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ALLOCUZIONE DI GIOVANNI PAOLO II
AL COLLEGIO DEI CARDINALI, ALLA CURIA E
ALLA PRELATURA ROMANA PER GLI AUGURI NATALIZI

Venerdì, 20 dicembre 1985

 

Signori cardinali, venerati fratelli.

1. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Is 40, 5; Lc 3, 6).

Queste parole vengono ripetute nel salmo responsoriale della Messa di oggi 20 dicembre, e, come tutta la liturgia di questi giorni prossimi al Natale, vibrano di attesa per l’imminente venuta del Signore, facendo trepidare, come ogni anno, il nostro cuore, nella gioia sempre rinnovantesi di questa venuta, che ha trasformato il mondo. È la certezza della salvezza, apportata all’uomo dal Figlio di Dio e Figlio di Maria Vergine; è la consolazione della visita che il Verbo del Padre fa all’umanità, finalmente vicina alla liberazione dal peccato e dalla schiavitù del maligno; è la letizia che scaturisce dal sapere che “si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini” (Tt 3, 4).

“Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.

Questa atmosfera respiriamo oggi anche noi, come sempre, qui riuniti per scambiarci vicendevolmente gli auguri per il santo Natale e il nuovo Anno. Ringrazio il venerando cardinale decano per le sue sempre care ed elette parole, che hanno interpretato i vostri sentimenti in quest’ora di intimità familiare, in questa pausa di serenità tra i comuni impegni quotidiani; e, attraverso lui, ringrazio tutti voi, comprendendo in un solo atto di riconoscenza, di affetto, di considerazione, come in un abbraccio, gli officiali e collaboratori dei vari dicasteri della Curia Romana, del Vicariato di Roma, del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. E ringrazio di qui i rappresentanti pontifici e il personale del servizio diplomatico, sparsi nel mondo.

Sono spiritualmente vicino a tutti voi, alle vostre famiglie, specie ove vi sia qualche prova e sofferenza palese o nascosta; vicino al lavoro che prestate a questa cattedra di Pietro, ciascuno secondo le proprie competenze e i propri incarichi. Gesù che nasce vi ricolmi dei suoi doni di grazia e di bontà e vi ricompensi per il servizio che date alla sua Chiesa. Portate questi miei sentimenti a tutti i sacerdoti, religiosi e laici che collaborano con voi.

2. L’inconfondibile caratteristica del momento, propizia alla riflessione sotto la spinta del tempo che incalza verso la fine di un altr’anno, in questa distensione spirituale che l’attesa del Natale rende più facile e familiare, permette di solito di gettare lo sguardo, come in un consuntivo, all’attività svolta nell’anno che sta per chiudersi. Ciò facilita una verifica, e fa riprendere slancio e incoraggiamento per quanto ci attende in futuro. Le occasioni di incontro con voi, signori cardinali, che quest’anno si sono moltiplicate dalle ultime settimane di novembre fino alla solennità della Vergine Immacolata, prima per l’adunanza del collegio cardinalizio, quindi per la celebrazione della seconda assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, non richiedono un’analisi dettagliata dei vari avvenimenti svoltisi dall’ultimo Natale o dall’esame di qualche problema specifico.

Ciò che balza ai miei occhi con maggiore vivezza, in questo riandare con la memoria all’anno che volge al termine, sono tre fatti, che vorrei puntualizzare insieme con voi: la celebrazione dell’Anno internazionale della Gioventù; la commemorazione dell’XI centenario della morte di San Metodio con le varie manifestazioni indette per l’Anno cirillo-metodiano, e infine il XX anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ricordata con la recente convocazione del Sinodo dei vescovi.

La gioventù e i fermenti che essa porta con sé: l’opera evangelizzatrice dei santi fratelli di Salonicco, con la grande lezione che essa offre oggi all’azione catechetica, pastorale e missionaria della Chiesa nel mondo, per affrontare i grandi problemi del dialogo con le culture autoctone mediante l’inculturazione del Vangelo in ciascuna di esse; e il costante approfondimento del Vaticano II per la sua irradiazione sempre più matura e vasta all’interno della Chiesa e nei rapporti col mondo contemporaneo: ecco il grande valore di questi tre singoli avvenimenti, che hanno avuto uno spicco particolare nel decorso dell’anno.

Se intendo fermarmi in modo speciale su di essi non è solo per coglierne ancora una volta, e sotto una luce riassuntiva, il suggestivo significato, ma prima di tutto e soprattutto per ringraziare la Santissima Trinità che, con la sua grazia, ci ha permesso di celebrare questi eventi, e di viverli in tutta la loro pienezza spirituale. È Dio che guida la storia, la storia dell’uomo e del mondo: storia che, come sappiamo, è solo e unicamente “storia della salvezza”, con un disegno di amore redentivo che culmina con l’Incarnazione del Verbo. È lui che guida la sua Chiesa, e la fa strumento privilegiato del suo piano di redenzione. Inseriti in questa luce, i tre eventi acquistano tutto il loro pieno significato. L’Anno della Gioventù.

L'ANNO DELLA GIOVENTÙ

3. Il 1985 è stato proclamato l’Anno internazionale della Gioventù per iniziativa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Come è scritto nella Lettera apostolica “Ai giovani e alle giovani del mondo”, del 31 marzo scorso, “ciò riveste un molteplice significato prima di tutto per (loro) stessi, e anche per tutte le generazioni, per le singole persone, per le comunità e per l’intera società. Ciò riveste un particolare significato anche per la Chiesa, quale custode di fondamentali verità e valori e insieme ministra degli eterni destini che l’uomo e la grande famiglia umana hanno in Dio stesso” (Giovanni Paolo II, Epistula Apostolica ad iuvenes, Internationali vertente Anno Iuventuti dicato, 1, 31 marzo 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 757).

Questo significato è stato messo in luce e sviscerato in molteplici occasioni in tutta la Chiesa. E anzitutto da questa Sede di Pietro; infatti il tema scelto per la XVIII Giornata mondiale della pace è stato, com’è noto, “La pace e i giovani camminano insieme”; nel messaggio che rivolgo ogni anno per tale occasione, ne ho illustrato la ricchezza dei contenuti, la portata, la responsabilità che hanno per tutti gli uomini, e principalmente per i giovani e per le giovani. È stata poi a questi indirizzata la lettera già ricordata, nella Domenica del le Palme 1985, che cadeva il 31 marzo; e proprio per quella domenica sono venuti a Roma i rappresentanti della Gioventù, dai cinque continenti: ho ancora negli occhi le immagini dell’incontro di quella assemblea di giovani di tutte le razze e provenienze nella piazza di San Giovanni in Laterano, durante la quale abbiamo pregato e riflettuto insieme, con intima partecipazione di tutti i presenti, resi come un cuor solo e un’anima sola, finché le ombre della sera avvolsero quella folla, raccolta davanti la cattedrale di Roma. La commozione ritorna intatta nel ripensare alla processione e alla Messa della domenica seguente, a cui quella assemblea di giovani - non massa anonima, non numero, ma presenza viva e personale! - prese parte con gioia travolgente e composta, in un atto comunitario di amore e di fede a Cristo Signore nella vigilia della commemorazione della sua passione. Ricordo con quale entusiasmo quei giovani han fatto eco alle mie parole: “Vi penetri profondamente questa testimonianza, che Gesù di Nazaret rende alla verità! In lui è contenuta la causa dell’uomo: la causa eterna e insieme ultima! Gesù Cristo è: ieri, oggi e in eterno. E la causa dell’uomo è in lui: ieri, oggi e in eterno . . . Perciò a questo mondo - il mondo del secondo millennio che volge alla fine - è necessario continuamente e sempre di più colui che si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Al mondo è indispensabile Cristo” (Giovanni Paolo II, Homilia ad Missam in Dominica Palmarum habita, 7 e 9, 31 marzo 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 886 e 887).

Il Signore ha benedetto quell’incontro in modo straordinario, tanto che, per gli anni che verranno, è stata istituita la Giornata mondiale della Gioventù, da celebrare la Domenica delle Palme, con la valida collaborazione del Consiglio per i laici.

Vorrei sottolineare inoltre l’attenzione rivolta ai giovani, quest’anno in modo particolare, a cura degli episcopati di tutte le Nazioni del mondo: impossibile citare incontri e iniziative nei vari Paesi, tanto numerosi essi sono stati. E la stessa risposta dei giovani agli inviti a loro rivolti da Roma non avrebbe potuto essere tanto larga e corale, se non avesse trovato l’incoraggiamento e il supporto nelle varie diocesi, a opera dei miei fratelli vescovi e dei sacerdoti che li coadiuvano con dedizione e con sacrificio. A questi cari confratelli nel sacerdozio desidero dire pubblicamente il mio grazie commosso per aver risposto con tanta generosità all’invito che Loro facevo, con la tradizionale Lettera per il giovedì santo, a dedicare le cure precipue del loro apostolato al ministero in favore della gioventù, agli incontri personali, alla catechesi di Cristo e della sua parola di vita e di verità, con moltiplicato zelo, ispirato all’esempio del Salvatore.

La Chiesa deve guardare ai giovani come alla sua speranza: anzitutto perché da essi provengono le vocazioni, che sono la garanzia della fecondità della Chiesa stessa nel terzo millennio. Si curino le vocazioni sacerdotali e religiose con amore di predilezione, con l’amore stesso di Dio: “Dio, infatti, come ha scritto Tommaso d’Aquino, ama in modo speciale coloro che lo servono fin dalla giovinezza” (S. Tommaso, Super Ioannem, XXI, V, 2639).

Ma tutti i giovani devono sentirsi seguiti dalla Chiesa: perciò che tutta la Chiesa, in unione con il successore di Pietro, si senta sempre maggiormente impegnata, a livello mondiale, in favore della gioventù, delle sue ansie e sollecitudini, delle sue aperture e speranze, per corrispondere alle sue attese, comunicando la certezza che è Cristo, la Verità che è Cristo, l’amore che è Cristo, mediante un’appropriata formazione, che è forma necessaria e aggiornata di evangelizzazione. I giovani attendono; sono delusi da troppe inadempienze sul piano civile, sociale e politico; giudicano con occhio di chiarezza e di critica; sul finire di quest’anno vi son qua e là sintomi di un’aspettativa più grande, che non deve essere disattesa dalla Chiesa, che guarda ai giovani con speranza e amore.

Cristo è in cerca dei giovani, oggi come nel giorno in cui, fissatolo, amò quel giovane (cf. Mc 10, 21), che lo interpellava sulla vita eterna. La Chiesa continui e irradi a dimensioni planetarie la sollecitudine e l’amore del Cuore di Cristo! Nessuno si tragga indietro! Occorre aiutare quella “crescita” che ho indicato ai giovani e alle giovani come il mezzo per cui “la giovinezza è proprio la giovinezza” (Giovanni Paolo II, Epistula Apostolica ad iuvenes, Internationali vertente Anno Iuventuti dicato, 14, 31 marzo 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 790 ss.): crescita in età, in sapienza, in grazia! Giubileo cirillo-metodiano.

IL GIUBILEO CIRILLO-METODIANO

4. L’Anno cirillo-metodiano ha racchiuso anch’esso in sé un profondo e ricchissimo contenuto, che è stato ben avvertito a tutti i livelli, nella Chiesa non solo d’Europa ma anche degli altri continenti, come pure nella società civile e nel mondo della cultura.

Le celebrazioni per l’XI secolo dalla morte di San Metodio hanno avuto come il loro prologo nella Lettera apostolica Egregiae virtutis del 31 dicembre 1980 (Giovanni Paolo II, Egregiae Virtutis, 31 dicembre 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 1983 ss.), con la quale proclamavo i due santi fratelli compatroni d’Europa con San Benedetto. Già Leone XIII, che estese il loro culto a tutta la Chiesa, Giovanni XXIII e Paolo VI, che a diverso titolo vollero venerarli nella basilica romana di San Clemente ove è sepolto Costantino Filosofo, morto nell’Urbe, nell’869, avevano posto i fondamenti di tale decisione che interessa tutta la Chiesa, ma specialmente l’Europa e le regioni slave.

Già all’inizio di quest’anno, il 1° gennaio, preannunciavo il centenario. Come non ricordare ora la Messa celebrata nella basilica di San Clemente, il 15 febbraio, con la presenza degli studenti dei collegi ecclesiastici di Roma? E l’epistola enciclica Slavorum Apostoli, pubblicata il 7 giugno solennità della Santissima Trinità (cf. Giovanni Paolo II, Slavorum Apostoli: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/2 [1985] 3 ss.)? In questa luce sono da vedere anche le commemorazioni, tenute a Djakovo in Jugoslavia il 5 luglio, e a Velehrad, il 7 luglio, presso la tomba di San Metodio, con la presenza del cardinale segretario di Stato con carattere di legato pontificio; e, sempre in questa irradiazione di impulso evangelico-missionario per la Chiesa di Europa, si collocano sia il Simposio ecumenico europeo sia il VI Simposio del Consiglio delle Conferenze episcopali di Europa, tenutisi a Roma nello scorso ottobre, e culminati con la concelebrazione del 13 di quello stesso mese per il giubileo di Cirillo e Metodio.

L’evangelizzazione dei popoli slavi da parte dei due fratelli di Tessalonica ha un’importanza che investe la vita e la missione di tutta la Chiesa. Della Chiesa intera. Della Chiesa del nono secolo come della Chiesa del mondo contemporaneo. Infatti, sono ancora sempre attuali le finalità che ispirarono l’azione evangelizzatrice dei due fratelli: “La proclamazione della Parola; la diffusione e la conservazione della fede; l’unità di tutti i credenti in Cristo; la fiducia nell’opera della grazia divina; l’impegno pastorale, fino al dono di sé” (Giovanni Paolo II, Homilia in basilica S. Clementis, XI expleto saeculo ab obitu S. Methodii, habita, 15 febbraio 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 506).

Da queste molteplici componenti dell’azione pastorale svolta dai due santi, emergono come punti primari del loro “attualissimo messaggio” due indicazioni prioritarie. La prima è la validità e la costanza dell’impegno ecumenico, che proprio dal loro esempio trae motivo di particolare incoraggiamento: infatti, per citare ancora la Slavorum Apostoli, “caratteristico fu il loro amore alla comunione della Chiesa universale sia in Oriente che in Occidente . . . Da essi anche per i cristiani e gli uomini del nostro tempo deriva l’invito a costruire insieme la comunione” (Giovanni Paolo II, Slavorum Apostoli, 26: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/2 [1985] 27).

La seconda è lo sforzo per l’attività missionaria sotto l’aspetto dell’inculturazione del Vangelo, a cui ho già accennato. La Chiesa oggi si trova di fronte a sfide simili a quelle che la società e gli uomini presentarono a Cirillo e Metodio; essi vi seppero rispondere con una forza di fede e una chiarezza che devono rimanere di modello e di sprone per tutti noi. Problemi molteplici, sul piano delle idee, recrudescenze di laicismi pseudo-culturali, paure dell’uomo di oggi di perdere la propria autonomia e identità di fronte a Dio; valutazioni non sempre serene del patrimonio etnico-culturale da salvaguardare nell’opera missionaria: tutto ciò può talora portare allo scoraggiamento coloro che Cristo ha inviato a evangelizzare, a predicare a tutte le genti (cf. Mt 28, 19-20).

Ebbene, la figura e l’opera dei santi Cirillo e Metodio ci dicono che - come è scritto nella citata epistola enciclica - “il Vangelo non porta all’impoverimento o allo spegnimento di ciò che ogni uomo, popolo o nazione, ogni cultura durante la storia riconoscono e attuano come bene, verità e bellezza. Piuttosto, esso spinge ad assimilare e a sviluppare tutti questi valori: a viverli con magnanimità e gioia e a completarli con la misteriosa ed esaltante luce della Rivelazione” (Giovanni Paolo II, Slavorum Apostoli, 18: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/2 [1985] 22).

È un richiamo fortissimo alla speranza che non delude (cf. Rm 5, 5), ma anche al coraggio intrepido di annunciare il Cristo agli uomini di tutti i tempi, secondo le linee indicate dal Concilio Vaticano II, ed esplicate da ben due sessioni del “Synodus Episcoporum” (del 1974 e 1977), a cui han fatto seguito le due esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi e Catechesi tradendae. Sono consegne ben precise, affidate alla Chiesa dal supremo magistero del Vaticano II e della Sede di Pietro. Il sinodo interpella la Chiesa

IL SINODO INTERPELLA LA CHIESA

5. Il Concilio Vaticano II! Abbiamo appena rivissuto insieme quella esperienza di una nuova Pentecoste, come l’aveva voluta Giovanni XXIII nell’indire il Concilio del XX secolo; e abbiamo ancora nel cuore le brevi ma intense tappe della seconda assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, appena conclusa: la concelebrazione di domenica 24 novembre; le giornate delle adunanze generali e dei “circuli minores”; il messaggio dei Padri sinodali al popolo di Dio; la concelebrazione conclusiva a San Pietro nella solennità dell’Immacolata e il canto dei Vespri, con l’affidamento a Maria, nella Basilica Liberiana; e la Relazione finale dell’assemblea.

Non è perciò necessario ripetere qui l’importanza di questa iniziativa, che, riprendendo i temi basilari del Concilio Vaticano II, ne ha voluto essere celebrazione, verifica e promozione. Basti solo rilevare che l’iniziativa è stata presa come un servizio che la Chiesa di Roma, conforme alla sua vocazione, ha voluto rendere nuovamente al mondo sul solco tracciato vent’anni fa dai documenti conciliari; summa della riflessione della Chiesa sulla sua essenziale missione di rivelare Dio uno e trino e l’incarnazione del Verbo all’umanità.

È inoltre da sottolineare che questo Sinodo è stato seguito da tutte le componenti della Chiesa e dall’opinione pubblica del mondo intero con interesse superiore a quello dedicato agli altri sinodi.

Volendo in sintesi riassumere il profondo significato di questa commemorazione-verifica del Vaticano II, si può dire che essa - come risalta evidente dalla Relazione finale - ha voluto puntare sullo scopo primario del Concilio: la Chiesa, “sacramento universale di salvezza” voluta da Cristo “luce delle genti”, si sente ognor più interpellata dalla volontà del suo fondatore, nell’amore dello Spirito Santo, a rivelare il Padre al mondo; in una parola, si impegna a fondo nella sua missione evangelizzatrice, affidata a Pietro e ai suoi successori, e, “cum Petro et sub Petro”, ai vescovi dell’intero mondo, coadiuvati dai sacerdoti, per chiamare tutti i laici cristiani a maggiore coscienza della loro responsabilità nella vocazione all’apostolato.

Le tappe salienti di quest’anno che si chiude e sulle quali vi ho intrattenuti stamani, sono altrettante linee direttrici, sono una maturazione e un approfondimento di questa missione: i giovani, chiamati “a testimoniare dinamicamente nella vita la nuova realtà, . . . a partecipare nella comunità della Chiesa, alla missione salvifica di Cristo” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad iuvenes, 7, 30 marzo 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 868); le vetuste Chiese di Europa, come quelle degli altri continenti in specie del Terzo Mondo, impegnate a raccogliere dai metodi pastorali dei santi Cirillo e Metodio l’esempio che le spinga a un rinnovato impegno nel dovere precipuo della evangelizzazione a tutti i livelli, nell’annunzio della Parola, nella degna celebrazione del culto divino, nello sforzo di penetrazione del Vangelo nelle antiche e nuove culture; la Chiesa intera, a raggio direi cosmico, proiettata verso una nuova evangelizzazione missionaria secondo l’impulso conferitole, “ad intra” e “ad extra”, dalle consegne del Concilio Vaticano II, riprese e irradiate dal Sinodo dei vescovi. Fedeltà alla missione.

FEDELTÀ ALLA MISSIONE

6. Venerati fratelli, Figli carissimi.

Ormai vicini al Natale, a quel tempo santo in cui mediteremo ogni giorno con gioia rinnovata il mistero di colui che, come dice Sant’Agostino, “deos facturus qui homines erant, homo factus est qui Deus erat” - “colui, cioè, che essendo Dio, si è fatto uomo per rendere dèi coloro che erano uomini” (S. Agostino, Sermo 192, 1: PL 83,1012) -, ci infonde una più grande certezza di fede nel vedere la Chiesa sempre più fortemente consapevole della sua missione. L’anno che si conclude ne ha dato, fra tante altre, una mirabile testimonianza nelle celebrazioni che ho rievocato oggi con voi. L’anno nuovo ci trovi impegnati a continuare con fede, con speranza, con amore, questa missione che il Padre ci affida in Cristo, con la virtù dello Spirito, e che ha preso la sua corsa inarrestabile in quella notte, in cui il cielo si è unito alla terra, e l’annuncio di un nuovo tempo è risonato nella volta stellata di Betlemme, col coro degli angeli sulla grotta: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2, 14).

Dio e uomo, terra e cielo; nel mistero di Cristo e della Chiesa.

“Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.

Rinnovando gli auguri più affettuosi a tutti imparto la mia benedizione.

 

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