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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
A MAR DENKHA IV, PATRIARCA DELLA
CHIESA ASSIRA D'ORIENTE

Giovedì, 8 novembre 1984

 

Vostra santità,

l’amore che unisce tutti i discepoli di Cristo vi ha spinto a rendere visita alla Chiesa di Roma e al suo Pastore. Non ho dimenticato che voi eravate presente alla messa inaugurale del mio ministero di Vescovo di Roma. Vi rivolgo oggi un cordiale benvenuto.

Dopo lunghi secoli di separazione le nostre Chiese si stanno riavvicinando, perché “il Signore dei secoli, il quale con sapienza e pazienza persegue il disegno della sua grazia verso di noi peccatori, in questi ultimi tempi ha incominciato ad effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unione” (Unitatis Redintegratio, 1). È in lui, l’unico Signore di tutti, che noi poniamo la nostra speranza di poter vedere un giorno ristabilita la piena comunione tra di noi.

La vostra Chiesa, fondata nell’antica Mesopotamia, si è radicata nella rivelazione biblica ed è annoverata tra le più antiche Chiese d’Oriente. I tesori di fede che abbiamo in comune sono tali che ciò che già ci unisce è più forte e più grande di ciò che ancora di separa. Ma è necessario chiarire le incomprensioni e infine risolvere le differenze che potrebbero ancora permanere tra di noi. Facendo questo, possiamo avanzare verso la piena comunione, e così lavorare perché attraverso la fervente preghiera e il dialogo fraterno, noi possiamo rispondere al desiderio di Cristo, che così pregava: “Che tutti siano una sola cosa... perché il mondo creda” (Gv 17, 21).

So che in molti luoghi il clero e i fedeli delle nostre Chiese vivono in amichevole armonia, cercando, in condizioni talvolta difficili, di rendere testimonianza comune al Vangelo di Cristo. Voi avete in comune con i cattolici del Patriarcato caldeo una prestigiosa storia missionaria, la testimonianza e l’insegnamento di numerosi santi, il coraggioso esempio di molti martiri e un ricco patrimonio teologico, liturgico e spirituale. Mio desiderio è che un’eredità come questa possa essere per tutti un invito continuo a pregare e a lavorare affinché l’unità visibile del corpo di Cristo possa essere ristabilita. Al fine di contribuire a questo grande proposito, i pastori e i fedeli sono chiamati a una costante conversione del cuore, perché ogni Chiesa porti la forza della sua carità e la ricchezza del suo patrimonio all’edificazione dell’unica Chiesa di Dio.

Vostra santità viene da una regione dove una terribile guerra ha per molti anni gettato il popolo nella sofferenza e nel dolore. Non cesso di essere preoccupato per questa tragedia, e vi assicuro che la Sede apostolica sta usando tutti i mezzi a sua disposizione al fine di contribuire ad un rapido ristabilimento della pace. Con voi chiedo al Signore di suscitare tra i fedeli delle nostre Chiese e tra tutti gli uomini di buona volontà degli operatori di pace, affinché ovunque nel mondo l’umanità possa vivere nella pace e nella dignità.

Prego anche gli apostoli Pietro e Paolo, che voi siete venuti a venerare a Roma, perché per loro intercessione il Signore effonda le sue abbondanti benedizioni su di voi e su tutto il popolo affidato alla vostra cura pastorale.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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