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VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AGLI AMERINDI E AGLI INUIT

Santuario di S. Anne de Beaupré
Lunedì, 10 settembre 1984

 

Diletti fratelli e sorelle.

1. Vi ringrazio di cuore per essere venuti da tutte le vostre regioni, anche le più lontane, per darmi l’occasione di incontrarvi, come incontrerò i vostri fratelli e sorelle a Huronia e a Fort Simpson. Voi rappresentate i primi abitanti di questa immensa regione dell’America del Nord. Per lunghi secoli voi l’avete segnata con la vostra impronta, le vostre tradizioni, la vostra civilizzazione. Altre ondate di popolazioni sono venute dall’Europa, con le loro culture e con la fede cristiana. Esse hanno preso posto accanto a voi; questo continente così vasto permetteva una coabitazione che ha avuto le sue ore difficili ma che si è anche rivelata fruttuosa. Dio ha dato la terra a tutti gli uomini. Oggi voi avete il vostro posto ben segnato in questo Paese.

Senza perdere nulla della vostra identità culturale, avete compreso che il messaggio cristiano vi era stato destinato da Dio, come agli altri. Oggi, vengo a salutare voi, gli autoctoni, che ci avvicinate alle origini del popolamento del Canada, e vengo a celebrare con voi la nostra fede in Gesù Cristo. Mi ricordo di quel giorno della beatificazione di Kateri Tekakwitha, a Roma, dove parecchi di voi erano presenti. Non dimentico i calorosi e pressanti inviti che mi avete rivolto, ma non potevo recarmi a visitare ciascuno dei vostri villaggi e territori: quelli delle differenti nazioni di Amerindi, dispersi in numerose regioni del Canada, e quelli degli Inuit, il cui orizzonte familiare è quello delle nevi e dei ghiacci prossimi al Polo Nord. È per questo che ho voluto incontrarvi qui, a Sainte Anne de Beaupré, su questo stesso terreno in cui ogni anno piantate le vostre tende. Voi venite qui in pellegrinaggio, per pregare sant’Anna, che chiamate, in maniera così toccante, la vostra nonnina. I vostri avi sono venuti spesso a pregare qui, dopo che gli Huroni vi fecero il loro primo pellegrinaggio nel 1671 e i Micmacs nel 1680. Essi entravano così in questo grande movimento popolare che avrebbe fatto di questo luogo uno dei santuari più frequentati dell’America del Nord.

2. A nome di tutti i pellegrini, in unione con i vescovi di questo Paese, voglio ringraziare i Redentoristi e i loro collaboratori. Grazie ad essi, questo santuario è sempre molto attivo. Attenti alla devozione popolare, essi hanno saputo far posto ai gesti che esprimono liberamente e con forza la fede, la preghiera e il bisogno di riconciliazione. Grazie ad essi, sant’Anna, la madre di Maria, è sempre invocata in numerose famiglie canadesi.

Ma dobbiamo anche rendere grazie per tutti quelli che, per amore vostro, sono venuti a proporre, ai vostri avi e a voi stessi, di diventare fratelli in Gesù Cristo, per farvi approfittare del dono che essi stessi avevano ricevuto. Penso ai Gesuiti, come i padri Vimont e Vieuxpont che, da Fort Anne e Cap Breton, hanno portato il Vangelo ai Micmacs, e li hanno aiutati a offrire la loro fede a Gesù salvatore, venerando sua madre, Maria, e la madre di Maria, sant’Anna.

Penso a molti altri religiosi e religiose di grande merito, dall’epoca dei fondatori ai nostri giorni. Desidero nominare specialmente i missionari Oblati di Maria Immacolata. Essi hanno preso in carico questa vasta regione del Grande Nord canadese. Hanno consacrato la loro vita all’evangelizzazione e al sostegno di numerosi gruppi di Amerindi, condividendo la loro vita, diventando i pastori, i vescovi di coloro che sono divenuti credenti. E inoltre sono stati i primi missionari cattolici che sono andati a incontrare gli Inuit e ad abitare con essi per testimoniare Gesù Cristo e fondare la Chiesa; l’intercessione di santa Teresa del Bambino Gesù, patrona delle missioni, ha contribuito a fecondare il loro laborioso apostolato.

Ma bisogna dire pure che le diverse popolazioni amerinde, fin dalla metà del XVII secolo, poi a loro tempo gli Inuit, si sono mostrate accoglienti all’annuncio di Gesù Cristo. Oggi questi cristiani, a pieno titolo nella Chiesa, anche se non lo sono affatto nella società, sanno partecipare attivamente - e spesso in coppia - alla catechesi dei loro fratelli e dei loro figli, all’animazione della loro preghiera; essi sono fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia; spesso assumono le loro responsabilità nei consigli pastorali. Sì, mi dispiace di non poter andare sul posto a incoraggiare questi valorosi missionari e questi valorosi cristiani che portano in essi il sangue e la cultura dei primi abitanti di questo Paese.

3. Nel corso dei secoli, cari Amerindi e Amerinde, cari Inuit, avete scoperto progressivamente nelle vostre culture dei modi propri di vivere la vostra relazione con Dio e con il mondo, volendo essere fedeli a Gesù e al Vangelo. Continuate a coltivare questi valori morali e spirituali: l’acuto senso della presenza di Dio, l’amore della vostra famiglia, il rispetto delle persone anziane, la solidarietà con il vostro popolo, la condivisione, l’ospitalità, il rispetto della natura, l’importanza data al silenzio e alla preghiera, la fede nella Provvidenza. Conservate preziosamente questa sapienza. Lasciarla impoverire significherebbe impoverire anche le persone che vi circondano. Vivere questi valori spirituali in modo nuovo richiede da parte vostra maturità, interiorità, approfondimento del messaggio cristiano, preoccupazione della dignità della persona umana, fierezza di essere Amerindi e Inuit. Cioè esige il coraggio di eliminare ogni forma di asservimento capace di compromettere il vostro avvenire.

Il vostro incontro col Vangelo non solo vi ha arricchiti, ma ha arricchito la Chiesa. Sappiamo bene che questo non è stato fatto senza difficoltà e, a volte, non senza incompetenza. Tuttavia, voi ne fate esperienza oggi, il Vangelo non distrugge quello che vi è di meglio in voi. Al contrario, esso feconda dall’interno le qualità spirituali e i doni che sono propri alle vostre culture (cf. Gaudium et Spes, 58). D’altra parte, le vostre tradizioni amerinde e inuit permettono nuove espressioni del messaggio della salvezza e ci aiutano a comprendere meglio fino a che punto Gesù è salvatore e la sua salvezza cattolica, ossia universale.

4. Questo riconoscimento di quanto avete compiuto, non può far dimenticare le grandi sfide che si pongono ai vostri popoli nel contesto nordamericano attuale. Come tutti gli altri cittadini, ma con più acutezza, voi temete le ripercussioni delle trasformazioni economiche, sociali e culturali sul vostro tradizionale modo di vivere.

Voi vi preoccupate circa il divenire della vostra identità indiana, della vostra identità inuit, e della sorte dei vostri figli e dei vostri nipoti. Tuttavia, non rifiutate il progresso della scienza e della tecnologia. Voi percepite le sfide che pongono, e ne sapete già trarre profitto. Con ragione, però, voi volete controllare il vostro avvenire, preservare le vostre caratteristiche culturali, attuare un sistema scolastico che rispetti le vostre lingue.

Il Sinodo dei vescovi sulla “giustizia nel mondo” (1971), proclamava che, nella reciproca collaborazione, ogni popolo doveva essere il principale artefice del suo progresso economico e sociale, e anche che ogni popolo doveva partecipare alla realizzazione del bene comune universale come membro attivo e responsabile della società umana (cf. Synodi Episcoporum 1971, Proposizione, n. 8). È in questa ottica che voi dovete essere gli artefici del vostro avvenire, in tutta libertà e responsabilità. Che la sapienza degli anziani si unisca allo spirito di iniziativa e al coraggio dei più giovani per rimuovere questa sfida.

Questa tenacia nella salvaguardia della vostra personalità è compatibile con uno spirito di dialogo e di benevola accoglienza tra tutti coloro che oggi, dopo essere venuti a ondate successive, sono chiamati a formare la popolazione molto diversa di questo territorio vasto come un continente e a portarvi una forma di sviluppo.

5. So che la relazioni tra autoctoni e bianchi sono spesso ancora tese e pregne di pregiudizi. Inoltre dobbiamo constatare che in parecchi luoghi gli autoctoni sono tra i più poveri e i più emarginati della società. Essi soffrono per i ritardi apportati ad una giusta comprensione della loro identità e delle loro attitudini a partecipare agli orientamenti del loro avvenire.

Coloro che governano questo Paese hanno sempre più a cuore il rispetto delle vostre culture e dei vostri diritti, desiderando rettificare le situazioni penose. Tutto questo si esprime già in alcuni testi legislativi, suscettibili di progresso, e in un migliore riconoscimento dei vostri luoghi di decisione. È auspicabile che si sviluppino delle collaborazioni efficaci e un dialogo basato sulla buona fede e sull’accettazione dell’altro nella sua differenza. La Chiesa non interviene direttamente in questo campo civile, ma conoscete la sollecitudine che essa ha per voi e che cerca di ispirare in tutti quelli che vogliono vivere nello spirito cristiano.

6. Come discepoli di Gesù Cristo, noi sappiamo che il Vangelo ci chiama a vivere come fratelli e sorelle. Sappiamo che Gesù Cristo rende possibile la riconciliazione tra i popoli, con tutte le sue necessità di conversione, giustizia e amore sociale. Se noi crediamo veramente che Dio ci ha creato a sua immagine, noi dovremmo essere in grado di accettarci l’un l’altro con le nostre diversità e nonostante le nostre limitazioni e i nostri peccati.

Cercando una buona comprensione tra gli abitanti di questo Paese, che deve affrontare le difficoltà della vita moderna, è necessario che voi abbiate la più completa fiducia in ciò che potete fare per aiutarvi l’un l’altro, e per essere rinnovati. Gesù Cristo, nel quale noi crediamo, può spezzare le catene del nostro egoismo individuale e collettivo. Egli ci dà la forza del suo Spirito così che noi possiamo trionfare sulla difficoltà e realizzare la giustizia.

7. Rassicurati dall’amore che Dio nutre per voi, dedicate voi stessi al vostro compito; ricordate senza dimenticarvene mai che la Chiesa di Gesù Cristo è la vostra Chiesa. Essa è il luogo in cui il sole della parola vi illumina, dove voi trovate il nutrimento e la forza per continuare sulla vostra via. Essa è come quei “nascondigli” che i vostri antenati hanno costruito lungo il cammino dei loro viaggi, così che nessuno potesse trovarsi all’improvviso senza provviste. Permettetemi di ripetere questa descrizione della Chiesa in alcune delle vostre lingue; questo sarà un modo di avvicinarmi a voi e di esprimervi il mio affetto fraterno.

Ora dobbiamo lasciarci. Nella lingua dei nostri fratelli e sorelle Inuit, vorrei assicurarvi che voi siete miei amici, voi tutti che siete amati da Dio.

Vi porterò nel mio cuore e nella mia preghiera. Vi affiderò a Maria e a sant’Anna perché cresciate nella fede e perché siate, a vostro modo, dei testimoni di Gesù Cristo in questo Paese. E in nome di Gesù Cristo, vi benedico di tutto cuore.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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