The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL BRASILE
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

  Lunedì, 29 aprile 1985

 

Venerabili e cari fratelli nell’episcopato.

1. Siate benvenuti in questo incontro collegiale, che è per me motivo di profonda gioia. Esso corona i graditissimi incontri con ciascuno di voi, vescovi delle province ecclesiastiche di Belém e Manaus. In essi ho avuto l’opportunità di partecipare alle vostre preoccupazioni e gioie, di conoscere i vostri fervidi desideri e le vostre speranze e di condividere la vostra gratitudine a Dio per gli obiettivi raggiunti, nella pastorale dei fedeli che il Signore vi ha affidato.

In questo momento di “Cenacolo”, desidero rinnovarvi l’espressione di sentimenti di affetto e di apprezzamento, nei quali includo i presbiteri, i religiosi e tutti i fedeli delle vostre diocesi e prelature, di una vasta e bella regione dell’immenso Brasile.

Grato a Dio, fonte di ogni consolazione (cf. 2 Cor 1, 3), vi ringrazio anche per la testimonianza di comunione nella fede e nella carità, costituita da questa visita “ad limina”, che avete preparato con tanto interesse e impegno. Ciò mostra la coscienza che avete della natura collegiale dell’episcopato, in continuità con l’“antichissima disciplina, nella quale i vescovi di tutto il mondo comunicavano tra loro e col Vescovo di Roma nel vincolo dell’unità, della carità e della pace” (cf. Lumen gentium, 22).

2. Parlando con voi, dopo aver letto le relazioni quinquennali, con insistenza sono tornate al mio spirito le immagini di luce, di affetto e di vita, in cui si attuano le concrete situazioni delle vostre Chiese particolari, riferite o descritte; immagini che ho colto nella visita pastorale di cinque anni fa, a Belém e Manaus, sorvolando la meravigliosa foresta amazzonica. Terre ricche e generose, non soltanto dal punto di vista della natura, ma anche dal punto di vista umano e religioso; ciò hanno manifestato le vostre genti, con la bontà del cuore, il sentimento dell’ospitalità, il culto dei grandi valori spirituali e cristiani e le loro radicate tradizioni e devozioni, prima fra tutte la devozione a Nostra Signora.

Si fa presente, soprattutto, l’immagine di uomo che mi è rimasta, gli incontri e le celebrazioni che ho avuto la gioia di realizzare in quell’occasione: dell’uomo che fatica e soffre, dell’uomo che spera e ha fiducia . . . Belém-Marituba e Manaus-indios dell’Amazzonia sono binomi a significare che, nello stesso tempo, dal punto di vista sociale, si tratta di terre dove l’uomo è prevalentemente povero e sofferente, come voi mi avete unanimemente confermato.

Mi congratulo con voi, poi, anche perché in quelle regioni dove siete stati chiamati a guidare il gregge, di cui lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi (cf. At 20, 28), la Chiesa cerca di rispondere alle sfide e “cresce, come un edificio, colma del conforto dello Spirito Santo” (cf. At 9, 31). È il frutto dell’azione divina e anche del ministero e dell’apostolato, costante e generoso, degli operai della messe, delle famiglie religiose e degli istituti di vita consacrata e dei numerosi laici, generosamente impegnati nel lavoro pastorale delle comunità.

3. Tutto considerato, rimane, grazie a Dio, l’impressione della “buona terra” e, in generale, della “buona semente”. A ritardare la crescita di questa semente della parabola del regno, non mancano, certamente, difficoltà, carenze e delusioni. Ma vale anche per noi la regola formulata dall’apostolo: “In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza” (cf. 1 Cor 6, 4); e, nello stesso modo, la lezione di vita dell’apologia di San Giacomo, ben verificabile da voi: “Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori” (Gc 5, 7-8).

Nella mia visita a Manaus, ho voluto offrirvi un messaggio di incoraggiamento a quell’attività sempre prioritaria, in tutta la pastorale, che è l’evangelizzazione, guidata dal magistero dei vescovi, per orientare il cammino del popolo pellegrino nelle terre benedette in cui siete pastori (cf. Giovanni Paolo II, Homilia ad Missam in urbe “Manaus” habita, 4, 11 luglio 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 243). Non è il caso di ripetere le considerazioni allora proposte e che ritengo pienamente attuali. Sono lieto di verificare, d’altra parte, che siete solleciti nel fare delle vostre comunità una “Chiesa evangelizzata per poter evangelizzare”, per usare una formula felice del mio predecessore Paolo VI.

4. Lo stesso Sommo Pontefice, come si sa, ha presentato l’evangelizzazione come qualcosa di complesso, ma che consiste “anzitutto nel testimoniare in modo semplice e diretto Dio rivelato da Gesù Cristo nello Spirito Santo” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 26). Consiste in ciò la grazia e la vocazione della Chiesa, la sua identità più profonda. “Essa esiste per evangelizzare, cioè per annunziare e per insegnare, per essere il canale del dono della grazia, per riconciliare i peccatori con Dio e perpetuare il sacrificio di Cristo, nella santa messa, che è il memoriale della sua morte e risurrezione” (Ivi, 14).

L’evangelista Giovanni, dal suo punto di vista, soprattutto nella prima lettera, insiste nella spiegazione di ciò che costituisce la fede in Dio, verità e luce, e la sua testimonianza: è dare il rilievo dovuto all’amore del Padre, manifestato in Gesù Cristo, fatto uomo, morto e risorto, nel quale è offerta a tutti gli uomini, come dono di grazia e di misericordia, la salvezza; una salvezza non soltanto immanente nel mondo, ma che lo trascende, con dimensioni di eternità: “Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio” (1 Gv 5, 11). È su questa base, come ha sottolineato in modo incisivo il documento di Puebla, che dovete far consistere la “parte integrante” dell’evangelizzazione: la ricerca e il tentativo di dare risposta alle domande di vita concreta degli uomini, situati nel tempo e nello spazio loro propri.

5. Scorrendo la storia del Brasile, emergono figure di missionari che hanno lasciato tutto per inoltrarsi in zone sconosciute e portare il Vangelo di Cristo a queste regioni vastissime, con un coraggio e un’abnegazione a tutta prova. Hanno fatto tutto ciò che stava alle loro forze, superando un’infinità di ostacoli, perché in questo nuovo continente si dilatasse la fede cattolica, che ancor oggi lo distingue. A causa delle distanze e della mancanza di vie di comunicazione e a causa dell’esiguo numero di evangelizzatori; non sempre essi poterono portare a compimento, come avrebbero desiderato, l’istruzione e la formazione religiosa delle popolazioni.

Nonostante le lacune, che ancor oggi si riscontrano ovunque, dovute a circostanze particolari, è necessario riconoscere il grande merito del lavoro di questi pionieri dell’evangelizzazione, che hanno contribuito perché il Brasile diventasse la maggiore nazione cattolica del mondo e mantenesse la sua fedeltà, nel corso del tempo, alla fede che essi le hanno trasmesso.

Le vostre regioni di Nord 1 e Nord 2 si caratterizzano anche per le enormi distanze. È senza dubbio molto difficile per il pastore contattare un gregge tanto disperso. La sua voce molte volte non arriva ai fedeli se non attraverso la radio che è ascoltata con molta attenzione in quelle regioni. Le pastorali itineranti esigono vero spirito di avventura e un intenso amore per ciascuno di quegli abitanti dispersi nell’immensità della foresta vergine.

Al di là di questo, si verificano situazioni concrete, dal punto di vista umano e sociale, che voi incontrate, di evidente povertà, ignoranza, malattia e, talvolta, di emarginazione, che non possono lasciarvi indifferenti. Innanzitutto, mancano gli “operai per la messe”, gli operatori dell’evangelizzazione. Sta qui una delle principali fonti delle vostre comprensibili preoccupazioni pastorali.

6. Senza scoraggiamenti, “in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio”. Egli è il “Signore della messe”. So che voi ne avete coscienza chiara e, anche, sofferta. Abbiate perciò coscienza operosa e diligente nel cercare di percorrere le due uniche vie che, nella normale economia della grazia e provvidenza di Dio, mi si presentano per uscire dall’impasse.

La prima consiste nel valorizzare la collaborazione dei laici, in compiti precisi, che ampliano e moltiplicano l’azione dei sacerdoti, molte volte assorbiti, fino allo stremo delle forze, dal ministero. Oltre alla testimonianza personale della buona novella, come cristiani, divenuti operatori dell’evangelizzazione, in continuità con la vocazione battesimale e in virtù del sacerdozio comune dei fedeli, i laici sono chiamati ad attuare la missione della Chiesa, fin dove possono. Soprattutto dove scarseggiano i ministri ordinati. Come tali essi devono essere apprezzati e utilizzati, sollecitando in tutti i modi la loro collaborazione, formando e promuovendo le loro coscienze e capacità di cristiani convinti, portandoli a realizzare, infine, la propria vocazione nell’apostolato.

Un’altra via è quella della pastorale e della promozione vocazionale, in cui devono essere impegnati i laici stessi, la famiglia e la scuola, ben consapevoli dell’importanza, della necessità e dei requisiti del ministero sacerdotale. Questa consapevolezza si esplicita nella certezza dei poteri che il divino fondatore della Chiesa ha legato al sacerdozio ministeriale: offrire il sacrificio dell’Eucaristia, perdonare i peccati e predicare la parola di Dio. Così i tentativi di trasferire alla comunità tali poteri si dimostreranno vani e saranno incapaci di servire la vitalità religiosa delle comunità. C’è un modo di dire brasiliano - a quanto mi hanno detto - che può essere programmatico a questo proposito: “Chi semina raccoglie”; mi rallegro di sapere che alcuni di voi pastori lo stanno prendendo come motto; in ogni caso, però, sempre nella grande fiducia che è Dio che fa crescere (cf. 1 Cor 3, 7).

7. A questo punto, come in altri, a proposito dei quali vorrei aprirvi il mio cuore e manifestarvi il mio desiderio fervido che si trovino soluzioni adeguate ai problemi delle vostre comunità, si può valutare l’importanza che hanno per voi le direttive comuni per tutta la Chiesa, in una lodevole ricerca di purezza e di integrità di fede e di unità nella vita ecclesiale. È così, nella comunione col successore di Pietro e in accordo con l’unico Vangelo, illuminato dal magistero vivo, che si deve verificare l’impegno nell’agire e nel chiarire la coscienza dei fedeli “in ogni occasione, opportuna e non opportuna” (cf. 2 Tm 4, 2), aiutandovi a superare i dubbi e a evitare tutto ciò che è causa di disorientamento e di deviazione. “Non si può evangelizzare senza la Chiesa e tanto meno contro la Chiesa” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 16).

Questa Chiesa che è nel mondo, al servizio dell’uomo concreto, munita da Cristo del dono del magistero - come ho avuto occasione di far notare nella Favela Vidigal - è la Chiesa universale, la Chiesa del mistero dell’incarnazione, che parla nel nome della propria verità, ma che è una verità “realista”, che ci porta a “tener conto di ogni realtà umana, di ogni lotta, di ogni ingiustizia e di ogni tensione” (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in loco vulgo v. d. “Favela do Vidigal” in urbe “Rio de Janeiro” habita, 5, 2 luglio 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 28). E che, tuttavia, rimane un mistero di unità nello Spirito Santo: “Un solo corpo e un solo spirito” (Ef 4,4). Perciò, quanto più gravi saranno i problemi da affrontare tanto più profonda dev’essere l’unità col capo visibile del Collegio e dei pastori tra di loro, frutto di quell’amore in Cristo, da cui tutti conosceranno che siamo suoi discepoli (cf. Gv 13, 35; Lc 11, 23).

8. È a questa luce che voi avete voluto informarmi dei piani e dei programmi di evangelizzazione che desidero si concretizzino, sotto la sapiente guida del vostro magistero. Siate certi che vi illumina l’unica intenzione di edificare la Chiesa, nell’unità e nella pace di Cristo, in modo da accreditarvi “come ministri di Dio”. Questi piani e programmi, per ricordarne soltanto alcuni, riguardano: l’ambito della liturgia e della vita sacramentale, con particolare incidenza nella celebrazione dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, e nell’annuncio della parola di Dio; l’ambito della famiglia, in ordine alla formazione di matrimoni stabili e di secolari sani; nell’esortazione apostolica Familiaris consortio ho avuto occasione di dire che “il futuro dell’umanità passa per la famiglia”; ben orientata, essa svolge un ruolo importantissimo anche nel futuro delle vocazioni sacerdotali e religiose; il campo dell’educazione cristiana, dove un mal inteso pluralismo e una tolleranza che facilmente degenera in permissivismo quasi fanno scomparire il sentimento del peccato, come recentemente accennavo nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, 16); il campo della formazione per partecipare attivamente alla vita della comunità, in cui il senso cristiano deve essere salvaguardato dalla polarizzazione politica o dalla tirannia delle ideologie di moda, l’una e l’altra pronte a sfruttare il potenziale umano, dove esiste un malessere generalizzato; il vastissimo campo sociale, in cui la preoccupazione di aiutare la promozione umana integrale di ampi strati della popolazione, o di favorire e ristabilire la giustizia, non può soffocare o far relegare in secondo piano il contenuto essenziale dell’evangelizzazione; il delicato campo dell’attenzione agli indios, in relazione ai quali la sollecitudine pastorale dei pastori non ha risparmiato sforzi, sia portando loro la buona novella della salvezza cristiana, sia promuovendo i loro diritti, sia, principalmente, dedicando loro un amore autenticamente cristiano.

9. Non vorrei terminare queste considerazioni, senza rinnovare davanti a voi il commosso omaggio ai molti missionari, che lavorano e lottano per il regno di Dio in Brasile - particolarmente nella regione amazzonica - che ho reso loro venendo a Manaus. Omaggio che è, nello stesso tempo, un appello. La Chiesa anche oggi è conscia di aver bisogno di anime innamorate di Cristo che abbraccino la causa missionaria, della necessità che molti dedichino la loro vita a lavorare e a soffrire per la causa del Vangelo (cf. Mc 8, 35).

Concludendo queste parole, imploro su di voi, miei fratelli vescovi, e sulle vostre comunità ecclesiali, per intercessione di Maria santissima, Stella dell’evangelizzazione, Madre della divina grazia e Nostra Signora di Nazaret - titoli con i quali è tanto invocata nelle vostre regioni - l’effusione dei doni dello Spirito Santo, con un’ampia benedizione apostolica.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

top