseveranza: non mancheranno i frutti di una seria azione di solidarietà nel creare nuovi posti di lavoro. La Chiesa non cesserà, da parte sua, di chiedere iniziative e solidarietà a loro favore. - Ai disabili e agli handicappati, che pagano il prezzo più alto della crisi, chiederò di continuare ad amare, perché dall’amore crocifisso nasce la salvezza dell’uomo. Nella loro sofferenza si nasconde il mistero salvifico del dolore. Rinnovo l’auspicio che si promuova, “con misure efficaci e appropriate il diritto della persona handicappata alla preparazione professionale e al lavoro, in modo che essa possa essere inserita in un’attività produttrice, per la quale sia idonea” (Laborem Exercens, 22).

- Agli immigrati dai Paesi esteri chiedo di tener desto il valore della solidarietà internazionale. Non ci può essere soluzione alla crisi attraverso ristretti nazionalismi; bisogna, invece, recuperare nella solidarietà il senso di una pace vera e di una concordia universale. La Chiesa è portatrice di questa universalità.

5. Vorrei ora chiedere qualcosa non più a voi, ma per voi, a conferma e a tutela di valori fondamentali e, perciò, irrinunciabili.

Prima di tutto, desidero riaffermare che la persona umana deve essere sempre il punto di riferimento dell’intero processo produttivo. È da abbandonare la prospettiva che considera il lavoratore come forza-lavoro e il lavoro stesso come semplice merce. “Il primo fondamento del lavoro è . . . l’uomo stesso, e benché l’uomo sia chiamato e destinato al lavoro, il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Affermare la preminenza del valore soggettivo del lavoro su quello oggettivo, significa che la misura del valore del lavoro è la dignità del soggetto umano che compie il lavoro” (Cf. Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad participantes conventui «Il lavoro è per luomo», die 18 nov. 1983 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 (1983) 1115 ss.).

In secondo luogo, posto il valore preminente della persona, bisogna rivendicare la centralità del lavoro nel ciclo produttivo: profitto e salario, risparmio e denaro pubblico, attività imprenditoriale e sindacale, tutto deve concorrere a garantire in concreto una tale posizione centrale.

Cari lavoratori e lavoratrici! Vi esorto a ripartire da Roma animati dal desiderio di portare ai vostri fratelli lavoratori l’eterno Vangelo della speranza e della fiducia. In questa prospettiva anche la crisi può essere una possibilità, un’occasione positiva per costruire, pur in mezzo alle difficoltà e alle oscurità, un mondo nuovo. Il tempo sacro della Quaresima, che ci prepara alla celebrazione del mistero della morte e risurrezione di Cristo redentore, ci ricorda e ci riporta le ragioni supreme della speranza con l’annuncio di una salvezza che è certa e sicura.

Da parte mia, mentre vi ringrazio per la vostra partecipazione al Giubileo, voglio ancora assicurare che vi porto tutti nel cuore, lavoratori qui presenti, e voi che per diverse ragioni non avete potuto intraprendere il pellegrinaggio e siete rimasti nelle vostre case. Io tutti vi ricordo e prego per voi!

San Giuseppe, vostro speciale patrono, vi protegga sempre. E vi accompagni la sua Sposa che è la Mamma celeste, ottenendo che i vostri giusti desideri siano esauditi.

Con la mia Benedizione Apostolica.


Chers travailleurs et travailleuses, je viens de rappeler à quel point le travail est pour l’homme et doit favoriser sa dignité personnelle. Puissiez-vous affermir en vous, et porter à vos compagnons et compagnes de travail, la confiance e l’espérance puisées dans l’Evangile! Le Christ, mort et ressuscité, le Rédempteur, nous annonce et nous apporte un salut plénier pour l’homme! En vous bénissant, je vous assure que vous demeurez présents à mon coeur, à ma prière, vous, vos familles et les autres travailleurs que vous représentez.

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I wish to extend a greeting to the English-speaking workers. It has been my intention on this occasion to extol the dignity of work, but even more the dignity of workers. Dear brothers and sisters, it is the value of the human person that gives meaning to work. May you find strength and encouragement in the Church’s love and esteem for you, and protection and help in the intercession of your special patron, Saint Joseph.

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Herzich danke ich Euch, liebe Arbeiterinnen und Arbeiter, für Eure Teilnahme an dieser Jubiläumsfeier des Heiligen Jahres. Nehmt von Rom mit an Euren Arbeitsplatz eine Botschaft der Hoffnung und der Zuversicht. Christus, der Erlöser des Menschen, begleite Euch und Eure Arbeit mit seinem steten Segen!

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Queridos trabajadores y trabajadoras,

Con este saludo que os doy antes de vuestra salida de Roma, quiero alentaros a llevar a vuestros compañeros de trabajo el evangelio de la esperanza, de la fe en Cristo y de la vivencia de esos valores eternos que dan fundamento a nuestra vida. Gracias por vuestra participación en el Jubileo, mientras os aseguro mi oración por vosotros, mi recuerdo y mi Bendición, en la que incluyo a vuestras familias y compañeros de trabajo.

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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