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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DEL COMITATO ESECUTIVO
DELLA «CARITAS INTERNATIONALIS»

Lunedì, 12 novembre 1984

 

Signor cardinale,
cari fratelli e sorelle
.

1. È certamente una gioia per il Papa, ma anche per la Chiesa, “sacramento dell’amore di Dio” verso l’umanità, vedere un gran numero di delegati della Caritas Internationalis fraternamente riuniti al fine di promuovere il servizio evangelico ai più bisognosi, ai “più piccoli”. Siate tutti benvenuti! Mi felicito con tutti voi e con coloro che voi rappresentate per il buon lavoro compiuto, garanzia di nuove vittorie dello spirito di solidarietà sul possesso egoistico o il timore di non avere a sufficienza. Voi troverete del tutto naturale che io saluti in modo particolare il cardinale Alexandre do Nascimento, vostro presidente - di recente predicatore apprezzato agli esercizi spirituali in Vaticano - e anche il vostro segretario generale, così devoto e competente, monsignor Gerhard Meier.

2. L’anno scorso, in occasione della XII assemblea generale, avevo sottolineato e stimolato il vostro lavoro di animazione delle comunità locali volto a far sì che i più poveri divengano a poco a poco gli artefici della loro stessa crescita. Voi ne siete persuasi e, tuttavia, è assolutamente fondamentale convincerci tutti che una comunità caritativa, parrocchiale, diocesana o nazionale, deve aprire gli occhi e aprire quelli dei suoi fratelli e sorelle nel bisogno, sui loro diritti a vivere degnamente, umanamente, sul piano personale, culturale, familiare, economico, civile, ma anche sui loro diritti ad uno sviluppo spirituale e ai mezzi per farlo progredire. La parola del Signore deve conservare la sua freschezza e la sua urgenza nello spirito e nel cuore di ogni uomo e donna impegnati nella Caritas Internationalis: “L’uomo non vive di solo pane” (Mt 4, 4). Questa convinzione ci renderà capaci di spronare ancor di più coloro, uomini e donne, che bussano alla porta della Caritas, ad impegnare le loro risorse di intelligenza, di cuore, di forza fisica, che essi pensano forse esaurite tanto la miseria materiale e la sofferenza morale le hanno come inibite. In una parola, il vostro lavoro caritativo è sia d’ordine spirituale che materiale. Deve promuovere la persona tutta intera.

3. Questi propositi mi inducono a incoraggiarvi a operare mantenendo legami ben ponderati e rafforzati con la pastorale del vescovo della diocesi e il suo consiglio, con la pastorale delle vostre rispettive conferenze episcopali e anche in comunione salutare con l’organismo romano di “Cor Unum”. L’azione della Caritas Internationalis e di ogni organismo caritativo guadagnerà - in ampiezza di vedute, in efficacia concreta, in vigore di testimonianza evangelica - ad essere pensato e attuato dai membri, o almeno dai delegati debitamente scelti, di tutte le forze apostoliche di una diocesi, di una regione, di un Paese; laicato e clero, congregazioni religiose e movimenti cristiani di adulti e anche di giovani. È insieme che tutti questi delegati e animatori rileveranno meglio le trasformazioni da effettuare nella società in genere e in un certo Paese in particolare. È insieme che essi aiuteranno i loro fratelli e sorelle privi del necessario, non informati o mal informati dei loro diritti ad una vita dignitosa, poco fiduciosi nelle loro possibilità individuali e di gruppo, ad accedere ai beni che costruiscono la persona umana e la società: il rispetto, la sanità, l’istruzione, la famiglia, il lavoro, i diritti civili, la libertà religiosa, eccetera, li aiuteranno, dunque, a contribuire a queste conquiste.

 4. Certamente, c’è sempre da fare per convertire il proprio spirito e il proprio cuore, e quelli degli altri, a questa crescente solidarietà concreta con i diseredati, perché essi accedano sia ad un indispensabile “avere” che a un “essere”. La sorgente di questa conversione è nella frequentazione assidua di Dio amore. Senza di lui, è possibile costruire il regno di giustizia e di pace? È il Signore - la cui tenerezza e pietà si sono manifestate luminosamente in Gesù Cristo - che ci può comunicare, come trasfondendocelo, questo amore preferenziale per i “più piccoli”. Ciò è evidente se si considera attentamente la vita degli araldi della carità. Pensate soltanto a san Vincenzo de’ Paoli! I poveri hanno bisogno di sentire che, attraverso di noi, è Dio che li ama!

5. Incontrandovi, un anno e mezzo fa, ero stato molto felice di apprendere che voi avevate fatto convergere gli sforzi della Caritas Internationalis in direzione di tre settori ben importanti: la calamità della fame nel mondo, dovuta a cause naturali ma anche a scelte economiche cieche ed egoiste) la situazione molto spesso drammatica di milioni di rifugiati, obbligati a lasciare i loro Paesi a causa di catastrofi improvvise e - forse, peggio ancora - a causa della violenza di gruppi armati o di regimi economici insopportabili; infine l’urbanizzazione massiva, in seguito all’esodo rurale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Ancora una volta, mi felicito calorosamente con voi.

6. In tutto questo vi è impossibile agire da soli. Il vostro lavoro esige una concertazione con altri organismi. La vostra missione specifica è quella di far risuonare nell’adeguata tonalità l’amore di Cristo, di accreditare con pazienza e convinzione soluzioni di giustizia e fraternità che favoriscano il progresso. Esse sono soluzioni certamente più costruttive delle tentazioni della violenza. Considerate anche le vostre possibilità di agire non soltanto alla base, ma di fare intendere la voce e i bisogni dei poveri al livello delle massime istanze internazionali, come le Nazioni Unite, per esempio.

7. Noi viviamo, cari fratelli e sorelle, in un’epoca in cui purtroppo vengono privilegiati, da parte di molti responsabili, gli equilibri strategici, piuttosto che le istanze della giustizia e dello sviluppo. Agli alti livelli a cui alcuni di voi hanno accesso, lavorate anche per la conversione degli spiriti e dei cuori. Speriamo, con la speranza che è dono del Signore, speriamo tutti, malgrado tante situazioni preoccupanti e malgrado notizie scoraggianti dal punto di vista umano, che la carità abbia la meglio, con iniziative perseveranti, sugli egoismi individuali o nazionali. La Caritas Internationalis, senza nascondere né togliere niente della sua identità ecclesiale, che la pone come organismo non governativo, gode di un grande prestigio negli ambienti internazionali. Non dico questo perché ciò sia per noi motivo di vanagloria, ma per stimolare tutti ad investire insieme i nostri talenti e soprattutto il nostro cuore in un’opera che contribuisce certamente all’avvento della civiltà dell’amore, la sola degna dell’uomo, creata a immagine di Dio e di tutte le generazioni umane che si succedono. Permettetemi di aggiungere ancora qualche parola che mi sta particolarmente a cuore. So che la Caritas Internationalis si sforza di portare soccorso alle popolazioni etiopi, vittime della carestia causata dalla siccità e dell’esodo dovuto alla mancanza di sicurezza. Pensando alle parole ben note dell’apostolo Paolo: “Chi è debole, che anch’io non lo sia?” (2 Cor 11, 29), oso dire: come può un popolo essere in difficoltà senza che anch’io ne sia afflitto? Tutti noi qui presenti soffriamo nel sapere gli etiopi in una situazione disperata. È per questo che io incoraggio molto vivamente la Caritas Internationalis a fare tutto il possibile per alleviare le difficoltà delle popolazioni etiopi. Ed estendo il mio appello a tutti gli uomini di buona volontà perché vengano in aiuto a questa situazione umana che sta diventando drammatica. È con questi sentimenti che provo una grande gioia nel benedire voi e coloro che voi rappresentate nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito Santo.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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