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VISITA PASTORALE A VITERBO
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLE SUORE RACCOLTE NEL SANTUARIO DI
SANTA ROSA
Domenica, 27 maggio 1984
1. Ringrazio innanzitutto monsignor vescovo per le calde e affettuose parole,
con le quali ha voluto introdurre questo nostro incontro, e voglio esprimere la
mia gioia profonda per essere qui tra voi, sorelle carissime, a ricordare, con
gratitudine a Dio, gli importanti anniversari di due grandi figure femminili che
hanno illustrato e illustrano, con il loro esempio di santità, la storia
viterbese: il 750° anniversario della nascita di Santa Rosa e il 400° della
nascita di santa Giacinta Marescotti.
Care religiose di vita contemplativa e di vita attiva qui presenti, quale più
bella occasione che questa della commemorazione delle due sante, per meditare
brevemente assieme, alla luce della loro testimonianza sempre attuale, il
significato e il valore della vocazione religiosa?
Pensare e ripensare con chiarezza a questo grande tema della vita cristiana non
è mai inutile, perché continuamente e direi quasi ogni giorno è necessario
difendere questo altissimo valore da una serie persistente di insidie, a volte
assai sottili, per mezzo delle quali lo spirito del male vorrebbe distruggerlo.
2. Santa Rosa e santa Giacinta, come del resto ogni anima che vuol seguire
veramente Cristo, soprattutto se si tratta di vita consacrata, ci insegnano, con
la loro vita, quella che potrei definire la “gioiosa serietà” dell’impegno che
si assume davanti a Dio quando si risponde alla sua chiamata: gioia, per la
consapevolezza dell’amore speciale del quale si è immeritatamente oggetto;
serietà, sapendo che tale chiamata coinvolge, concretamente, il senso totale
della nostra esistenza. La vocazione cristiana e battesimale e, ancor più,
quella religiosa, che ne è uno sviluppo, toccano l’intimo del nostro essere
davanti a Dio. Col nostro atteggiamento - positivo o negativo - davanti ad essa,
noi mettiamo in gioco il nostro destino eterno.
Ma ciò, che cosa suppone? Evidentemente la capacità di mettere la nostra
esistenza in rapporto con l’assoluto, con l’eterno, cioè - in definitiva - con
Dio; suppone, in altre parole, la capacità di scoprire a fondo quell’immagine di
Dio che è in noi e che anzi noi siamo. È solo cogliendo, con una speciale
attitudine all’ascolto, questa “scintilla” di eterno che c’è nel nostro spirito
- la chiamata divina - che noi, superando il caduco e il contingente, potremo
prendere quella decisione definitiva sul senso della nostra esistenza, decisione
che, come è un atto di fiducia nell’aiuto divino, così è anche il segno della
vera maturità umana. In questo libero vincolarsi per sempre a Dio - s’intende
dono un periodo di prudente verifica - noi raggiungiamo la vera libertà e
compiutezza della nostra personalità, in senso umano prima ancora che cristiano.
“Umanità matura, infatti - come dicevo nella mia enciclica Redemptor hominis (n.
21) -, significa pieno uso del dono della libertà... E questo dono trova la sua
piena realizzazione nella donazione senza riserve di tutta la persona umana
creata, in spirito di amore nuziale a Cristo” e, attraverso Cristo, all’intera
umanità.
3. Una delle cause della scarsità di vocazioni e delle stesse defezioni, è il
timore di prendere decisioni definitive e vincolanti circa l’orientamento di
fondo della nostra vita.
Santa Rosa e santa Giacinta - come pure la beata Gabriella Sagheddu, i cui resti
mortali sono custoditi in uno dei vostri monasteri, quello di Vitorchiano - ci
ricordano col loro fulgido esempio la necessità di avere la forza di superare
tale timore che proviene dall’elemento di incertezza proprio della nostra
esistenza e di affermare, con coraggiosa umiltà, la dignità del nostro essere di
chiamati alla vita eterna, e quindi a decisioni irrevocabili. È questa la via
per realizzare veramente la propria personalità umana e cristiana.
4. In santa Rosa vediamo l’esempio di questa generosa e totale adesione alla
chiamata divina. Nella sua pur breve esistenza, l’eroica convinzione con la
quale essa seppe accogliere nella sua vita la parola di Dio ci rende consapevoli
del grado e dell’intensità con cui visse la sua fedeltà incondizionata a Dio.
Ammirevole è in questa giovane la professione pubblica della sua fede: un
atteggiamento che denota in lei quella dedizione al bene comune della società e
della Chiesa, che costituisce una delle componenti essenziali dell’amore
cristiano verso il prossimo, fondato, come sappiamo, sull’ascolto e la pratica
della volontà divina. È infatti dalla sua intimità con Cristo Signore, e dalla
disponibilità al suo Spirito, che Rosa trasse quella mirabile sapienza e
fortezza, che le consentirono di svolgere il suo apostolato, nonostante le
difficoltà e le opposizioni che essa incontrò.
Per questi motivi, pur nella profonda mutazione dei tempi, è importante punto di
riferimento per tutte le giovani e le donne cristiane che vogliono realizzare in
pienezza e con vera libertà la dimensione sociale ed ecclesiale della loro
personalità.
5. In santa Giacinta, poi, in modo particolare, vediamo l’esempio di come la
fedeltà all’assoluto divino, propria della consacrazione religiosa, richieda
sempre il mutuo sostegno che devono prestarsi il momento della contemplazione e
quello dell’azione come componenti di un unico movimento che è cammino verso il
regno di Dio e progresso nella santità.
Non cedete mai alla tentazione di separare e contrapporre tra loro quei due
momenti, né di sottolineare l’uno a scapito dell’altro, ma invece impegnatevi
continuamente, nel vostro pensiero e nella pratica di vita, a unirli
strettamente tra loro pur nella necessaria distinzione.
L’esempio di santa Giacinta è un invito per tutte voi, care sorelle monache e
suore, ad approfondire i legami spirituali che intercorrono tra le vostre
rispettive vocazioni - contemplativa e attiva - nel rispetto e nella fedeltà
assoluta al carisma specifico che il Signore vi ha dato. Uno scambio più intenso
tra voi, realizzato in questo spirito, non potrà che perfezionare il vostro
cammino religioso e render più fecondo il vostro servizio ai fratelli.
I monasteri sapranno cogliere meglio la loro inserzione nel tessuto sociale ed
ecclesiale nel quale vivono e quindi meglio corrispondere, secondo i loro
compiti specifici, alle attese spirituali dei fratelli. Le comunità di vita
attiva, dal canto loro, potranno comprendere meglio come il segreto della vera
efficacia apostolica e missionaria si trova nella capacità di realizzare, nel
corso della giornata, un adeguato spazio di preghiera e di intimo e filiale
colloquio col Signore.
6. Ecco, care sorelle, i pensieri che questa felice occasione ha fatto sorgere
nel mio animo. Mettetevi alla scuola dei santi con decisione e fiducia.
Certamente, dovete saper cogliere la sostanza del loro insegnamento, al di là
degli aspetti caduchi, presentandola con un linguaggio comprensibile agli uomini
di oggi e applicandola alle necessità proprie del nostro tempo.
Con tali fervidi auspici, vi saluto tutte cordialmente, ricordando in modo
speciale le anziane, le ammalate, le sofferenti, coloro che hanno faticato a
lungo nella vigna del Signore. A tutte, nel nome della beatissima Vergine, va il
mio augurio di continuo progresso nella sequela di Cristo.
Il fatto che in questo santuario siano conservate le spoglie mortali di Mario
Fani, appartenente a quel gruppo di laici dal cui entusiasmo apostolico nacque
l’Azione cattolica italiana, mi induce a chiedervi di pregare perché l’impegno
di testimonianza cristiana continui a trovare nel Viterbese cuori generosi di
giovani e di adulti disposti a spendersi coraggiosamente per l’avvento del regno
di Cristo nel mondo d’oggi.
Nell’invocare su di voi la protezione della Vergine santissima, di cuore vi
benedico.
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Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana
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