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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI
PELLEGRINI DELLA POLONIA
Lunedì, 26 marzo 1984
Cari pellegrini dell’Anno Santo della Redenzione, cari fratelli e sorelle,
miei connazionali.
1. A tutti voi qui presenti e a ciascuno personalmente desidero indirizzare un
cordiale saluto e benvenuto. A ciascuno desidero trasmettere, nel nome di
Cristo, il bacio fraterno della pace che vi prego di portare a tutti i miei
connazionali che qui rappresentate, e che attraverso di voi sono in qualche modo
qui presenti. Porto tutti loro nel cuore e sono loro vicino spiritualmente.
Do il benvenuto, inoltre, e saluto i fratelli vescovi: il vescovo di Danzica
Lech Koczmark, che ringrazio per le parole con cui ha espresso i sentimenti e i
pensieri di tutti voi qui presenti e degli ambienti da cui provenite. Anch’egli,
come è noto, ha celebrato il proprio giubileo, poiché poco tempo fa è ricorso il
25° anno del suo servizio vescovile alla Chiesa di Danzica. Mi unisco
spiritualmente a questa solennità e a tutta la Chiesa di Danzica. Approfittando
della presenza oggi in Vaticano del vescovo e di alcuni cittadini di Danzica
porgo a questa Chiesa le mie felicitazioni e un cordiale augurio affinché,
fedele alla missione ricevuta da Dio nostro Salvatore, conduca i propri fedeli
alla salvezza e alla conoscenza della verità in Gesù Cristo, che ha dato se
stesso in riscatto per tutti (1 Tm 2, 4-6).
Indirizzo queste stesse parole al vescovo Marian Przykuckij della Chiesa di
Chelm, il quale, in qualità di presidente della commissione dell’episcopato
polacco per la pastorale delle famiglie, ha condotto un pellegrinaggio di
famiglie provenienti da tutta la Polonia alla tomba di san Pietro in occasione
del Giubileo della Redenzione, che abbiamo celebrato ieri con grande emozione e
commozione secondo la tradizione della Chiesa cattolica. Ma, ugualmente, il
vescovo, buon pastore diocesano, non ha dimenticato i membri della sua diocesi,
e infatti anche la diocesi di Chelm è qui rappresentata da un gruppo numeroso.
Percorro ancora una volta il nostro bel litorale, e andando con questi
sentimenti verso Est saluto il vescovo di Stettino e di Kamien Kazimierz
Majdanskij, il quale, in qualità di membro della presidenza del Pontificio
consiglio per i problemi della famiglia, è presente a questo giubileo romano con
il suo vescovo ausiliare Jan Galecki e con un considerevole gruppo della sua
diocesi.
E ora, dalle onde del Baltico verso le vette dei Tatra, è qui presente il
pellegrinaggio proveniente da Siedlce con il vescovo Waclaw Skorornucha. Vi sono
anche due gruppi dalla capitale: i rappresentanti della parrocchia di Santo
Stefano e un gruppo di singoli pellegrini. Sono presenti pellegrini di Leszno
dei padri Redentoristi. Da Cracovia vi sono un gruppo dei padri Redentoristi, un
gruppo diocesano e un gruppo di studenti del liceo delle suore “Prezente” con
gli educatori e alcuni genitori. Saluto tutti i cappellani, le suore, le
famiglie, i giovani e le persone anziane. Saluto tutti.
2. Benedetti voi che venite nel nome del Signore. Il vostro pellegrinaggio a
Roma, che vi e costato sacrifici a volte anche oltre le vostre possibilità, è
una testimonianza e un segno della vostra fede.
Ogni Quaresima costituisce un periodo particolarmente intenso e prezioso nella
vita della Chiesa e tanto più lo è questa Quaresima dell’Anno Santo della
Redenzione. In questo periodo la Chiesa desidera penetrare con accresciuta
sensibilità la profondità del proprio mistero, la propria missione e tutto ciò
che la forma e la costituisce. Entrare, quindi, nel mistero di Dio e nel mistero
dell’uomo, per aprire il cuore umano ai tesori impenetrabili della santità e
dell’amore di Dio, il quale, sebbene “abiti in una luce inaccessibile” (1 Tm
6, 16), si è manifestato a noi come Padre e, fedele al suo eterno piano di
salvezza, nel suo Figlio e Figlio di Maria, Gesù Cristo, è entrato nel tempo e
nello spazio umani per offrire all’uomo la dignità di figlio adottivo e renderlo
partecipe della sua santità e della sua vita. Di questa santità di Dio, aperto
all’uomo, ci parla nel modo più pieno la croce di Cristo. Di essa ci parla
l’incarnazione, di cui abbiamo appena celebrato la memoria, di essa ci parlano
le parole umane di Cristo, trasmesse dalle pagine del Vangelo. Ma nel modo più
convincente di essa parla la croce del Calvario. Su di essa il Figlio di Dio ha
pagato con il suo sangue per la nostra riconciliazione con il Padre. Grazie a
questo atto di amore e di offerta suprema “non siamo più” come dice san Paolo
“schiavi ma figli” (Gal 4, 7). E grazie ad esso da 1950 anni il cuore e
le labbra dell’uomo possono pronunciare in tutto il loro significato le parole
effettivamente più belle che conosca la lingua umana: Abbà, Padre! (Rm 8,
15).
Anche per questo motivo la figura centrale della Quaresima e la figura centrale
dell’Anno della Redenzione, del Giubileo straordinario, è la croce in tutta la
sua verità. Strumento di morte per l’uomo, ma per Dio altare dell’amore e del
sacrificio, che ha raggiunto la sua pienezza nella risurrezione. E grazie a ciò
essa è diventata sorgente e segno della vittoria definitiva e della vita eterna
per tutti i tempi per ogni generazione umana. La croce, così profondamente
inscritta nella spiritualità e nella storia del nostro popolo . . .
La Chiesa desidera che queste parole: “Abbà, Padre!” non perdano nulla del loro
significato. Affinché nuovamente sgorghino con amore e verità dal cuore
dell’uomo, al quale è toccato di vivere a cavallo del secondo millennio dell’era
della redenzione; nel secolo in cui la verità sulla santità di Dio e di
conseguenza la verità sull’uomo, sul suo peccato, sulla sua redenzione e sulla
sua vocazione a partecipare alla santità di Dio, sembra essere cancellata, in
cui siamo testimoni di tensioni inquietanti, di un odio crescente, di una
violazione grave, cioè del disconoscimento della dignità e della libertà umana,
nate dalla croce e garantite per sempre da essa. “Quando sarò innalzato da terra
attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). Per questo la Chiesa desidera dirigere
lo sguardo spirituale dell’uomo contemporaneo verso questa croce, perché nella
luce della sua verità scopra la sua identità e il senso della propria vita.
3. Ma, accanto alla croce di Gesù, stava sua madre. E Gesù disse a sua madre:
“Donna, ecco tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre” (Gv
19, 25-27).
Questa scena, inscritta profondamente nel paesaggio del Calvario 1950 anni fa e
nella vita di tutta la Chiesa, appartiene alla verità integrale sulla croce di
Cristo. Dio sceglie una donna terrena e la prepara ad essere la Madre di suo
Figlio, perché anche attraverso di lei si sveli a noi il mistero della sua
paternità, e perciò le affida un posto particolare nel mistero della sua
riconciliazione con l’uomo in Cristo. E Cristo, il quale amò i suoi nel mondo
fino alla fine (Gv 13, 1), quando nell’ora della riconciliazione ci
invitò a prendere parte alla sua natura di figlio, rendendoci suoi fratelli e
fratelli tra di noi, estese anche la maternità di sua Madre a tutti i figli e le
figlie sulla terra. In tal modo la sua maternità divina e la maternità verso i
figli adottivi si sono unite per sempre all’atto della redenzione, il quale,
sempre vivo, si rinnova nella Chiesa e si realizza in tutti i tempi e in tutte
le generazioni, poiché, come ha detto l’apostolo: “In Cristo, Dio si è
riconciliato con il mondo . . . e ci ha fatto depositari della riconciliazione”
(2 Cor 5, 19). Quindi, assolvendo questo compito e annunciando al mondo
la potenza infinita della riconciliazione, la Chiesa di tutta la terra, in
unione con il Papa, si rivolge ancora una volta alla propria madre in un
fiducioso atto di fede e di consacrazione, affidando al suo materno Cuore
immacolato se stessa e il mondo, e in modo particolare quei problemi, quelle
persone e quei popoli che ne hanno più bisogno, la cui fede ella stessa desidera
in modo particolare. È questo un atto di alleanza, di alleanza particolare della
Chiesa con la Madre, della Chiesa che desiderava trovarsi ancora più
profondamente nel suo Cuore immacolato. Infatti la riconciliazione con Dio Padre
attraverso il Figlio si realizza anche per opera della Madre, la quale partecipa
ad essa in modo particolare.
Considero una grazia particolare dell’Anno della Redenzione il fatto di aver
compiuto questo atto in unione con tutta la Chiesa sulla piazza di San Pietro e
alla presenza della statua della Madonna di Fatima. Sicuramente avete vissuto
questa solennità, legata al giubileo delle famiglie, in modo profondo, poiché
l’avete vissuta alla profonda luce delle esperienze di Jasna Gora.
4. Siete a Roma, accanto alla testimonianza di così tanti martiri e discepoli,
sulle orme della tradizione apostolica dei santi Pietro e Paolo, presso le loro
tombe, per celebrare il giubileo di Cristo, il Redentore dell’uomo. Volete
rafforzare i vostri passi sulla strada della redenzione, ravvivare la fede, la
speranza, l’amore. Volete, insieme ai fratelli e alle sorelle che qui
rappresentate, condividere con il Papa e con la Chiesa la preoccupazione della
riconciliazione degli uomini fra di loro, la preoccupazione di risvegliare e di
sostenere nei loro cuori la solidarietà umana e cristiana. So che molte persone
nel mondo prendono parte a questa mia missione. So, dalle lettere e dalle
conversazioni personali, della preghiera e dei sacrifici dei miei connazionali .
. . La vostra presenza qui è la dimostrazione e la testimonianza di tutto ciò.
Così come fanno i vostri fratelli e le vostre sorelle nelle loro chiese, avete
voluto venire a Roma per ritrovarvi in un certo qual modo nuovamente nelle
braccia aperte di Cristo, così come, nella gigantesca visione artistica e
teologica, le braccia della basilica di San Pietro sono aperte a tutto il mondo,
affinché ogni uomo trovi posto in esse e possa ritrovarsi. Affinché trovi in
esse la propria umanità, la propria dignità, la verità di sé, affinché in esse
metta al riparo la propria libertà, si liberi dalla paura e dalla grettezza e si
rafforzi nella speranza.
Allora riponiamo la nostra umanità redenta nel cuore della Madre immacolata.
Riponiamovi tutto ciò che portiamo nel cuore, ciò che porta nel cuore il nostro
popolo millenario. E sappiamo che spesso questo cuore è gonfio di amarezza e
delusione. Desideriamo che questo popolo cresca e viva la pienezza della propria
vita e delle proprie verità, con le proprie tradizioni, con la propria eredità
cristiana, di cui in questi ultimi anni si è acquistata una coscienza molto
maggiore. Desideriamo che la nuova generazione si trovi e si impegni sempre più
con questa eredità.
Che la grazia dell’Anno Giubilare della Redenzione penetri tutti questi
problemi. Che penetri il cuore dell’uomo e che la potenza dello Spirito Santo si
mostri in esso vincitrice.
Desidero ancora una volta benedirvi di tutto cuore insieme ai vescovi qui
presenti. Accogliete questa benedizione e dividetela con le vostre famiglie, con
chi vi è vicino, negli ambienti in cui vivete, le parrocchie e le diocesi.
Portatela a tutta la nostra terra e alle persone che in essa vivono. A tutti
coloro che in essa vivono, lavorano, risorgono.
Poiché in questo pellegrinaggio le persone della costa sono rappresentate in
modo particolarmente numeroso, non posso non sottolineare i grandi meriti che
esse hanno avuto per tutta la Polonia nel corso della storia e soprattutto negli
ultimi anni. Voglio inoltre aggiungere che era mio fervido desiderio visitare il
litorale, visitare Danzica, visitare Stettino durante l’ultimo pellegrinaggio in
patria. Poiché questo desiderio non è stato esaudito, esso permane nel mio
cuore, e in questo modo diventa ancora più fervido.
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