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VISITA PASTORALE A VITERBO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI GIOVANI

Piazza del Plebiscito
Domenica, 27 maggio 1984

 

Carissimi giovani!

1. L’ultimo incontro di questa giornata così intensa, l’incontro che conclude e, in certo senso, corona la significativa esperienza che mi è stato dato di vivere in questa vostra antica città, è quello con voi, ragazzi e ragazze di Viterbo e delle località vicine, che numerosi siete convenuti in questa piazza per testimoniare la vostra fede ed esprimere con suoni e con canti la gioia che portate nel cuore.

A voi il mio saluto cordiale! Un saluto che intende raggiungere altresì tutti i giovani vostri coetanei, anche quelli lontani dagli ideali che alimentano il vostro entusiasmo. Sappiano anch’essi che il Papa ha avuto per loro un pensiero affettuoso. Egli infatti è convinto che, pur in situazioni molto diverse, essi continuano a interrogarsi sul senso della loro esistenza e sulle scelte che potrebbero dare appagamento alle attese del loro cuore.

L’augurio che ad essi rivolgo è che non si stanchino di cercare, perché se sapranno perseverare con animo disponibile e aperto non mancheranno alla fine di incontrare la risposta convincente ed esaustiva. Questa risposta - voi che mi ascoltate lo sapete - è Cristo, Uomo-Dio, morto e risorto per la salvezza del mondo.

A voi, giovani credenti, spetta dunque il compito di recare ai vostri coetanei l’annuncio di Cristo, Verbo incarnato, nel quale soltanto trova piena luce il mistero dell’uomo. Egli che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente di uomo, ha agito con volontà di uomo, ha amato con cuore di uomo” (Gaudium et Spes, 22), sa risolvere in modo appagante i problemi che ci angustiano. Egli sa infondere nei nostri cuori le certezze capaci di orientare il cammino fra le vicissitudini della vita verso il traguardo definitivo che si profila all’orizzonte del tempo e che ha nome “vita eterna”.

2. Cristo è l’uomo nuovo, l’uomo perfetto. A voi il compito di farvene testimoni credibili con la parola e con l’esempio, perché anche ad altri cuori sia data la gioia dell’incontro risolutivo e beatificante con lui.

Giovani, siate testimoni della novità di Cristo innanzitutto nella vostra vita personale. Il Battesimo ha posto in voi il germe della vita stessa di Cristo. Capite che significa questo? Voi portate nell’anima la vita di un risorto. San Paolo trae la logica conseguenza: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio, pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3, 1-2).

Ecco, dunque: il cristiano è chiamato ad essere un uomo nuovo nel modo di pensare, nuovo nel modo di sentire, nuovo nel modo di comportarsi. In lui si deve affermare progressivamente un’armonia tra pensiero e azione, tra sentimento e istinto, tra spirito e carne, che susciti in quanti lo avvicinano la percezione della forza superiore che opera in lui. L’uomo di oggi, fiero degli straordinari progressi scientifici compiuti, è portato a tentare di risolvere i suoi problemi interiori mediante gli artifici tecnici di cui si serve per superare le difficoltà che incontra nel mondo esterno. E non s’accorge che, così facendo, non solo offende la propria dignità perché abbassa se stesso al rango di un oggetto manipolabile, ma si espone inoltre a pericolose illusioni circa la maturità personale raggiunta; crede di essere padrone di una sua situazione interiore, mentre è solo schiavo di un artificio, che, quando poi viene meno, lo lascia nell’esperienza bruciante della propria povertà morale. A voi giovani che avete la fede, l’ardua ma affascinante missione di proporre al mondo contemporaneo la testimonianza di quel che è un essere umano rinnovato interiormente dal Cristo risorto.

3. Essere nuovi dentro è il presupposto indispensabile per costruire un rapporto nuovo con gli altri. Ecco l’altro aspetto della novità cristiana: in un mondo che, quando non cede alla tentazione della violenza, non di rado assume a norma di condotta sociale una sorta di ragionato egoismo, non costituisce forse una proposta di rivoluzionaria novità quella di costruire i rapporti umani su di un sentimento disinteressato come è quello dell’amore? Eppure è proprio questo che Gesù ha chiesto a coloro che credono in lui. Non ha detto forse nell’ultima cena: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 13, 34)?

Ecco: un comandamento nuovo per una società nuova. Non deve quindi stupire che il papa Paolo VI abbia ricordato ai cristiani che essi sono impegnati a costruire la nuova “civiltà dell’amore”. E l’amore è rispetto, l’amore è comprensione, è simpatia, è condivisone. L’amore è farsi coinvolgere gli uni nella vicenda degli altri, così come avviene in una famiglia tra persone nelle cui vene scorre il medesimo sangue. E non è forse una famiglia quella di coloro che siedono alla stessa mensa eucaristica, per cibarsi del medesimo pane? San Paolo ha un’espressione molto forte al riguardo: “Poiché c’è un solo pane noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17).

“Un corpo solo”. Quanto siamo lontani da vaghe forme di filantropia o di semplice umanitarismo! Qui c’è l’affermazione di una solidarietà che affonda le radici in un’oggettiva comunione di vita fra coloro che, nell’Eucaristia, diventano tutt’uno col medesimo Cristo. Non ti puoi disinteressare di chi è parte di te: la solidarietà col fratello, più che un dovere, è ormai un’esigenza che ti si impone dal di dentro.

Il futuro dell’umanità sta nel segno di tale esigenza: la civiltà del futuro o sarà una civiltà dell’amore o non sarà.

4. V’è ancora un terzo aspetto della novità di Cristo, che voi giovani siete chiamati a testimoniare di fronte al mondo: è quello di un nuovo rapporto con l’ambiente naturale che vi circonda.

L’uomo, soprattutto in questo ultimo secolo, ha fatto un uso delle realtà terrestri che in non pochi casi si è dimostrato irresponsabile: sono molte ormai le voci che denunciano la “crisi ecologica”, da cui è oggi minacciata l’umanità. Occorre imparare a guardare alla natura con occhi nuovi.

Ebbene, chi può fare ciò meglio del cristiano, che dalla fede è guidato a scoprire nelle realtà del mondo l’opera sapiente e munifica del Creatore? Sole e stelle, acqua e aria, piante e animali sono doni con cui Dio ha reso confortevole e bella la dimora che nel suo amore ha preparato all’uomo sulla terra. Chi lo ha compreso non può non guardare con riverente riconoscenza alle creature della terra e trattarle con la responsabile attenzione che gli impone un doveroso riguardo verso il divino Donatore. C’è un passo di un documento conciliare che esprime molto bene tutto ciò: “Redento da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve e perciò ad esse guarda con animo riverente come se al presente uscissero dalle mani di Dio” (Gaudium et Spes, 37).

V’è di più: nel corpo glorioso del Redentore risorto il cristiano contempla gli elementi della terra elevati a una superiore condizione di incorruttibilità (cf. 1 Cor 15, 42-44), che è anticipazione di quei “cieli nuovi” e di quella “nuova terra” (cf. 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1), verso cui Dio conduce la storia. Come potrebbe il cristiano non sentirsi influenzato da una simile prospettiva nel quotidiano rapporto con le realtà terrestri che lo circondano?

Ecco, dunque, l’atteggiamento del credente: di fronte al creato egli ammira, ringrazia, loda; e, pur valendosi di ciò che il Creatore ha profuso nell’universo, non si abbandona a un uso dissennato delle risorse, né si lascia tentare da forme di arbitraria violenza verso i componenti di quel “regno animale”, al quale egli stesso, pur emergendone per la prerogativa dello spirito, nella dimensione corporea appartiene. Il mondo non è frutto del caso, ma opera sapiente di Dio. Esso inoltre è destinato a una misteriosa trasformazione finale che lo disporrà ad “entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (cf. Rm 8, 21). Occorre quindi procedere in modo da non sconvolgere il piano divino, rischiando di provocare conseguenze catastrofiche per l’umanità di oggi e, soprattutto, per quella di domani.

5. Carissimi giovani, ecco la mia consegna: siate testimoni del Cristo risorto nella novità della vostra vita personale, nella novità del vostro rapporto con gli altri, nella novità del rapporto con l’ambiente. Di una simile novità avete un modello affascinante in un figlio di questa vostra terra, un umile frate cappuccino, che io stesso ho avuto la gioia di iscrivere nell’albo dei santi: san Crispino. Conquistato da Cristo, egli seppe aprire il suo cuore alla forza vittoriosa della grazia, lasciandosene permeare in ogni manifestazione della propria esistenza, fino a diventare incarnazione vivente del Vangelo. Questo fu il segreto di quella letizia che, attraverso l’abituale sorriso irraggiante dal volto e le sapide battute che gli fiorivano sul labbro, raggiunse e confortò tanti cuori. Egli percorse ogni giorno, per lunghi anni, queste contrade, donando a tutti con la parola e con l’esempio conforto e speranza.

La sua testimonianza e quella degli altri vostri santi, in primo luogo di santa Rosa, rinsaldino la certezza che in ogni ora della vita, anche in quella più buia, è possibile attingere dalla fede la luce per non smarrirsi e la forza per non soccombere. Siate voi, giovani, gli araldi di questo messaggio di speranza!

Con la mia Benedizione!

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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