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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALLA ASSEMBLEA PLENARIA DELLA
PONTIFICIA COMMISSIONE «IUSTITIA ET PAX»

Venerdì, 30 novembre 1984

 

Signor cardinale,
cari fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle.

1. Parecchi organismi della Santa Sede hanno tenuto in questi tempi la loro assemblea generale, e io sono sempre felice di riceverne i partecipanti, perché si tratta di cooperatori qualificati della mia missione universale. Oggi mi è dato incontrare tutti i membri della Pontificia commissione “Iustitia et pax” e coloro che lavorano quotidianamente nella sua sede romana. La sua istituzione risale al 1967 e io so che questo organismo ha tenuto regolarmente la sua riunione plenaria. Ma quest’anno mi trovo in presenza di un gran numero di nuovi membri che io accolgo con i miei auguri più cordiali.

Saluto innanzitutto il nuovo presidente, che ringrazio per le sue amabili parole. Caro cardinale Etchegaray, le sue responsabilità a Marsiglia, in Francia, in Europa, e i suoi viaggi nei diversi continenti l’hanno preparata ad essere in ascolto delle situazioni umane dove la pace, la giustizia, la libertà sono in gioco. Con i suoi collaboratori e collaboratrici, lei compirà qui un nuovo servizio, al cuore della Chiesa universale, perché la Chiesa testimoni sempre meglio, e nel suo modo particolare, il suo desiderio di promozione umana e perché porti un effettivo contributo.

Do il benvenuto anche a voi tutti, nuovi membri designati, che avete generosamente risposto al mio invito a mettervi, per un periodo di cinque anni, al servizio della Chiesa negli ambiti della giustizia e della pace sul piano universale. È un autentico impegno quello che vi è domandato. Voi venite da tutti i continenti e da numerosi settori di attività; rappresentate esperienze diverse di responsabilità professionali ed ecclesiali complementari. La varietà dei vostri talenti e delle vostre competenze, la vostra ferma risoluzione di migliorare la sorte dei vostri fratelli e sorelle, secondo le vostre convinzioni di fede e di carità cristiane, permetteranno di arricchire gli scambi di idee e le proposizioni che elaborerete con i responsabili e i collaboratori permanenti della Commissione. I miei fratelli nell’episcopato porteranno a questa impresa la saggezza, il dinamismo e la prospettiva di pastori delle Chiese particolari. Noi contiamo sul contributo qualificato dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose chiamati a lavorare nella Commissione. E vi voglio dire anche la mia gioia di vedere presente un numero considerevole di laici, uomini e donne; il loro compito non è quello di rinnovare l’ordine temporale dove essi sono profondamente e naturalmente inseriti? In altre parole, cari amici, il vostro contributo di laici è prezioso e, direi, indispensabile.

2. È normale che, nel corso di questa assemblea, voi avete voluto consacrare una particolare riflessione alla natura, alle esigenze e ai limiti della missione che vi è stata affidata. Il mio predecessore Paolo VI ha precisato gli scopi e il genere di lavoro della Commissione, quando stabilì le sue strutture definitive con il motu proprio “Iustitiam et pacem” del 10 dicembre 1976.

Ha molto insistito sullo studio e l’approfondimento dottrinale dei problemi relativi alla giustizia e alla pace. Questo studio dev’essere fatto alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa. Vi è già un insegnamento sociale della Chiesa che si tratta di raccogliere, di mettere in luce, di esplicare, di approfondire, di ampliare e di far conoscere. Risale a molto lontano. La conoscenza dei testi dei padri della Chiesa, dei grandi teologi e dei principali interventi in materia sociale nella storia della Chiesa sarà qui molto utile. I documenti del magistero costituiscono evidentemente le fonti capitali, soprattutto quelli che, da un secolo a questa parte, hanno analizzato le situazioni contemporanee e hanno orientato gli sforzi sociali dei cristiani. Si trova in tutti i testi del Concilio Vaticano II un aggiornamento e una sintesi privilegiate. Come non citare almeno la costituzione pastorale Gaudium et Spes, della quale l’anno prossimo celebreremo il ventesimo anniversario? Questi testi sono stati sufficientemente letti, studiati, compresi in profondità, con tutte le loro implicazioni? Non è certo. Bisogna poi completarli con tutti i testi che sono seguiti, le encicliche Populorum Progressio, Laborem Exercens, e i numerosi e puntuali interventi dei Papi, degli altri vescovi e dei delegati della Santa Sede. Soltanto questo approfondimento dottrinale permette di ben studiare la responsabilità dei cristiani nell’immenso campo sociale, la responsabilità di tutti i membri del popolo di Dio, ciascuno secondo la sua missione specifica.

3. Ma il motu proprio di Paolo VI vi domandava anche di rivolgere la vostra attenzione alle attuali realtà sociali, oggetto di riflessione o di impegno concreto, che è necessario conoscere bene e valutare perché i principi della dottrina sociale facciano presa sulla vita del mondo, e perché si possa portare un contributo specificamente cristiano alla soluzione dei problemi.

Bisogna dunque essere allo stesso tempo in ascolto del magistero e in ascolto di fatti dai quali sorgono nuovi problemi. E questi problemi sono complessi. Tra le grandi sfide di oggi, basti citare la miseria e la fame di interi popoli nei Paesi in via di sviluppo, la proliferazione degli armamenti convenzionali e non convenzionali, la crisi economica e monetaria internazionale, la fragilità delle strutture politiche in cui hanno la meglio gli interessi particolari e di gruppo, le violazioni dei diritti umani fondamentali, le dominazioni ingiuste dei sistemi totalitari, la crisi di valori che tocca le società, le famiglie, gli individui, in particolare i giovani.

La caratteristica della vostra Commissione non è senza dubbio quella di accumulare un sapere tecnico; è quella di assumerlo e di valutarlo alla luce del Vangelo e dei principi della dottrina tracciati dal magistero. Voi potete farlo approfittando del lavoro serio di un certo numero di centri, di organismi, di sessioni che studiano in profondità questi problemi, con l’aiuto di eminenti specialisti.

4. Ma il vostro ruolo non si ferma all’approfondimento teorico della dottrina sociale della Chiesa. Il motu proprio “Iustitiam et pacem” vi chiede - e ne fa una priorità - di “farla conoscere ampiamente con i mezzi appropriati” e di sforzarvi di “ottenerne la concretizzazione a tutti i livelli della società”. Perché dovete contribuire a illuminare il popolo di Dio, “portarlo alla piena intelligenza di questi problemi e alla coscienza del loro ruolo e dei loro doveri”. Di conseguenza, tocca a voi far conoscere il risultato dei vostri studi e delle vostre riflessioni a tutte le istanze della Chiesa interessate, in vista dell’azione e situandole in una prospettiva di evangelizzazione, al servizio dei membri e delle istituzioni della Chiesa. Questo aspetto è forse difficile da realizzare; dovete cercare i mezzi adeguati.

5. Pensiamo naturalmente al servizio qualificato che dovete compiere, in questo ambito, in favore del Papa stesso e dei diversi organismi della Santa Sede: bisogna mettere a loro disposizione le riflessioni approfondite e le informazioni raccolte, proporre alcune forme di impegno che rispondano ai bisogni, contribuire a sensibilizzare questi organismi sui nuovi aspetti dei problemi della giustizia e della pace.

Ma il motu proprio indica un’altra serie di interlocutori privilegiati: le Conferenze episcopali, nazionali o regionali, e - attraverso di esse e in accordo con esse - le organizzazioni che queste Conferenze si danno per promuovere la giustizia e la pace, in particolare le commissioni o i segretariati di azione sociale. Ecco, io penso, una delle vie più appropriate per diffondere la dottrina sociale e stimolare l’azione dei cristiani. Da parte vostra, voi potete mettere a loro disposizione le sintesi dell’insegnamento del magistero e i chiarimenti teologici che sono frutto dei vostri lavori, sotto forma per esempio di pubblicazioni adeguate su questo o quel tema; potete portar loro i consigli e gli impulsi che vi derivano dalla vostra responsabilità e dalla vostra informazione a livello di Chiesa universale, come Commissione pontificia, dicastero della Santa Sede. Di rimando, voi raccogliete presso le Conferenze e i loro organismi le informazioni utili e il frutto delle loro riflessioni ed esperienze. Ci si può infatti rallegrare dei molteplici sforzi intrapresi a questo livello: per esempio, lettere pastorali dei vescovi, iniziative prese per far conoscere e comprendere l’insegnamento sociale della Chiesa (programmi nelle scuole, nei seminari, nelle università; conferenze, simposi, “settimane sociali”), impegno dei movimenti e delle organizzazioni dei laici. Forse queste istituzioni delle Chiese particolari devono ampliare la loro visione troppo legata ad avvenimenti locali, a reazioni passionali o alla pressione dell’opinione pubblica dell’ambiente; è là che la vostra Commissione può aiutarli fraternamente. Ma, d’altra parte, sono loro che devono affrontare concretamente le realtà sociali in movimento e che devono trovare ad esse delle risposte adeguate, e questo può arricchire la testimonianza di tutta la Chiesa.

6. Vi è un ultimo punto sul quale desidero attirare la vostra attenzione, e che il motu proprio “Iustitiam et pacem” ebbe cura di considerare. Vi sono nel mondo molte ingiustizie, molte violazioni dei diritti dell’uomo, molte ingiustizie concrete. Vi è domandato, a un titolo speciale, di essere attenti a queste situazioni, di sforzarvi di conoscerle, di raccogliere delle informazioni obiettive e concrete su questi casi, e di esaminare le iniziative da intraprendere in collaborazione con le istanze appropriate della Santa Sede e delle Conferenze episcopali interessate. La Chiesa infatti, nel rispetto delle persone, e in particolare dei responsabili del bene comune, ha il dovere di dire la verità, come i profeti che non potevano adattarsi all’ingiustizia; essa non deve essere e neppure apparire complice di situazioni che ledono i diritti fondamentali delle persone; essa ha soprattutto il dovere di esprimere la solidarietà cristiana con coloro che soffrono a causa dell’ingiustizia.

Bisogna dunque trovare i mezzi per dare testimonianza in questo senso; ne va della credibilità della Chiesa e, molto semplicemente, della sua carità. Tra le violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo - che sono tutte condannabili - come non pensare a quelle restrizioni sempre più penose che, in molti Paesi, impediscono ai cristiani di esprimere la loro fede, di riunirsi, d’avere i pastori che sono loro necessari?

Abbiamo ricordato alcune linee essenziali del vostro immenso compito. Prego lo Spirito Santo di donarvi la sua luce e la sua forza. Possano i cristiani, possano le comunità ecclesiali, grazie al vostro contributo, trovare sempre di più l’incoraggiamento, l’illuminazione e l’impulso di cui hanno bisogno per realizzare un mondo più giusto e più pacifico. Benedico di tutto cuore il vostro lavoro, il vostro servizio alla Chiesa e ciascuna delle vostre persone.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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