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VIAGGIO APOSTOLICO IN COREA, PAPUA NUOVA GUINEA,
ISOLE SALOMONE E THAILANDIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RIFUGIATI NEL CAMPO DI PHANAT NIKHOM

Campo di rifugiati di Phanat Nikhom (Tailandia)
Vener
dì, 11 maggio 1984

 

Cari fratelli e sorelle.

1. Ho molto desiderato incontrarvi durante la mia visita in Thailandia. Sebbene il mio soggiorno qui a Phanat Nikhom sia molto breve, esso ha per me un profondo significato.

Desidero farvi sentire che le mie parole superano tutte le barriere di lingua. Esse sono pronunciate con il linguaggio del cuore. Il mio cuore è con voi. È il cuore di un fratello che viene a voi in nome di Gesù Cristo, per portarvi un messaggio di compassione, di conforto e di speranza; è un cuore che vi abbraccia uno per uno, come amici e compagni, un cuore che raggiunge tutti quelli che soffrono, nel mondo, le vostre stesse esperienze e condizioni di vita come rifugiati.

2. Ascoltate queste parole che mi vengono dal cuore. Voglio che voi conosciate il mio amore. Noi siamo veramente fratelli e sorelle, appartenenti alla stessa famiglia umana, figli e figlie dello stesso amorevole Padre. Desidero dividere con voi le sofferenze, i disagi, i dolori, in modo che sappiate che qualcuno si prende cura di voi, è sensibile alla vostra condizione, e lavora per aiutarvi a trovare sollievo, conforto e ragione di sperare.

Abbiate fiducia in voi stessi. Non dimenticate mai la vostra identità di popolo libero che ha un suo legittimo posto in questo mondo. Non perdete la vostra personalità come popolo! Rimanete fermamente radicati alle vostre rispettive culture, da cui il mondo può molto imparare e giungere ad apprezzarvi nella vostra unicità.

Abbiate speranza nel futuro. Il nostro mondo è in pieno sviluppo. Ha bisogno di voi e del vostro contributo. Cogliete qualsiasi opportunità vi si offra per studiare una lingua e perfezionare una specializzazione, in modo da essere in grado di adattarvi socialmente alla nazione che vi aprirà le porte e che sarà arricchita dalla vostra presenza.

3. Ai cattolici che sono fra voi desidero dire una parola particolare: Dio non ha mai detto che la sofferenza in se stessa è un bene, ma egli ci ha insegnato, per mezzo di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, che ha sofferto ed è morto per i nostri peccati, che le nostre sofferenze, se unite a quelle di Cristo, hanno valore per la salvezza del mondo. Gesù Cristo, che risuscitò il terzo giorno, è il fondamento della nostra speranza, ora e in futuro.

4. Miei cari rifugiati, l’ultima parola che pronuncio come fratello è un grazie sentito, a nome vostro, a tutti coloro che vi assistono in questo difficile momento della vostra vita:

- al governo di Thailandia che mi ha permesso di fare questa visita e che ha aperto le porte della nazione a tanti rifugiati di diversi Paesi del Sud-Est asiatico,

- a tante organizzazioni nazionali e internazionali, di natura confessionale e non confessionale, che hanno ascoltato le grida di sofferenza di altri esseri umani, loro simili, e hanno risposto in tante maniere, in questa urgente missione di pietà: e infine

- ai numerosi volontari, specialmente a tanti giovani che sono venuti da ogni parte del mondo per mettersi al servizio dei rifugiati.

Vi ringrazio tutti per la vostra generosità, il vostro sacrificio e il vostro interessamento umanitario.

5. Cari amici, sappiate che faccio tutto quello che posso per aiutarvi e per chiedere agli altri di aiutarvi. Vi sono vicino nelle vostre sofferenze, e chiedo a Dio di darvi forza, e di fare in modo che presto possiate trovare pace, sicurezza e una stabile dimora.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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