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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELL'UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI DIRIGENTI

Sabato, 14 dicembre 1985

 

Illustri e cari signori dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti.

1. Siate i benvenuti a questa udienza, da voi desiderata per celebrare il 40° anniversario di fondazione del vostro sodalizio. Saluto il signor cardinale Giuseppe Siri, il quale fin dall’inizio fu geniale ispiratore e attento, competente animatore dell’UCID; mi piace ricordare anche il cardinale Segretario di Stato, che fu consulente morale del gruppo romano di essa, e che tuttora segue le vostre attività con attenzione e affetto; il mio saluto si rivolge poi al presidente, dottor Vittorio Vaccari, che ha accompagnato la vita dell’Unione sin dagli inizi e continua a dirigerne la prestigiosa rivista “Operare”; saluto infine voi tutti, illustri soci, con vivo sentimento di rispetto e di ammirazione per quello che rappresentate nella società, nelle organizzazioni produttive, nelle imprese, nelle strutture lavorative, commerciali, economiche, civili.

Quarant’anni di vita sottolineano di per sé la notevole forza morale, formativa e animatrice nel campo imprenditoriale e della dirigenza italiana, che la vostra Associazione ha espresso nel tessuto vivo della Nazione. Voi siete - secondo una felice espressione del mio predecessore Paolo VI - “i rappresentanti tipici della vita moderna” e i “trasformatori della società mediante il dispiegamento delle forze operative che la scienza, la tecnica, la struttura industriale e burocratica mettono a disposizione dell’uomo moderno” (cf. Insegnamenti di Paolo VI, II [1964] 378 s.).

Ma la vostra presenza qui attesta in modo molto significativo che voi, nelle importanti responsabilità che vi competono, volete ispirare la vostra azione ai principi cristiani, all’insegnamento che la Chiesa continuamente si sforza di trasmettere al mondo sull’etica dei rapporti sociali nel lavoro, nell’impresa, nelle associazioni civili ed economiche. Ve ne esprimo, con animo grato, sincero apprezzamento.

2. Dopo quarant’anni di vita sorge spontaneo il desiderio di gettare uno sguardo, seppur fugace, sul passato, nel desiderio di comprendere le ragioni che hanno motivato la nascita del vostro Movimento e ne hanno sostenuto il cammino, così da prendere nuovo slancio nella progettazione dei futuri impegni in ordine a una efficace presenza nella comunità imprenditoriale moderna.

L’UCID nacque dopo la triste esperienza della seconda guerra mondiale, in un momento singolarmente critico e delicato, non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Momento e tempo di ricostruzione e di vivace ripresa, in cui comparvero e si radicarono le nuove strutture economiche e politiche. Voi ricordate come allora sulla scena sociale del Paese si presentarono e rapidamente si affermarono modelli di vita e ideologie che avrebbero segnato in modo tanto profondo i tempi successivi.

Al centro di tale dinamica sociale e quale struttura portante della rinascita economica si propose allora l’impresa e con essa emerse il ruolo determinante dei responsabili di questa forma di organizzazione del lavoro, il ruolo vostro di imprenditori e di dirigenti, coadiuvati dai necessari collaboratori, i tecnici, gli amministratori, i ricercatori, le équipes di studio e di programmazione. Veniva così attuandosi la pacifica ed organica - per dir così - rivoluzione socio-economica dei nostri tempi, tuttora in rapido sviluppo.

All’interno però di tale vivace contesto andò ben presto profilandosi il rischio che il mondo dell’impresa si riducesse ad un insieme di strutture poggianti unicamente sui valori tecnici ed economici e perdesse il contatto non soltanto con questa sfera di valori più alti che sono propri dell’essere umano elevato alla dignità di figlio di Dio, ma anche con quei valori che gli appartengono per il semplice fatto di essere uomo. Fu allora che, con idea per quegli anni nuova e audace ma giusta, alcuni di voi, prima nei maggiori centri industriali di Genova e Milano, poi in altre parti d’Italia, si domandarono quale luce potesse venire al complesso mondo dell’impresa dagli insegnamenti del Vangelo, e quale potesse essere, di conseguenza, l’impegno etico che si imponeva alla coscienza cristiana dell’imprenditore e del dirigente di fronte all’appello dell’ora. Essi compresero che su tali interrogativi occorreva riflettere e ricercare, non isolatamente, ma comunitariamente e da un punto di vista specificamente cristiano. Iniziò così l’UCID, e con essa un lungo cammino di impegno e di responsabilità, che seppe alimentarsi costantemente a una catechesi appropriata, a cui dettero il loro contributo ecclesiastici particolarmente preparati, tra i quali emergono le figure dei due cardinali poc’anzi menzionati. Furono anni non facili: in un’epoca di contrasti, nella quale opposte ideologie cercavano di accaparrarsi il mondo del lavoro, i soci dell’UCID si assunsero l’onere di superare i fatalismi e gli irrigidimenti, accettando un discorso sociale ispirato agli insegnamenti del Vangelo. Dopo quarant’anni è possibile comprendere l’utilità di tale sforzo, compiuto nel cuore di una società profondamente segnata dal fenomeno industriale e nella quale gli imprenditori e i dirigenti cattolici hanno occupato un ruolo così eminente di orientamento e di formazione alla luce dei principi cristiani.

Io desidero darvene atto e compiacermi con voi per la missione svolta dall’UCID, ma desidero altresì incoraggiarvi per il futuro. L’avvenire, come sapete, è denso di interrogativi e di problemi acuti per il vostro mondo imprenditoriale.

3. La quarantennale ricorrenza della vostra Associazione cade, infatti, in un momento che prelude a una nuova fase dell’industria, piena di trasformazioni e di innovazioni per tutto il mondo del lavoro.

Le teorie economiche di ieri mostrano, sotto vari aspetti, i loro limiti. Nuove proposte vengono avanzate, nel tentativo di meglio impostare i rapporti tra capitale e lavoro, riservando maggiore attenzione alla dignità personale di tutti coloro che partecipano al processo produttivo. Si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione “partecipativa” dell’economia, che si apre su prospettive straordinariamente stimolanti per quanti sono interessati al superamento delle varie patologie di cui soffre il mondo in cui vi trovate ad operare.

D’altra parte, lo sviluppo della cosiddetta “informatica”, mentre alleggerisce progressivamente il peso del lavoro manuale, offre a ciascuno possibilità sempre maggiori di recare il proprio responsabile contributo al processo di formazione del piano aziendale e alla elaborazione delle scelte nelle quali si articola la vita dell’impresa.

Accanto a questa crescente importanza del singolo componente di quel mondo complesso che è l’impresa, va affermandosi molto significativamente un rinnovato apprezzamento per il ruolo dell’imprenditore e del dirigente. Dopo anni di aperta o sottile contestazione, strati sempre più vasti della popolazione stanno riscoprendo l’indispensabile contributo che il rischio imprenditoriale e la professionalità dirigenziale sono chiamati ad arrecare al progresso sociale. Ci si va cioè accorgendo del fatto che senza di voi, imprenditori e dirigenti, non è pensabile una moderna organizzazione dell’impresa, né è attuabile quel costante adeguamento fra esigenze del mercato, attese dei lavoratori e requisiti di una corretta gestione aziendale, da cui dipende la salute del sistema economico-sociale.

4. Questa situazione ha ridato a voi, imprenditori e dirigenti, spazio e credibilità nell’opinione pubblica, favorendo atteggiamenti di maggiore disponibilità al dialogo nelle altre parti sociali. Spetta a voi corrispondere al mutato clima con rinnovato senso di responsabilità personale e comunitaria, impegnandovi nei rispettivi compiti con quello spirito di servizio, che fin dagli inizi è stato inculcato ai soci dell’Unione.

Ciò vi consentirà, anche in questo momento di profonde trasformazioni strutturali, di assumere quella “posizione attiva e di avanguardia nell’ordinare l’aspetto sociale delle imprese secondo le esigenze del pensiero cristiano”, che fa parte dei fini istituzionali fissati nello Statuto dell’Unione (art. 5, b).

Che il presente momento storico segni una sorta di trapasso di epoca per quanto concerne l’organizzazione del lavoro, è cosa che sta sotto gli occhi di tutti. L’automazione produce strumenti capaci di sostituire la presenza dell’uomo in vasti settori finora coperti dall’attività diretta di operai, tecnici, impiegati. D’altra parte questo processo - che tende ad ampliarsi - mentre offre esperienze esaltanti per lo sviluppo dell’azienda, produce anche situazioni e problemi non ancora risolti. Infatti il fenomeno che oggi turba il progresso dei complessi meglio avviati è proprio quello della crescente disoccupazione. Essa, quando raggiunge certe proporzioni, può divenire una vera calamità sociale, ma anche là dove comincia ad espandersi si rivela un fenomeno che esige costi enormi e rischia di rivolgersi contro le stesse strutture produttive, vanificando il vantaggio realizzato con le nuove tecnologie. Dobbiamo dire sinceramente che su questo punto c’è ancora una lunga strada da percorrere, analogamente a quanto avvenne con la trasformazione del sistema produttivo sul nascere dell’industria.

Ancora una volta la Chiesa domanda a voi di tener presente, in questo contesto, il principio sommo della giustizia sociale, in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni. Tale principio, come sapete, afferma che soggetto del lavoro è l’uomo, e fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona. Al riguardo ecco quanto dice il Concilio Vaticano II: “Il lavoro umano che viene svolto per produrre e scambiare beni e per mettere a disposizione servizi economici è di valore superiore agli altri elementi della vita economica” perché “procede immediatamente dalla persona, la quale imprime nella natura quasi il suo sigillo . . . Poiché l’attività economica è realizzata per lo più in gruppi produttivi in cui si uniscono molti uomini, è ingiusto e inumano realizzarla con strutture e ordinamenti che siano a danno di chiunque vi operi” (cf. Gaudium et spes, 67). Occorrerà, dunque, provvedere all’uomo, garantire il bene della persona, di ogni persona, anche nella nuova svolta tecnologica. Come ho affermato nell’enciclica Laborem exercens, “è il riguardo per i diritti oggettivi dell’uomo del lavoro, di ogni tipo di lavoro - manuale, intellettuale, industriale, agricolo, ecc. -, che deve costituire l’adeguato e fondamentale criterio della formazione di tutta l’economia nella dimensione sia di ogni società e di ogni Stato, sia nell’insieme della politica economica mondiale e dei sistemi e rapporti internazionali” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 17).

5. La Chiesa non pretende certo di dettare le tecniche appropriate, per risolvere questi problemi. Tuttavia essa sente di non poter venir meno al dovere di richiamare alla vostra coscienza, come a quella di quanti hanno responsabilità in tali campi, i principi morali che devono presiedere ad ogni decisione in materia.

Tra questi, fondamentale è il principio che i beni dell’universo sono stati creati per tutti gli uomini affinché, attraverso il lavoro, servano allo sviluppo completo di tutti. La proprietà privata riceve da questa destinazione universale dei beni le sue funzioni, i suoi contenuti, i suoi limiti. È necessario perciò che ciascuno, senza lasciarsi dominare dalla smania di conquistare maggior potere, si apra al dialogo e alla collaborazione, con la partecipazione competente anche degli organi della comunità politica.

Questo della collaborazione, che il vostro Statuto vuole “efficace e giusta tra i soggetti della produzione” (cf. art. 5, c), è tema che si allarga, oggi, su orizzonti internazionali. Nella produzione, come in tutte le attività lavorative, le dipendenze tra gli Stati si fanno di giorno in giorno più multiformi e intense. Spesso tali dipendenze sono state viste o interpretate come forme e occasioni di sfruttamento, specialmente a danno delle popolazioni più povere. Occorre oggi chiedersi se questa reciproca possibilità ed esigenza di rapporti a livello mondiale non possa divenire, invece, con la buona volontà di tutti, un’occasione positiva per trovare le vie di un maggiore impiego delle forze umane del lavoro, in un contesto non di concorrenza, ma di collaborazione tra i popoli. Il compito dell’imprenditoria e della dirigenza dovrà, a tale riguardo, essere anche quello di studiare per illuminare, spiegare, inventare le strategie di azione che salvino l’uomo, orientino le scelte, trovino rimedi alle negatività possibili, per far sì che l’essere umano sia sempre l’utente privilegiato dello sviluppo e il suo consapevole artefice.

Come l’evoluzione rapida della tecnica esige urgenti mutazioni e nuovi progetti per le imprese, così l’attenzione all’uomo richiede altrettanta sagacia, inventiva, solerte generosità perché non si inventano i valori profondi sui quali poggia l’ordine morale della cultura del lavoro. La Chiesa ha bisogno di affidarsi alla responsabilità cosciente di laici impegnati come voi per vedere realizzato il suo messaggio, sapendo bene che voi non siete condizionati da concezioni quasi meccanicistiche o fatalistiche dello sviluppo economico. Voi siete, anzi, convinti che, alla fin fine, è sempre la persona umana che dirige le sorti dello sviluppo e ne misura le conseguenze. Le questioni economiche e sociali dipendono sempre dalle scelte e dalle qualità delle persone che in esse operano, dalla loro buona volontà come dalla loro abilità e perizia nell’affrontare i problemi, in una parola dalla loro “responsabilità”. La Chiesa, perciò, è vicina a voi; è ben convinta che, come l’operaio o il tecnico, voi siete una componente necessaria della struttura lavorativa, e confida particolarmente in voi per lo sviluppo e il perfezionamento che voi potete dare alla civiltà del lavoro.

Vi auguro che possiate essere veri protagonisti di speranza per i tempi nuovi, operatori di segni positivi, pacifici, confortanti nel mondo imprenditoriale, sotto la guida dell’ispirazione fondamentale di un cristianesimo vivo e generoso.

La mia benedizione apostolica conforti la vostra Unione e sia propiziatrice di prosperità e letizia cristiana per voi e per le persone che vi sono care.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

                                                          

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