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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
IN OCCASIONE DELLA COMMEMORAZIONE UFFICIALE
DELLA COSTITUZIONE «SACROSANCTUM CONCILIUM»

Sabato, 27 ottobre 1984

 

Signori cardinali,
venerati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio
!

1. Con viva cordialità vi rivolgo il mio saluto e vi esprimo la mia gioia per questa solenne commemorazione.

Ringrazio il pro-prefetto della Sacra congregazione per il culto divino per le cortesi parole rivoltemi e ringrazio i quattro signori cardinali per le loro testimonianze, che ho ascoltato con vivo apprezzamento.

Con particolare intensità di affetto saluto e ringrazio i presidenti e segretari delle Commissioni nazionali liturgiche venuti a Roma per una circostanza tanto significativa. Voi siete qui infatti per prendere parte al Convegno che intende celebrare il ventennale della promulgazione della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia.

La ricorrenza meritava di essere sottolineata. Si tratta, infatti, di un documento del Concilio Vaticano II, che ha avuto ed ha una speciale importanza per la vita del popolo di Dio. In esso è già rinvenibile la sostanza di quella dottrina ecclesiologica, che sarà successivamente proposta dall’assemblea conciliare. La costituzione Sacrosanctum Concilium, che fu il primo documento conciliare in ordine di tempo, anticipa e suppone la Lumen Gentium. Né poteva essere altrimenti: è infatti soprattutto nella liturgia che il mistero della Chiesa è annunciato, gustato, vissuto. Nella liturgia la Chiesa comprende se stessa, si alimenta alla mensa della parola e del pane di vita, riprende lena ogni giorno per proseguire nel cammino che deve condurla alla gioia ed alla pace della “terra promessa”. Si può dire che la vita spirituale della Chiesa passa attraverso la liturgia, nella quale i fedeli trovano la sorgente sempre zampillante della grazia e la scuola concreta e convincente di quelle virtù, mediante le quali possono rendere gloria a Dio dinanzi ai fratelli.

Per questo mi compiaccio sinceramente per l’opportuna iniziativa di questo convegno che, a vent’anni di distanza, intende “fare il punto” sulla situazione, raccogliendo le testimonianze dei responsabili delle Commissioni liturgiche nazionali, per trarne una valutazione complessiva sul come la Chiesa vive la sua liturgia, sul come essa si attualizza attraverso la liturgia delle varie nazioni.

Vent’anni sono un periodo di tempo sufficiente per una riflessione serena sulla ristrutturazione della liturgia, così come il Concilio l’ha intesa e voluta; sulla sua presente attuazione e incidenza pastorale; sulle prospettive di una sua valorizzazione piena, come “vertice” della vita e dell’azione della Chiesa.

Da tempo era mio vivo desiderio avere un quadro aggiornato al riguardo, e sono perciò molto lieto dell’opportunità che la vostra riunione mi offre, recandomi la testimonianza di chi è direttamente a contatto con le situazioni locali in campo liturgico e può quindi conoscere a fondo realizzazioni, difficoltà, speranze vissute nelle singole Chiese. Nel ringraziarvi di ciò, colgo volentieri l’occasione per incoraggiarvi a proseguire generosamente nell’impegno di animazione liturgica delle comunità a cui appartenete, mantenendovi in stretto rapporto con la Sacra congregazione per il culto divino, che alcuni mesi fa è stata ristrutturata in modo da formare un dicastero autonomo, affinché potesse meglio svolgere la sua importante funzione a servizio del popolo di Dio.

2. Ho seguito con interesse l’intenso vostro lavoro di questi giorni, nei quali voi avete riferito sulle rispettive esperienze, confrontandone i dati con le indicazioni contenute nella costituzione conciliare. Ebbene, già nel primo numero di tale documento è tratteggiata, in quattro sintetiche motivazioni, la “mens” del Concilio nel varare un testo destinato a dare un soffio di vita nuova alla Chiesa.

Sono parole a voi ben note: “Il sacro Concilio si propone di incrementare ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi suo compito l’interessarsi in modo speciale anche della ristrutturazione e del progressivo sviluppo della liturgia” (Sacrosanctum Concilium, 1).

In questa introduzione viene indicato anzitutto l’incremento della vita cristiana. A questo mira prima di ogni altra cosa la liturgia. Un’impostazione diversa tradirebbe non solo la genuinità della liturgia, ma la stessa ragion d’essere della Chiesa, di cui la liturgia è “culmen et fons”.

Viene poi l’adattamento alle esigenze del nostro tempo. La liturgia non è disincarnata; è anzi, nei segni in cui si esprime, la ripresentazione e la riattualizzazione efficace del mistero di Cristo, cioè dell’eterna sapienza di Dio che “è apparsa sulla terra e ha vissuto tra gli uomini” (cf. Bar 3, 38). Proprio per questo essa deve adattare agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi le sue parti soggette a mutamento (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 21 e n. 37).

In terzo luogo, è ricordato l’impegno fattivo per l’unità di tutti i credenti in Cristo; unità che proprio nella liturgia e nel suo centro, l’Eucaristia, viene in modo particolare significata e conseguita.

E finalmente si fa cenno al rinvigorimento delle iniziative atte a promuovere l’azione missionaria della Chiesa: azione in cui deve sfociare - come spesso rammenta l’eucologia del messale - una bene intesa e piena partecipazione alla celebrazione liturgica.

Come si vede, la liturgia non può essere ridotta a puro “cerimoniale decorativo” o a “mera somma di leggi e di precetti”, concezione già riprovata dalla Mediator Dei (Pio XII, Mediator Dei, 20 nov. 1947: AAS 39 [1947] 532), e viene pure esclusa quella visione, talvolta presente nei nostri tempi, che nella liturgia sottolinea gli aspetti sociali, come il richiamo all’amicizia, la gioia di ritrovarsi insieme, il richiamo del gruppo, e simili, piuttosto che l’iniziativa di Dio, il quale convoca i credenti, e la sua parola, a cui l’uomo deve prestare ascolto per adeguare ad essa il suo pregare e il suo agire.

A questa mens del Concilio non si è giunti quasi ex abrupto, come se nulla si fosse fatto negli anni precedenti, ma c’è stata una preparazione laboriosa ad opera del movimento liturgico, che in convergenza con il movimento eucaristico e con il movimento biblico, ha saputo sensibilizzare l’ambiente e porre le basi di quelle strutture portanti, sulle quali deve poggiare ogni azione liturgica degna di questo nome.

3. A un ventennio dalla Sacrosanctum Concilium è lecito chiedersi quale sia la realtà della riforma liturgica da essa avviata. A tale domanda voi avete cercato di dare, in questi giorni, una risposta per quanto possibile oggettiva ed esauriente.

Alla luce delle testimonianze da voi recate e tenendo conto, altresì, di varie inchieste condotte precedentemente, si può senz’altro affermare che la riforma liturgica è stata in generale bene accolta in tutta la Chiesa di rito latino, sia dalle comunità che dai singoli fedeli. In particolare, sono state apprezzate l’introduzione delle lingue nazionali e la semplificazione dei riti, che hanno consentito ai fedeli di comprendere meglio quello che per loro e a nome loro si proclamava o si svolgeva all’altare.

Si può inoltre riconoscere con soddisfazione che, là dove i responsabili hanno impostato una buona catechesi sui temi fondamentali e sempre ricorrenti nella celebrazione liturgica - quali la storia della salvezza, il mistero pasquale, l’alleanza, i vari modi della presenza di Cristo nella liturgia, il sacerdozio di Cristo, il sacerdozio ministeriale e quello comune, eccetera - i fedeli hanno potuto progredire sensibilmente nella comprensione dei contenuti della fede, traendone spunto per quella maturazione cristiana che il contesto socio-culturale odierno esige con urgenza sempre maggiore.

Un’altra caratteristica di grande rilievo deve ritenersi il ricco e variato nutrimento della parola di Dio, che a lungo andare è destinato a lasciare un’impronta profonda nell’animo e nella vita degli ascoltatori; né si può dimenticare l’incremento della partecipazione attiva dei laici alla liturgia, anche nell’esercizio di compiti ministeriali, altra volta riservati ai “chierici”. La successiva emanazione di numerosi documenti, che precisano la parte normativa della Sacrosanctum Concilium e ne applicano quella innovativa, e la graduale pubblicazione dei vari libri liturgici hanno concorso e concorrono efficacemente non solo a ravvivare l’interesse per la liturgia, ma anche a farne comprendere e gustare spiritualmente le sfumature dell’espressione eucologica. Si può quindi ammettere che in vent’anni è stato compiuto un lungo cammino.

4. Ma insieme con gli aspetti positivi è doveroso prendere in considerazione anche quelli negativi. Ci sono state e ci sono tuttora delle resistenze da parte di singoli o gruppi, che fin dall’inizio hanno accolto con diffidenza la riforma liturgica e, globalmente, la stessa impostazione dei lavori conciliari; mentre dal lato opposto non mancano coloro che, insoddisfatti dei risultati raggiunti, introducono liturgie arbitrarie, che portano sconcerto e smarrimento nel popolo di Dio.

Vi sono inoltre certi gruppi che si credono autorizzati a creare liturgie loro proprie, prive, per la durata e per le modalità celebrative, di quell’equilibrio a cui sempre si è attenuta e di norma si attiene la liturgia della Chiesa. Costoro dimenticano che per sua natura la liturgia è propria di tutta la comunità ecclesiale e che pastori e fedeli devono agire concordemente, affinché in un settore di tanta importanza tutto si svolga in armonia con le direttive della Chiesa.

5. Quanto ho finora esposto mi porta naturalmente a ribadire alcune indicazioni, perché la riforma liturgica raggiunga pienamente gli scopi per cui fu attuata, e perché questo incontro offra una risposta più esauriente alle attese.

La prima direttiva mi è suggerita dal n. 14 della Sacrosanctum Concilium, dove si parla della “piena, consapevole e attiva partecipazione”, a cui tutti i fedeli dovrebbero essere “con cura specialissima” formati: cosa, però, che non si può sperare di ottenere - soggiunge il testo - se gli stessi pastori d’anime non sono penetrati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia.

Di qui dunque occorre incominciare: dalla formazione liturgica del clero, e specialmente dei giovani seminaristi, sotto l’aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico (Sacrosanctum Concilium, 16). Tale formazione deve trovare i testi più indicati per lo studio e la riflessione nei libri liturgici e nei documenti che li introducono: costituzioni apostoliche, “Praenotanda”, “Institutiones generales”.

Naturalmente essa dovrà svilupparsi - ed è questa la seconda direttiva - all’insegna della fedeltà, che si basa sulla profonda convinzione che la liturgia è stabilita dalla Chiesa e che clero e fedeli non ne sono i proprietari, ma i servitori. Tale fedeltà prevede anche l’apertura e la disponibilità a quegli adattamenti che la Chiesa stessa permette e incoraggia, quando siano in armonia con i principi fondamentali della liturgia e richiesti dalla “cultura” propria di ciascun popolo.

In questa luce - ed è qui la terza direttiva - potrà essere consentita a determinate condizioni, secondo le indicazioni dei libri liturgici, quella bene intesa creatività, che nei riti e nei tempi previsti richiami l’attenzione e ravvivi la partecipazione dei fedeli con formulari di immediata rispondenza alla situazione concreta dell’assemblea celebrante. Non si dovrà però dimenticare mai che la vera creatività nasce all’interno della Chiesa e nella docilità al “creator Spiritus”, a cui si dovrà aprire, nella celebrazione, il cuore e la mente.

6. Poiché ho la gioia di rivolgermi a membri qualificati delle Chiese locali e ai responsabili delle Commissioni liturgiche nazionali, vorrei raccomandare a voi per primi di curare e incrementare in tutti i modi la formazione liturgica, di essere fedeli alle direttive della Chiesa, di conservare quel senso del sacro che è connaturato con la celebrazione stessa della liturgia, e soprattutto, di dedicarvi al compito a voi affidato tenendo presente, con grande equilibrio, la parte di Dio e quella dell’uomo, la gerarchia e i fedeli, la tradizione e il progresso, la legge e l’adattamento, il singolo e la comunità, il silenzio e lo slancio corale.

Così la liturgia della terra si riannoderà a quella del cielo, dove, secondo sant’Ignazio di Antiochia, si formerà un solo coro, in cui tutti prenderanno la nota da Dio, concertando nella più stretta armonia per inneggiare a una sola voce al Padre, per mezzo di Gesù Cristo; egli ci ascolterà e riconoscerà, dalle nostre opere, che noi siamo il canto del suo Figlio (S. Ignatii Antiocheni, Epistula ad Ephesios, IV, 1-2: ad. Funk, I, p. 216).

A tutti voi, e ai vostri collaboratori, di cuore imparto la benedizione apostolica, pegno del mio affetto ed auspicio di copiose consolazioni celesti.

 

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