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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PELLEGRINI POLACCHI GIUNTI PER LE CELEBRAZIONI
DEL 40° ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI MONTE CASSINO

Giovedì, 17 maggio 1984

 

Carissimi connazionali, fratelli e sorelle.

1. Desidero salutare cordialmente tutti voi presenti in questa sala, sia coloro che vivono all’estero, sia coloro che vivono in patria; voi che siete venuti per celebrare il 40° anniversario della memorabile battaglia di Monte Cassino, per rendere omaggio e pregare per il riposo eterno di coloro che in quella vittoriosa battaglia “hanno reso l’anima a Dio, il corpo alla terra italiana, e il cuore alla Polonia” (cf. Inscriptio in monumento ad memoriam lapsorum celebrandam).

In modo particolare saluto cordialmente e do il benvenuto ai soldati del Secondo corpo d’armata, che hanno portato i segni sul corpo e nell’anima. Saluto le loro famiglie e le nuove generazioni, e anche i soldati di altre unità. Saluto sua eminenza il cardinale Wladyslaw Rubin che sul cammino del Secondo corpo ha condiviso la vostra sorte. Saluto sua eminenza il cardinale primate, monsignor Bronislaw Dabrowski, monsignor Szczepan Wesoly, pastore degli emigrati polacchi. Saluto e do il benvenuto a tutti.

2. Prendendo spunto dalle parole pronunciate ora dal signor generale, desidero sottolineare che tutti i cimiteri polacchi in terra italiana, che ho visitato in diverse occasioni, sono non solo il luogo dove riposano i soldati caduti, ma anche una sconvolgente testimonianza della volontà di vivere.

La morte testimonia la volontà di vivere di una nazione: la volontà di una vita religiosa e indipendente.

Non dimenticherò l’iscrizione che ho letto a Bologna, tornando dal cimitero dei soldati polacchi: “Su questa via i tuoi connazionali ci hanno portato la liberazione. Su questa strada vieni per rafforzare la nostra fede”.

3. Il cimitero, a Monte Cassino, sotto questo punto di vista ha un significato particolare. Dopo mesi di sanguinosi combattimenti durante i quali sono caduti migliaia di soldati di diverse nazioni, la bandiera polacca innalzata sulle rovine del monastero annunciava la vittoria. Cinque anni fa, quando sono stato al cimitero di Monte Cassino, ho detto: “Perché hanno combattuto gli uni contro gli altri, uomini e nazioni? Sicuramente non li hanno spinti a questa terribile strage fratricida le verità del Vangelo e le tradizioni della grande cultura cristiana. Sono stati coinvolti dalla guerra con la forza di un sistema che, in antitesi al Vangelo e alle tradizioni cristiane, era stato imposto ad alcuni popoli con spietata violenza come un programma, costringendo al tempo stesso gli altri ad opporre giusta resistenza con le armi in pugno. In lotte gigantesche quel sistema subì una sconfitta definitiva. Il giorno 18 maggio è stata una delle tappe decisive di quella sconfitta” (Ioannis Pauli PP. II, Homilia in Montis Casinensis sepulcreto habita, die 17 maii 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 1149s.).

Oggi ricordiamo in particolar modo i soldati e gli ufficiali che riposano in quel cimitero. Il loro capo che riposa tra loro, il generale Wladyslaw Anders, e l’arcivescovo Gawlina, che sino alla fine è rimasto fedele a coloro che incoraggiava ad andare . . .

Loro tutti andavano lungo questa strada, attraverso la terra italiana, nella patria indipendente. Andavano con la parola d’ordine “per la libertà vostra e quella nostra”. Nella memoria degli abitanti della penisola appenninica sono rimasti impressi come difensori e liberatori. Nello stesso tempo erano convinti che l’indipendenza e la sovranità della patria può nascere solo tra i popoli europei indipendenti e sovrani. E proprio la battaglia di Monte Cassino ne è diventata l’espressione culminante. È divenuta un simbolo.

Il papa Pio XII parlava di ciò ai polacchi, dopo la vittoriosa battaglia: “Anche se il vostro territorio nazionale è rosso del sangue che scorre su di esso, il vostro diritto è così certo che abbiamo in ferma speranza che tutte le nazioni prenderanno coscienza del loro debito verso la Polonia, teatro e troppo spesso oggetto dei loro conflitti, e che ognuno che abbia conservato nel cuore almeno una scintilla dei sentimenti veramente umani e cristiani, si sentirà in dovere di rivendicare per essa tutto il posto che le spetta secondo i principi della giustizia e della vera pace” (Pio XII, Allocutio ad Polonos cives habita, die 28 iul. 1944).

Il 17 maggio del 1979, il giorno del 35° anniversario della battaglia, ho detto a Monte Cassino: “Soltanto sulla base del pieno rispetto dei diritti degli uomini e dei diritti delle nazioni - del pieno rispetto! - può essere costruita in futuro la pace e la riconciliazione dell’Europa e del mondo”.

E noi oggi siamo coscienti che sia i caduti che i sopravvissuti “rendono una storica testimonianza. Parlano della Polonia quale era e quale deve essere. Parlano di quale fu il suo vero prezzo e quale esso rimane” (cf. Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad Polonam communitatem in Anglia commorantem habita, die 30 maii 1982:, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/2 [1982] 1962s.).

4. Monte Cassino è uno di questi simboli: forse il più significativo che convince tutta la nazione. Convince i polacchi che vivono in patria e quelli che vivono all’estero. È un simbolo sempre vivo. La sua vitalità è testimoniata in Polonia anche dagli avvenimenti degli anni ‘80. Gli accordi sociali firmati a Danzica, a Stettino . . . dai rappresentanti del mondo del lavoro e dai rappresentanti delle autorità, provano che la nazione polacca vuole essere sovrana nel suo Paese, per la cui permanenza sulla carta dell’Europa ha pagato con un’enorme ecatombe di vite umane. L’ha pagata, tra l’altro, con il sangue versato a Monte Cassino.

5. Per questo, quando sono venuti in Vaticano i rappresentanti di “Solidarnosc” nel gennaio del 1981, ho detto che “la Polonia ha diritto a un vero progresso, lo stesso diritto che ha ogni altra nazione; e, contemporaneamente, in un certo modo, ne ha un diritto particolare, perché pagato con le gravi prove della storia, e recentemente con le sofferenze della Seconda guerra mondiale”.

Parlando invece del processo di rinnovamento della nostra nazione ho detto allora: “Appunto tale modo di agire, libero dalla violenza e dalla prepotenza, che ricerca le soluzioni sulla via del dialogo reciproco e delle motivazioni fondamentali, e che tiene presente il bene comune, dà onore sia ai rappresentanti del mondo del lavoro come pure ai rappresentanti delle autorità statali della Polonia” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad syndicatus vulgo appellati "Solidarność" delegatos habita, die 15 ian. 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV/1 [1981] 86s.).

Della stessa questione parlavo anche durante l’ultimo viaggio in patria. Tra l’altro, durante l’incontro con le autorità polacche al Belvedere ho detto: “Non perdo la speranza che questo difficile momento possa diventare una via di rinnovamento sociale, l’inizio del quale è costituito dagli accordi sociali, stipulati dai rappresentanti delle autorità dello Stato con i rappresentanti del mondo del lavoro. E anche se la vita in patria sin dal 13 dicembre 1981 è stata sottoposta ai severi rigori dello stato di guerra, che dall’inizio dell’anno corrente venne sospeso, tuttavia non cesso di sperare che quella riforma sociale, molte volte annunciata, secondo i principi elaborati con tanta fatica nei giorni critici dell’agosto 1980, e contenuta negli accordi, verrà gradualmente attuata” (Eiusdem, Allocutio ad Poloniae publicas auctoritates habita, die 17 iun. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/1 [1983] 1526). E nell’omelia pronunciata allo stadio “X Anno” mi appellavo a un “ordine maturo della vita nazionale e di quella dello Stato, nella quale saranno rispettati i fondamentali diritti dell’uomo. Bisogna arrivare ad esso per la via del dialogo reciproco e dell’accordo, l’unica strada che consenta alla nazione di poter godere di pienezza nei diritti civici e di strutture sociali rispondenti alle sue giuste esigenze” (Ivi).

6. Tale ordine sociale, legato al profondo rispetto dei diritti della nazione e di tutti i diritti dell’uomo, trova le sue radici nella cultura cristiana alla quale la Polonia è legata sin dall’inizio della sua storia. Il monastero di Monte Cassino era ed è un simbolo dell’Europa cristiana. Lì san Benedetto poneva le basi della vita monastica. La regola di san Benedetto è diventata fonte e ispirazione per molti fondatori di ordini religiosi. Da Monte Cassino i benedettini andavano a predicare Gesù Cristo ai popoli dell’Europa che ancora non lo conoscevano. Portavano alla gente la verità su Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio” (cf. Gv 3, 16). I figli spirituali di san Benedetto hanno portato questa verità anche nella nostra patria.

Proprio loro sono stati i primi annunziatori nella nostra nazione, che è entrata nella famiglia delle nazioni europee mediante il Battesimo. Ricevendo il Battesimo la nostra patria è stata legata, per sempre, a Roma, alla Sede di Pietro e alla cultura cristiana europea. Così era durante il primo millennio nella nostra storia. Crediamo che sarà così anche durante i millenni successivi e che niente riuscirà a staccare la Polonia dalle fonti del cristianesimo e della cultura cristiana. Per le imperscrutabili vie della Provvidenza, Monte Cassino è stato liberato e conquistato dai soldati polacchi. Forse c’era in quella vittoria qualche missione profetica: così come il soldato polacco ha combattuto sanguinosamente per conquistare il monastero, con simile sforzo dovrà lottare la nazione per restare fedele alla cultura cristiana e agli ideali cristiani, e tale fedeltà esige grandi sacrifici, non inferiori alla conquista del colle del monastero.

Conservare l’identità culturale della nazione vuol dire conservare i suoi valori morali. Solo in base ad essi può svilupparsi il vero umanesimo, la dignità umana, la vera libertà. La nazione ha conservato, nonostante più di cento anni di schiavitù, la sua identità grazie alla propria cultura. Perché c’erano nella nazione persone come Massimiliano Kolbe, Ursula Ledóchowska, Raffaele Kalinowski, Alberto Chmielowski, persone che hanno aiutato la trasformazione interiore dell’uomo, la libertà interiore in base alla quale si sviluppava anche la coscienza nazionale. La cultura è costituita dalle opere letterarie, dalla pittura, dalla musica, dalle opere storiche. Ma la cultura è soprattutto l’uomo e come sarà l’uomo così sarà la nazione. Se sarà moralmente sano, se vivrà con Cristo, assolverà anche il suo compito o la sua vocazione in Polonia o all’estero, tramanderà alle generazioni successive la coscienza di appartenere alla nazione polacca, alla cultura polacca, così profondamente radicata nel cristianesimo.

L’indimenticabile primate della Polonia, il venerabile cardinale Stefan Wyszynski diceva: “La battaglia di Monte Cassino fu una lotta per i più alti e sommi valori che bisognava salvare per tutta la famiglia umana. Non dimentichiamo che quella fu la strada per Roma, per la città eterna, per la capitale della cultura cristiana e che bisognava riscattarla - pagandola con il sangue - quella strada della libertà e della cultura cristiana, per conservarla per i tempi a venire e i secoli futuri (Stephani Cardinalis Wyszyński, Homilia in Casinensi Monte habita, die 31 oct.  1964).

7. Dalle mura dell’abbazia, ricostruita sulla vetta di Monte Cassino, va verso tutta l’Europa - anche verso la nostra patria - l’“ora et labora” benedettino. E quindi il legame tra la cultura e il lavoro e tra il lavoro e la preghiera. Il mondo di oggi cerca di privare la cultura dei suoi valori sacri e di ridurre l’uomo al ruolo di uno strumento di produzione nel complesso sistema dell’economia moderna.

Parlando a Katowice ho detto: “Il lavoro è anche un obbligo dell’uomo: sia davanti a Dio come pure davanti agli uomini, sia davanti alla propria famiglia, sia davanti alla nazione, alla società alla quale appartiene. Mediante esso si formano la giustizia e l’amore sociale, se tutto il settore di lavoro è governato da un giusto ordine morale. Ma se manca quest’ordine, al posto della giustizia si introduce l’ingiustizia e al posto dell’amore l’odio” (Ioannis Pauli PP. II, Homilia in Katovicensi urbe habita, die 20 iun. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/1 [1983] 1608s.).

8. Nella storia della Seconda guerra mondiale, Monte Cassino è diventata una testimonianza dello sforzo del soldato polacco. Esso esprime il contributo di sangue polacco nella lotta per un’immagine cristiana dell’Europa, con un sistema che ha sostituito l’amore cristiano con il mito del potere, della sottomissione degli altri con la prepotenza, con il mito basato sull’odio dell’uomo verso l’altro uomo. Il soldato combatteva e moriva credendo che il suo sacrificio poneva le basi per l’edificazione di un mondo migliore, un mondo più umano. Combatteva per l’immagine cristiana della sua nazione, per il regno della giustizia e dell’amore nella nazione, perché regni l’ordine di Dio, l’unico che possa introdurre l’amore e la giustizia tra le persone e tra le nazioni.

E per questo, vicino alle tombe dei nostri soldati, preghiamo per un tale ordine per il nostro continente e per il mondo. Preghiamo per la pace, la cui condizione e l’arrestamento della corsa agli armamenti nucleari che portano in sé il germe di una gigantesca autodistruzione. Preghiamo per la pace la cui condizione è il rispetto dei diritti dell’uomo (cf. Ioannis XXIII, Pacem in Terris, 9.10.34.35.167; Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad Nationum Unitarum coetum generalem habita, 11. 12, die 2 oct. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2 [1979] 528. 529), il diritto alla verità, alla libertà, alla giustizia e all’amore.

Preghiamo per la pace, la cui condizione è il rispetto degli inalienabili diritti di ogni nazione nel continente europeo. Per queste cose preghiamo per l’intercessione di san Benedetto e dei santi Cirillo e Metodio, patroni dell’Europa. Preghiamo confidando nella protezione materna della Regina della Polonia e di tutto il mondo.

9. Davanti alle tombe degli eroici soldati ripetiamo l’antico versetto:

“Passante, di’ alla Polonia: qui giacciono i tuoi figli, fedeli alle tue leggi fino all’ultima ora”.

 Non c’è in quell’obbedienza qualche riflesso di Cristo che era obbediente fino alla morte, ed era una morte sulla croce? Per questo Dio lo ha posto al di sopra di tutto e gli ha dato il nome che e al di sopra di ogni altro nome (cf. Fil 2, 8-9).

Alla mia patria, all’Europa e al mondo, dalla vetta di Monte Cassino, auguro che vinca il nome di Cristo, lo spirito di Cristo che è spirito della verità. Che vinca il Vangelo d’amore e di pace.

Nello stesso tempo ciò significa la vittoria dell’uomo.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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