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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI PERUVIANI IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 4 ottobre 1984

 

Cari fratelli nell’episcopato.

1. Ho oggi il piacere di accogliere un numeroso gruppo di pastori di diverse Chiese particolari del Perù, stretti nell’affetto fraterno che vi unisce al Papa e che vi permette di sperimentare più vivamente la comunione con la Chiesa universale.

In voi riconosco e saluto ciascuna delle vostre diocesi che sono “una porzione del popolo di Dio, la cui cura pastorale è affidata al vescovo con la collaborazione del presbiterio, in modo che, unita al suo pastore e da lui congregata nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica” (Codex Iuris Canonici, can. 369). Queste parole del Codice di diritto canonico sintetizzano la dottrina del Concilio Vaticano II, delineano nitidamente il vostro ministero e la vostra responsabilità, così come pure la ricchezza fondamentale di ciascuna delle vostre diocesi.

2. Al centro delle vostre Chiese particolari e come compito essenziale del vostro ministero bisogna porre l’evangelizzazione nel pieno senso che la parola assume, vale a dire, l’annuncio, la celebrazione e il farsi vita di Gesù Cristo, l’unico salvatore “poiché non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12).

L’annuncio vibrante e gioioso di Gesù Cristo è il vostro primo compito di pastori. Tutta l’originalità della Chiesa affonda le sue radici in questo annuncio. Tutta la forza del suo messaggio si concentra nella costante identificazione con il Vangelo vivo che è Gesù Cristo, presente nella Chiesa. Da ciò scaturisce la chiamata alla conversione, che implica una società nuova, grazie alla forza trasformatrice dei cuori e delle strutture che la parola viva del Vangelo, capace di generare uomini nuovi, comunità nuove, famiglie nuove, racchiude in sé.

Per questo, la nostra fede in Gesù Cristo è anche la fiducia nella forza rinnovatrice del Vangelo che, illuminando il cuore degli uomini, apre il cammino all’originale rivoluzione dell’amore, delle beatitudini, della comunione spirituale tra i fratelli, sino ad arrivare alla comunione dei beni, proprio come nella prima comunità cristiana.

Il vostro popolo, con una fede basata sui punti centrali dell’evangelizzazione, quali sono l’annuncio di Gesù Cristo crocifisso e risorto, l’amore profondo al mistero della sua incarnazione e nascita, insieme alla devozione filiale alla Vergine Maria, è già sensibilizzato ad accogliere una rinnovata e ulteriore evangelizzazione. Un’evangelizzazione che deve essere sistematica, esplicita e profonda, affinché i fedeli possano anche far fronte all’esistente incalzare di gruppi di diverse tendenze che vogliono strappare loro il tesoro della fede cattolica.

3. È necessario quindi che all’annuncio di Gesù Cristo corrisponda in egual misura la celebrazione del suo mistero nella liturgia della Chiesa, giacché la vita di Cristo si comunica ai fedeli per mezzo dei sacramenti, attraverso i quali l’uomo si unisce in modo misterioso ma reale a lui, morto e glorificato (cf. Lumen Gentium, 7). E poiché tutti i fedeli hanno il diritto di entrare in questa comunione con Gesù attraverso il mistero della Chiesa, bisogna alimentare la partecipazione all’Eucaristia, l’assiduità al sacramento della Penitenza, l’opportuna accoglienza dell’Unzione degli infermi, attraverso la generosa carità pastorale dei sacerdoti.

La liturgia, celebrata secondo le norme della Chiesa e attivamente partecipata, garantisce con le parole e i gesti sacri la più autentica catechesi per i vostri fedeli, così sensibili a tutto ciò. E poiché la liturgia è essenzialmente opera della Chiesa, e non monopolio di gruppi nella sua forma celebrativa, essa dovrà essere lo specchio di una comunità ecclesiale viva, unita ai suoi pastori, impegnata a vivere ciò che celebra, portando ogni giorno la grazia della parola predicata, della preghiera condivisa, della comunione con Cristo e con i fratelli nell’Eucaristia. Non vi è dubbio che la religiosità popolare, così radicata nel vostro popolo, con la ricchezza di contenuti che nascono dal cuore e con l’espressività dei gesti di devozione, debba essere opportunamente orientata, affinché si renda capace di preparare e prolungare l’incontro con il mistero di Cristo, che si fa realtà nella parola, nei sacramenti e nell’Eucaristia.

4. Allo stesso tempo, l’annuncio e la celebrazione del mistero di Cristo debbono farsi vita, azione. Perché se è vero che non si può vivere come Cristo se non si vive in lui, è pure vero che non si può vivere in lui se non si vive come egli visse, come egli ci ha insegnato. Il Vangelo deve quindi essere norma di vita, garanzia di un retto comportamento etico personale e sociale; deve essere esigenza di giustizia e di misericordia, programma di riconciliazione nella società, stimolo verso un nuovo ordine nel quale si promuovono i diritti degli uomini, nostri fratelli. Di conseguenza, i cristiani debbono essere i primi a dare esempio di queste esigenze del Vangelo, impegnandosi nei doveri di solidarietà concreta, senza i quali anche la giusta denuncia è insufficiente.

In questo compito avete bisogno della collaborazione di tutti i vostri fedeli, dei catechisti, dei laici impegnati. Ma siete voi, con i sacerdoti e i religiosi, ad avere l’imprescindibile funzione d’orientamento.

Voi e i vostri sacerdoti conoscete senza dubbio da vicino la tragedia dell’uomo concreto dei vostri campi e delle vostre città, minacciato quotidianamente nella sua stessa sussistenza, oppresso dalla miseria, dalla fame, dalla malattia, dalla disoccupazione; quest’uomo provato che, tante volte, più che vivere, sopravvive in situazioni disumane. Certamente in esse non è presente la giustizia né la minima dignità richiesta dai diritti umani. E quanto più dura è la situazione, tanto più inammissibili sono gli atteggiamenti dei sistemi che si ispirano a principi di pura utilità economica per il beneficio dei settori privilegiati; e tanto più seduttrici possono considerarsi le opzioni di carattere ideologico che ricorrono a soluzioni di taglio materialista, alla lotta di classe, alla violenza, ai giochi di potere che non tengono in debito conto i diritti fondamentali dell’uomo.

Di fronte a ciò è necessario ricordare ancora una volta che “al centro del messaggio del quale è depositaria, la Chiesa trova ispirazione per agire in favore della fraternità, della giustizia, della pace, contro tutte le dominazioni, schiavitù, discriminazioni, violenze, attentati alla libertà religiosa, aggressioni all’uomo e a quanto attenta alla vita” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad Episcopos Americae Latinae, III Coetu Generali ineunte, III, 2, die 28 ian. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 203; cf. Gaudium et Spes, 26. 27. 29).

È perciò necessario che tutti i pastori della Chiesa in Perù, i membri del clero secolare e regolare, così come gli altri collaboratori o agenti dell’evangelizzazione lavorino seriamente - e dove lo richieda il caso con ancora maggiore impegno - per la causa della giustizia e della difesa del povero.

Ma considerandolo non in modo riduttivo, classista o limitato alla sola sfera materiale, bensì in tutta la sua dimensione spirituale e trascendente, con la conseguente esigenza di liberarlo innanzitutto dal peccato, fonte di tutti i disordini, offrendogli la salvezza in Cristo. Un lavoro che deve esercitarsi in spirito inequivocabilmente ecclesiale ed evangelico, in unione con i propri pastori e col Papa.

Da parte vostra, assicurate i membri delle vostre diocesi che lavorano con questo spirito a favore dei poveri che la Chiesa vuole mantenere la sua opzione preferenziale e alimenta l’impegno di quanti, fedeli alle direttive della gerarchia, si dedicano generosamente in favore dei più bisognosi, come parte inseparabile della loro propria missione.

In tal modo l’imprescindibile grido per la giustizia e per la necessaria solidarietà preferenziale per il povero, non avrà bisogno di affidarsi a ideologie estranee alla fede, come se esse fossero le depositarie del segreto della vera efficacia.

5. Questa urgente chiamata all’evangelizzazione integrale è punto di riferimento per gli altri problemi che voi stessi mi avete presentato nei vostri rapporti; al centro delle vostre preoccupazioni vi è la decadenza morale in molti settori della vita pubblica.

So che guardate con grande preoccupazione pastorale ai problemi che colpiscono il nucleo familiare e l’educazione dei giovani: l’aumento di famiglie disunite a causa del divorzio, dell’adulterio, delle unioni senza il vincolo del matrimonio cristiano. (E con frequenza i cattivi esempi vengono dagli strati dell’alta società, con influenze perniciose sulle classi più umili). Si sta così estendendo la piaga dell’aborto, della contraccezione, dei rapporti prematrimoniali, con l’aumento della pornografia e della permissività nei costumi, che distrugge il pudore. Tutto ciò - non vi sarebbe ragione alcuna per ricordarlo - è contrario al Vangelo, alla stessa dignità umana e persino alle migliori esigenze delle vostre tradizioni ancestrali.

A ciò bisogna aggiungere il grave problema della droga che corrompe la società e distrugge la vita dei giovani. Così come l’attuale e deprecabile fenomeno della violenza organizzata che ricade sulle vittime innocenti e che può a volte sviluppare una repressione non equanime. Questo tema vi ha opportunamente impegnato nell’esortazione del 3 agosto 1983.

La Chiesa, che conosce la dignità e il destino trascendente dell’uomo, deve alzare la sua voce contro tutto ciò che opprime la dignità degli uomini e dei popoli. Per questo vi chiedo che alla parola d’annuncio del Vangelo accostiate anche la coerente denuncia degli abusi e la promozione di iniziative atte a salvaguardare i veri ideali umani e spirituali dei vostri fedeli.

6. In questo compito di evangelizzazione e di promozione umana possono e debbono essere per voi di grande aiuto i religiosi e le religiose. Come pastori della Chiesa dovete sempre tener presente la promozione della vita religiosa e la vigilanza di tutte le attività dei religiosi che si riferiscono direttamente alla cura delle anime, all’esercizio pubblico del culto divino e alle opere d’apostolato (cf. Codex Iuris Canonici, can. 678 § 1).

Si tratta di un fattore importantissimo della vita della Chiesa, giacché i religiosi e le religiose contribuiscono alla costruzione di ciascuna Chiesa particolare con la testimonianza della sua vita e con la sua dedizione apostolica, come ho recentemente ricordato nella mia esortazione apostolica Redemptionis Donum (cf. Ioannis Pauli PP. II, Redemptionis Donum, 14. 15).

Vi chiedo, pertanto, che come pastori seguiate attentamente la vita religiosa, affinché sia sempre più radicata nel vostro popolo, e nella più perfetta comunione con gli orientamenti del magistero e con i progetti pastorali dei vescovi. A tal fine bisognerà sviluppare rapporti reciproci adeguati, per assicurare la presenza e l’efficacia della vita religiosa, a livello diocesano e nazionale.

7. Cari fratelli, nel dialogo della carità ho voluto comunicarvi alcune riflessioni su punti di particolare importanza che ora affido alla vostra responsabilità e alle vostre Chiese particolari.

So bene che l’esercizio del ministero episcopale richiede molti sforzi e abnegazione, come anche e soprattutto la stretta unione tra voi e il successore di Pietro, perché il governo pastorale deve esprimersi, per quanto concerne la dottrina, in orientamenti chiari, precisi, esenti da ambiguità e da vacillazioni, soprattutto per quei temi per i quali i fedeli hanno bisogno di una parola chiarificatrice. A questo proposito mi sovviene il ritratto del buon pastore lasciatoci da Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, n. 78): “Il predicatore del Vangelo sarà colui che, anche a costo di rinunce e sacrifici, cerca sempre la verità da trasmettere agli altri. Non vende né dissimila mai la verità per il desiderio di gratificare o intimorire l’uomo, né per l’originalità o per il desiderio di fingersi pastore del popolo di Dio: il nostro servizio pastorale ci chiede di preservare, difendere e comunicare la verità, senza risparmiare sacrifici”.

Per questo, la funzione magisteriale del pastore obbligherà a volte a prendere posizioni in nome della verità, soprattutto se questa è tergiversata o elusa. Obbligherà, allo stesso tempo, a vigilare, come maestri nella fede, umilmente ma chiaramente, anche nel campo della teologia, che deve seguire una metodologia propriamente adeguata, con una sana ermeneutica biblica, il cui discorso non può essere sostituito dal discorso delle scienze umane, come ha ricordato la recente istruzione della Congregazione per la dottrina della fede.

In questa istruzione i pastori debbono vedere anche un’esortazione a discernere con realismo e oggettività la posizione dottrinale e pastorale delle differenti situazioni locali, affinché non manchino al clero, ai religiosi e religiose, e ai fedeli laici gli orientamenti opportuni e necessari. Ciò appartiene senza dubbio al ritratto e alla missione del Buon Pastore.

Con grande fiducia nel vostro riconosciuto zelo e amore alla Chiesa, alla quale così generosamente state affidando il meglio della vostra vita, vi esorto a proseguire il vostro compito ecclesiale. Conosco bene i vostri sforzi in favore delle vocazioni, della gioventù, di una catechesi solida e sistematica, a favore di tante altre realizzazioni apostoliche. Chiedo perciò per voi la luce e la grazia dello Spirito, che “con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa” (cf. Lumen Gentium, 4). E supplico la Madre di Gesù e Madre nostra che vi sostenga, consoli e fortifichi nell’opera di costruzione nella fede delle vostre comunità ecclesiali. A voi e a ciascun membro di esse, esprimo il mio profondo affetto e vi benedico di cuore.

 

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