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VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA E IN PIEMONTE

CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLE AUTORITÀ E AI CITTADINI

Milano - Domenica, 4 novembre 1984

 

1. Eccomi nuovamente fra voi, carissimi milanesi, a poco più di un anno dalla mia precedente visita. Allora mi portò in questa città la celebrazione del XX Congresso eucaristico nazionale. Oggi a guidare i miei passi verso di voi è il ricordo di un santo, che grande traccia di sé ha lasciato nella vostra terra e non in essa soltanto: san Carlo Borromeo. Nel suo nome vi rivolgo il mio saluto cordiale.

Ho ascoltato con deferente attenzione le nobili parole con cui il signor presidente del Consiglio, onorevole Craxi, ha voluto recarmi il saluto del presidente della Repubblica italiana e del governo, e quelle, pure molto elevate, che il signor presidente della regione e il signor sindaco mi hanno rivolto a nome della cittadinanza, interpretandone attese, ansie, speranze. Desidero esprimere loro la mia gratitudine per questo gesto cortese, nel quale mi piace ravvisare una significativa conferma della volontà di leale collaborazione che, in un momento particolarmente importante della vita della nazione, ispira i reciproci rapporti tra lo Stato e la Chiesa in Italia.

Il mio saluto riconoscente si estende altresì all’attuale successore di san Carlo, il caro cardinale Carlo Maria Martini, al clero diocesano e religioso che lo circonda, alle autorità civili e militari e alle altre personalità che con la loro gradita presenza hanno voluto rendere più solenne e festoso questo incontro.

Un saluto, infine, particolarmente caldo e affettuoso rivolgo a quanti non hanno potuto essere oggi qui con noi: coloro cioè che dalla malattia, dalla vecchiaia o da altro impedimento sono stati trattenuti forzatamente lontani da questo luogo, che è testimone della gioia del nostro incontro. Sappiano che nel cuore del Papa v’è posto, anzi un posto privilegiato, anche per loro.

2. Carissimi milanesi, lo stupendo spettacolo che questa piazza gremita offre mi riporta col pensiero all’accoglienza trionfale che Milano tributò a san Carlo, il giorno in cui giunse in città per assumere il governo pastorale della diocesi. Vi accenna egli stesso in una lettera al vescovo di Como: “Avvicinandomi a Milano - egli scrive - ho incontrato una folla innumerevole quasi senza interruzione di cittadini di tutti gli ordini . . . Domenica sera, giorno 23, dopo i Vespri, entrai solennemente in Milano, come era stato deciso: fui ricevuto con tutti gli onori possibili; l’immenso concorso e la grande venerazione di tutto il popolo mi hanno reso felice al di sopra di tutte le espressioni”.

Si suggellò in quel giorno un legame d’affetto tra popolo e pastore che gli anni avrebbero sempre maggiormente rinsaldato: i milanesi veneravano, ascoltavano e seguivano il loro arcivescovo; questi, per parte sua, amava la città (egli si rivolgeva ad essa con l’affettuosa apostrofe: “Milano mia!”), e spendeva per essa energie e sostanze in una dedizione senza riserve, che toccò i vertici dell’eroismo durante i mesi terribili della peste e culminò nella decisione di sobbarcarsi, ormai mortalmente malato, ai rischi di un viaggio faticoso, pur di giungere a chiudere gli occhi accanto ai suoi figli più cari.

3. Fu quest’amore profondo e virile a ispirare le parole e i gesti, che san Carlo profuse in quasi vent’anni di servizio pastorale in questa antica e gloriosa Chiesa milanese. I problemi, anche allora, erano tanti. Il popolo, spogliato dagli eserciti di nazioni straniere, immiserito dalle pestilenze e dalle carestie, oppresso non di rado da una nobiltà corrotta e prepotente, viveva anni difficili. In particolare, tutt’altro che buone erano le sue condizioni religiose e morali, a motivo dello stato di cronico abbandono in cui lo aveva lasciato la negligenza di pastori, noncuranti.

Questa situazione san Carlo affrontò con coraggiosa determinazione, fidando in Dio e in quella che il suo primo biografo qualifica “Mediolanensium proclivis ad virtutem natura”, “la naturale propensione dei milanesi verso la virtù” (C. Bascapè, De vita et rebus gestis Caroli Card. S. Praxedis, Archiepiscopi Mediolani, p. 48). Gli eventi, com’è noto, gli dettero ragione. Milano diventò, in breve volgere di anni, il luminoso punto di riferimento a cui si guardava da ogni parte d’Italia e d’Europa, per trarre indicazioni e orientamenti in quel generale impegno di rinnovamento religioso, che il Concilio di Trento aveva provvidenzialmente suscitato. Si attuava così il programma che il lungimirante pastore si era prefisso fin dall’inizio del suo ministero e che, un giorno, aveva messo anche per iscritto in una sua lettera ai fedeli: “Milano ha l’obbligo di precedere tutti nelle opere di devozione e di pietà, perché sono antiche le sue origini cristiane. E poiché essa è una metropoli, cioè una Chiesa madre di Chiesa, è suo dovere dare a tutta la sua provincia un chiaro esempio di vita cristiana da imitare”.

4. Carissimi fratelli e sorelle, quale monito per la Milano di oggi v’è in queste parole del vostro grande arcivescovo e santo patrono! Essere “un chiaro esempio di vita cristiana”, a cui anche altre città possano ispirarsi per trarne conforto e incitamento. Certo, a Milano oggi da molte parti si guarda per i traguardi che la città ha raggiunto nei vari campi dell’umano progresso. Milano, centro pulsante di febbrile lavoro, nodo vivace di scambi commerciali, punto di incontro di fermenti culturali di ogni genere, assurge quasi a simbolo di ciò che è chiamata ad essere una città moderna.

Ma può dirsi ancora che Milano sia “un chiaro esempio di vita cristiana”? Questo è l’interrogativo che san Carlo oggi vi pone, o milanesi. Non per contestare, badate, le conquiste della vita moderna, almeno in ciò che esse hanno di autenticamente umano. Il Borromeo, voi lo sapete, fu magnanimo protettore delle scienze e delle arti, fu munifico mecenate di poeti, di pittori, di musicisti, fu costruttore instancabile di opere insigni per bellezza architettonica e per destinazione culturale e umanitaria.

Con quel suo monito il vostro grande arcivescovo pone semplicemente la questione del senso ultimo di tutto ciò che l’uomo s’affanna a costruire sulla terra. Egli ci ricorda che l’essere umano non si esaurisce nel limitato orizzonte del tempo, ma con insopprimibile anelito si spinge a cercare il proprio compimento nelle trascendenti realtà dell’eterno. E ci invita, di conseguenza, a non smarrire questa prospettiva ultima che, sola, può dare la risposta appagante agli interrogativi del cuore. Ci invita a recuperare, con gioia ogni giorno rinnovata, le luminose certezze della fede, per trarne il criterio di una vita coerentemente ispirata alla parola e all’esempio di Cristo, giacché “non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo avere salvezza” (At 4, 12).

La fede come stella polare del cammino dell’uomo sulla terra, ecco il messaggio che san Carlo consegnò un giorno ai vostri antenati, facendone un popolo ordinato e forte, un popolo laborioso e buono, un popolo fiducioso nei valori della terra, perché cosciente dei valori del cielo. Questo messaggio san Carlo ripete a voi, oggi. Sappiatelo ascoltare. Avrete su di voi la benedizione del vostro grande patrono, che con la sua intercessione continuerà ad essere accanto a voi e ai vostri figli, per ottenere a tutti serena concordia e pace operosa in un contesto sociale reso sempre più umano dall’azione vivificatrice del fermento cristiano.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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