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VISITA PASTORALE IN CALABRIA
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI
LAVORATORI DI CROTONE
Crotone - Domenica, 7 ottobre
1984
1. Esprimo innanzitutto la mia gratitudine al signor sindaco della città e
all’arcivescovo monsignor Giuseppe Agostino per le cortesi parole di benvenuto
che mi hanno rivolto, e dico il mio grazie all’operaio e al dirigente che a nome
di tutto il personale degli stabilimenti industriali della Montedison, della
Pertusola, delle altre industrie e aziende mi hanno indirizzato così
significative espressioni che hanno toccato il mio cuore.
Ringrazio con sincero affetto tutti i presenti, per la calorosa accoglienza.
Saluto la bella e vetusta città di Crotone e tutti i suoi abitanti; saluto le
comunità cristiane di Santa Severina e di Crotone e invoco dalla vostra “Madonna
di Capocolonna” ogni aiuto e protezione per le vostre persone, per le vostre
famiglie, per i vostri cari vicini e lontani, per gli ammalati, per le persone
anziane, per coloro che si sentono soli e abbandonati, per tutti coloro che
soffrono.
Un saluto particolare rivolgo a voi, cari operai e dirigenti dell’area
industriale del Crotonese, e attraverso voi, a tutto il mondo del lavoro di
Calabria. Desidero manifestarvi la mia gioia e la mia soddisfazione di trovarmi
in mezzo a voi; sono sentimenti che provo tutte le volte che mi trovo accanto a
coloro, come voi, che mediante il lavoro, si procurano il pane quotidiano e
contribuiscono al progresso di tutta la società.
Si tratta di sentimenti profondi e radicati nel mio animo, e io li esprimo
volentieri a conferma della singolare vicinanza che provo per il mondo
del lavoro, nel ricordo dell’esperienza personale di operaio da me vissuta,
anche se breve e ormai lontana. Quell’esperienza non si cancella, ma si ravviva
quando, durante le tappe del mio ministero, mi è dato di incontrare lavoratori e
dirigenti, quali siete voi.
Essa si rivela, anzi, preziosa nell’esercizio del mio apostolato, perché mi
mette in condizione di capir meglio la vostra mentalità, come i vostri problemi
e sacrifici.
2. Sono a conoscenza che il Crotonese, con la sua vasta area industriale, con la
sua agricoltura e il recente superamento del latifondo, con i due porti e
l’aeroporto, con la genialità del suo artigianato e col crescente incremento
delle attività turistiche, costituisce uno dei più rilevanti poli di sviluppo
economico della Calabria.
So anche che non mancano le difficoltà e le ricorrenti crisi che mettono in
pericolo gli stessi posti di lavoro e creano disoccupazione: difficoltà e crisi,
che sono comuni anche alle società più industrializzate ed economicamente forti,
ma che qui, nel quadro della “questione meridionale” e più specificamente della
“questione calabrese”, assumono connotazioni di particolare gravità, per le
conseguenze sociali che comportano, per le preoccupazioni che suscitano in
numerose famiglie e per lo scoraggiamento che provocano nei giovani e il
terribile male della droga che in questi alimenta.
Il comprensorio del Crotonese, con le sue molteplici attività economiche, sta a
dimostrare la laboriosità di questo popolo, come di tutto il popolo calabrese;
sta a dimostrare che, con l’apporto di tutte le forze, con il necessario
intervento dello Stato e della regione insieme all’opera dei comuni e delle
libere iniziative, questa vostra laboriosità, accompagnata alla tenacia del
vostro impegno e allo spirito di sacrificio che lo contraddistingue, può essere
in grado di sconfiggere le difficoltà, di superare le crisi, di valorizzare
tutte le risorse che non mancano alla vostra terra e quindi di creare quelle
condizioni di benessere cui ogni essere umano ha diritto.
3. Cari lavoratori e cari fratelli e sorelle! So che da me, messaggero del
Vangelo, non vi aspettate la soluzione dei problemi economici e sociali della
vostra terra; da me voi aspettate una parola che aiuti la vostra crescita umana
e soprattutto che rafforzi la vostra vita spirituale e religiosa. Aspettate da
me una parola di incoraggiamento che vi sostenga nel quotidiano impegno, vi
aiuti a superare le difficoltà del momento, alimenti in voi “la speranza di
luce”, di cui hanno parlato nella loro lettera i vescovi della vostra regione.
Ebbene, la mia parola, a spirituale conforto, quasi per accendere quella
speranza e avviare l’auspicata ripresa, vuol essere l’annuncio del “Vangelo del
lavoro” che ci rivela in modo compiuto la dignità e la sacralità del
lavoro umano.
Oggi è domenica, e dunque giorno di riposo, mentre gli altri giorni sono quelli
destinati al lavoro. Ma proprio questa coincidenza è favorevole per fare una
sorta di pausa, e opportuna per avviare una riflessione in merito alla vera
natura del lavoro. Come ogni espressione dell’uomo, così anche il lavoro
partecipa della dignità dell’uomo e, essendo questi creatura spirituale, “creata
a immagine e somiglianza di Dio” (cf. Gen 1, 26), non può non comunicare
qualcosa di se stesso a tutto quello che fa, con le mani e con la mente,
producendo, trasformando, realizzando. Il lavoro umano, in tutte le sue forme e
modalità, ha sempre un intrinseco carattere sacro.
Oggi, forse, a motivo dei tanti problemi che assillano, c’è il rischio di
circoscrivere in una sfera del tutto terrena il concetto stesso di
lavoro. Ma così non può né deve essere, anche se sono pienamente giustificate le
preoccupazioni e le accennate difficoltà. È necessario - vorrei ricordarvi -
tener sempre presente l’anteriore e superiore qualità del lavoro, che come
“frutto dell’uomo”, cioè del suo impegno, della sua genialità, della sua
coscienza, appartiene alla sfera della spiritualità e della moralità.
Da questo elevato punto di vista non è difficile salire ulteriormente fino al
piano religioso. L’uomo che lavora presta una sorta di collaborazione,
limitata quanto si vuole, ma reale, a Dio che crea: egli sa di aver ricevuto
tutto da Dio, conosce il mondo nel quale opera, e non può fare a meno di
prenderne atto con un senso di ammirato stupore e di sincera riconoscenza. Ecco,
io penso che dall’immagine dell’umile coltivatore delle età più remote, il quale
deponeva la rudimentale sua zappa e, certo intuendo la “santità” della sua
fatica, si levava al pensiero dell’onnipotente Creatore, venga anche al giorno
d’oggi, all’operaio di oggi, che pur si avvale di una tecnica incomparabilmente
più raffinata, un’indicazione e quasi una lezione di perdurante
validità. Ben lungi dall’abbassare o degradare, il lavoro è sempre un
fattore di elevazione morale e, se rettamente inteso e onestamente esercitato,
può addirittura contribuire alla necessaria formazione religiosa dell’uomo.
Questo è il “Vangelo del lavoro”, questa è la verità sul lavoro umano, che vale
per i lavoratori calabresi come per i lavoratori di ogni parte del mondo, per i
lavoratori dell’industria come per quelli dell’agricoltura e di ogni altro
settore di attività: che vale per il lavoro manuale come per il lavoro
intellettuale, dirigenziale e amministrativo e per qualsiasi altro lavoro nel
quale si esprime l’attività dell’uomo nella società.
Questo significa che ogni società, come la società calabrese, deve essere
organizzata in modo che ogni cittadino abbia il suo lavoro, che questo lavoro
sia dalle leggi adeguatamente tutelato e difeso, e che sia rispettato il
principio della priorità del lavoro umano nei confronti degli altri elementi
della produzione, tenendo sempre presente che mai la ricerca del profitto debba
essere anteposta ai bisogni dell’uomo che lavora.
4. Oggi è il giorno del Signore, e ciò dicendo sia voi che io siamo
facilmente portati a ricordare quel grande comandamento della legge antica e
nuova, che suona così: “Ricordati di santificare le feste”. Ci sono - come ho
già accennato - i giorni riservati al lavoro, ma ci sono anche, e ci debbono
essere per naturali e ovvie ragioni fisiologiche e psicologiche, i giorni del
riposo. Ma come debbono esser vissuti questi giorni? Solo nell’astensione
dalle occupazioni ordinarie? Solo nell’onesto divertimento e nella pratica dei
cosiddetti hobbies? Ci vuole - io vi dico fraternamente - qualcosa di più e di
meglio: non si debbono mai dimenticare nella propria vita le esigenze di ordine
spirituale. Che ne sarebbe della nostra fede, se ignorasse nel corso ordinario
dell’esistenza la pratica religiosa e non ne avvertisse la necessità?
Occorre, cari fratelli e sorelle, che la nostra fede cristiana si manifesti
anche all’esterno con puntuale presenza e frequenza, rendendo a Dio Padre il
culto dovuto, edificando con l’esempio gli altri fedeli, dimostrando e
attestando la realtà storico-esistenziale di quella Chiesa, della quale ciascuno
di noi è parte viva.
5. Cari lavoratori! Sappiate che la Chiesa vi guarda con simpatia e solidarietà:
anche voi guardate alla Chiesa con amicizia.
La Chiesa vi è amica perché il suo stesso fondatore, Gesù Cristo, fu un
lavoratore, perché egli - come leggiamo nel Vangelo - nelle parabole sul regno
di Dio si richiama costantemente al lavoro umano: al lavoro del pastore,
dell’agricoltore, del seminatore, del padrone della vigna, dei vignaioli, del
pescatore, del mercante, dell’operaio, ai diversi lavori delle donne. La Chiesa
vi è amica perché vuole che sia riconosciuta la vostra dignità di lavoratori,
perché nel mondo del lavoro vuole che regni la giustizia.
Aprite le porte delle vostre fabbriche al Cristo redentore e liberatore.
Ricordate che Gesù, divino lavoratore, appartiene al mondo del lavoro, come voi
appartenete a lui; egli è sempre vicino a voi accanto al banco del vostro
lavoro; quando la fatica del lavoro si fa sentire, ascoltate le sue parole: “O
voi tutti che siete affaticati e oppressi, venite a me e io vi ristorerò” (Mt
11, 28).
Gesù è un vostro amico, è un vostro fratello, che conosce e condivide le vostre
fatiche. Egli vi precede nelle strade della vita per illuminarvi, per
confortarvi, per portarvi - lui vero Figlio di Dio - alla conoscenza e
all’esperienza dell’incontro con l’unico Padre che sta nei cieli.
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