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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DEL
 SEGRETARIATO PER L'UNIONE DEI CRISTIANI

Venerdì, 16 novembre 1984

 

Cari fratelli e sorelle in Cristo.

Sono particolarmente lieto di dare oggi il benvenuto a voi, membri, consultori e personale del Segretariato per l’unione dei cristiani. Ne sono lieto perché mi dà l’opportunità di salutare alcuni nuovi membri, vescovi diocesani di diverse parti del mondo che volentieri sono convenuti qui nell’esercizio delle loro responsabilità collegiali, per assistere la Santa Sede nella sua unità universale. Ne sono lieto perché il mio incontro con voi avviene a pochi giorni dal ventesimo anniversario della promulgazione da parte del Concilio Vaticano II della sua costituzione dogmatica sulla Chiesa e del suo decreto sull’ecumenismo, documenti basilari che costituiscono, per così dire, la “magna charta” del vostro particolare servizio alla Chiesa. E ne sono lieto perché durante questa settimana voi state esaminando le dimensioni ecumeniche del nuovo Codice di diritto canonico.

Nella Costituzione Apostolica sul nuovo Codice, la Sacrae disciplinae leges, ho parlato di esso come di un “grande sforzo per tradurre . . . l’insegnamento ecclesiologico conciliare in termini canonici” e come di “un complemento all’insegnamento autentico proposto dal Concilio Vaticano II”. Nell’elencare gli elementi che caratterizzano la vera e autentica immagine della Chiesa, ho voluto menzionare “l’impegno della Chiesa per l’ecumenismo”.

Un canone è di particolare importanza a questo proposito. Facendo eco a una fondamentale preoccupazione della Unitatis Redintegratio, esso afferma senza ambiguità: “Spetta in modo particolare all’intero collegio dei vescovi e alla Sede apostolica promuovere e guidare tra i cattolici il movimento ecumenico, il cui fine è di ristabilire quell’unità tra tutti i cristiani, che, per volontà di Cristo, la Chiesa deve promuovere” (CIC, can. 755,  § 1).

La promulgazione del Codice, un’opera preparata così attentamente e sulla quale si è discusso per molti anni, è un esempio del modo in cui la nostra fedeltà al Vangelo e al mistero della Chiesa deve condurci dalle parole ai fatti. Inevitabilmente il Codice è breve e succinto, ma nella sua applicazione alla vita pastorale deve essere inteso come “un mezzo efficace perché la Chiesa possa progredire, conforme allo spirito del Concilio Vaticano II” (Ioannis Pauli PP. II, Sacrae disciplinae leges). È stato vostro compito in questi giorni riflettere ulteriormente sui molti modi in cui le implicazioni ecumeniche di questa “legge del Concilio” possano e debbano trovare espressione pratica nella vita quotidiana della Chiesa.

Alcuni mesi fa ne abbiamo avuto uno straordinario esempio. Durante la visita del patriarca siriano ortodosso Moran Mar Ignatius Zakka Iwas nel giugno scorso, siamo stati felici di firmare una dichiarazione comune. In essa, come risultato di un lungo e attento dialogo, abbiamo potuto professare la nostra unica fede nel mistero del Verbo incarnato. Abbiamo inoltre dato espressione pratica di questa fede comune autorizzando una stretta collaborazione pastorale tra le nostre Chiese e anche l’amministrazione dei sacramenti a quei membri di entrambe le Chiese che non hanno accesso ai loro sacerdoti. Questa non è ancora quella comunione completa che noi desideriamo ardentemente, ma già dà più piena espressione nelle opere alla crescente comunione che già esiste tra di noi.

Ma, come questo esempio mostra, le parole possono condurre ai fatti soltanto nella misura in cui noi siamo realmente una cosa sola nella fede che professiamo. È per questa ragione che sono tanto importanti i molti dialoghi nei quali la Chiesa cattolica è ora impegnata mediante il lavoro del vostro Segretariato e dei suoi generosi collaboratori. Questi dialoghi sono troppo numerosi perché io li elenchi in questa breve allocuzione. Devo però esprimere la mia soddisfazione che si sia iniziato un dialogo ufficiale con l’Unione mondiale battista.

I molti temi del nostro dialogo di fede con le Chiese ortodosse si riferiscono al mistero della Chiesa e ai sacramenti. In relazione del progresso di questo dialogo sono stato particolarmente felice, durante la mia visita in Svizzera di quest’anno, di visitare il Centro ortodosso del Patriarcato ecumenico di Chambésy. La mia visita è stata necessariamente breve ma, nel cordiale benvenuto che ho ricevuto, ho potuto rivivere qualcosa dell’esperienza della mia visita al Patriarcato ecumenico di cinque anni fa, un’esperienza che è stata rinnovata e approfondita dagli annuali scambi di visite tra Roma e Costantinopoli nelle solennità dei santi apostoli nostri patroni.

È particolarmente incoraggiante vedere che molti altri dialoghi sono ora arrivati, ognuno a suo modo, a un punto nel quale il loro tema principale è il mistero della Chiesa stessa; così la dottrina che sta al cuore dell’insegnamento del Concilio è oggi al cuore del dialogo ecumenico. Questo è vero, per esempio, della nuova fase del dialogo con la Comunione anglicana, che ha avuto un buon inizio, proprio mentre il rapporto finale della precedente commissione è oggetto di studio prolungato e di valutazione, secondo le rispettive procedure delle nostre due comunioni.

Come sapete, durante la mia visita in Svizzera ho avuto un incontro di grande importanza al Centro ecumenico del Consiglio mondiale delle Chiese e lì, in un clima di preghiera, ho potuto parlare ancora una volta dell’impegno della Chiesa cattolica nel lavoro per l’unità. Ho potuto inoltre parlare col personale dei vari stadi pratici nei quali la nostra crescente collaborazione sta sempre più trovando espressione, sia nel campo del dialogo teologico multilaterale che nell’ambito della cooperazione per dare risposta agli innumerevoli bisogni di un’umanità dolorosamente divisa. Tale incontro, come i numerosi incontri ecumenici che sono parte importante dei miei viaggi apostolici, è stato realmente un incoraggiamento e una gioia.

Così le nostre parole stanno cominciando a tradursi in fatti. I nostri dialoghi e gli altri contatti sono finalizzati a condurre, nella verità e nell’amore, a profondi cambiamenti di relazioni con i nostri fratelli cristiani, e io ringrazio Dio perché, per sua grazia, tali cambiamenti stanno ora cominciando a divenire manifesti. Ma non dobbiamo essere troppo soddisfatti di ciò; tale cambiamento di relazioni non dev’essere confinato a una semplice questione di mutue cortesie che non tiene conto delle serie difficoltà che ancora rimangono da affrontare. Ciò ci deve condurre a una collaborazione che ci renda capaci di proclamare con un solo cuore e un’anima sola la parola di Dio, una collaborazione che, noi speriamo, ci condurrà, mentre progredisce, a quella pienezza di comunione nella fede e nella carità che è volontà di Dio e che noi desideriamo.

Per questa ragione noi che siamo vescovi abbiamo la grave responsabilità di promuovere il desiderio dell’unità tra i fedeli che sono affidati alla nostra sollecitudine. L’attento e sensibile utilizzo del nuovo Codice di diritto canonico, con la sua costante sottolineatura dell’importanza della comunione ecclesiale, deve essere uno strumento fondamentale per intensificare quello “spirito del Concilio” che dovrebbe caratterizzare ovunque i cattolici. Nella vostra collaborazione con la Sede apostolica mediante il vostro lavoro nel Segretariato per l’unione dei cristiani e nel vostro lavoro di pastori delle vostre diocesi e di membri delle conferenze episcopali, vi esorto a proseguire questo grande lavoro con coraggio e fedeltà, perché questi sono gli elementi reali dell’autentica prudenza pastorale. San Paolo dice a tutti, non soltanto “vigilate”, ma anche “state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Tutto si faccia tra voi nella carità” (1 Cor 16, 13-14). Mentre il canone che ho già citato dice: “Spetta ai vescovi, e, in accordo con la legge, alle conferenze episcopali, promuovere questa stessa unità e, secondo i vari bisogni e le opportunità delle circostanze, emettere norme pratiche che concordino con i provvedimenti formulati dalla suprema autorità della Chiesa” (CIC, can. 755, § 2).

Ricordando ancora una volta il ventesimo anniversario del decreto conciliare sull’ecumenismo, un decreto che è ancora più significativo per noi dopo la ricca esperienza ventennale di nuovi rapporti con i nostri fratelli cristiani, un decreto che ci sfida costantemente a un’azione nuova e sempre più vigorosa ad ogni livello della vita della Chiesa, vi ringrazio ancora una volta per la vostra partecipazione a questa assemblea plenaria. Chiedo al Dio dell’unità di benedire voi e tutti coloro che collaborano con voi e con il Segretariato nell’opera di ristabilimento dell’unità tra tutti i cristiani: un compito che “per volontà di Cristo, la Chiesa deve promuovere” (CIC, can. 755, § 1).

Vi assista Maria, Madre del Verbo incarnato di Dio, a indirizzare tutte le vostre attività a gloria della santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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