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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL CLERO ROMANO

Giovedì, 21 febbraio 1985

 

1. Non voglio fare un discorso, perché da un certo tempo abbiamo dato al nostro incontro una forma diversa che mi sembra molto più appropriata. All’inizio si trattava di un incontro con i missionari della Quaresima e il Papa rivolgeva ad essi un discorso. Successivamente, sembra che questi missionari siano divenuti meno attivi o, forse, la richiesta delle missioni nelle parrocchie sia diminuita. Così si è passati a un incontro con il clero in cui parlava il Papa e i sacerdoti dovevano ascoltare. Ma ho capito abbastanza presto che si doveva cambiare indirizzo: bisognava lasciar parlare i sacerdoti, i parroci, e lasciar ascoltare il Papa.

Così ripetiamo questi nostri incontri all’inizio della Quaresima con questo sistema, che mi sembra molto giusto e molto fruttuoso.

In un’adunanza come quella di oggi, lasciando parlare coloro che sono impegnati in prima persona nel lavoro pastorale, si può vedere meglio la Chiesa di Roma. Questo non vuol dire che il Papa, il cardinale e i vescovi non siano impegnati in prima persona; il loro è un altro impegno; come in genere è l’impegno dei vescovi che, essendo molto pastorale, è diverso dall’impegno dei loro collaboratori. Questi fanno il lavoro pastorale sempre in una porzione determinata. Hanno contatti diretti con la comunità. Sono dentro questa comunità. Naturalmente, si può dire che qui la Chiesa è presente in un senso molto particolare; ma proprio questo senso è ancora più costitutivo per la Chiesa.

La Chiesa non può essere universale senza essere particolare. Questo tocca anche la specificità della missione del Vescovo di Roma che congiunge le due dimensioni: da una parte quella della Chiesa universale della quale deve occuparsi anche di più se si considerano le dimensioni del tempo e delle occupazioni, e dall’altra quella della Chiesa particolare, appunto quella di Roma che dà il titolo proprio alla sua missione universale.

2. Per me è stato un incontro interessantissimo, perché ho potuto sentire tante voci con caratteristiche diverse. Ci sono state osservazioni, problemi, sintesi, testimonianze, domande diverse. È bene che sia stato così, perché si è avuta una visione globale, anche diversificata e, per questo, più completa. Insieme abbiamo contemplato questa realtà che è la Chiesa di Roma. L’abbiamo contemplata sotto l’angolatura della parrocchia e, sembra, questa è l’angolatura più specifica e più adeguata. Ogni Chiesa particolare attinge le sue particolarità attraverso le parrocchie e vive in tutte le parrocchie di cui è composta.

Qual è la situazione di Roma? Abbiamo a Roma oltre trecento parrocchie per oltre tre milioni di abitanti. Questo vuol dire che la media sarebbe di diecimila persone per ogni parrocchia. Ma, naturalmente, questo rapporto non si verifica ovunque. Ci sono grandi differenze tra il centro e le periferie. Giudicando con i criteri della sociologia pastorale, questa media non è troppo favorevole. Naturalmente nel mondo ci sono medie molto meno favorevoli: incontrando i vescovi durante le visite “ad Limina”, vedo come le parrocchie nei diversi continenti e nei diversi Paesi si trovino in situazioni notevolmente ancora più sfavorevoli.

Ma non è una situazione molto favorevole se si considera la differenza tra le parrocchie del centro, che sono piccole, al di sotto della media, e quelle grandi della periferia che sono molto al di sopra di quella che dovrebbe essere una media più opportuna, almeno, secondo la pratica pastorale di un vecchio vescovo, siamo vescovi già con una certa anzianità.

Secondo le considerazioni della sociologia pastorale, questa media dovrebbe essere piuttosto intorno a tre, quattro, cinquemila. Questa sarebbe la media più opportuna per una parrocchia a misura d’uomo. È questo il mio grande desiderio: che la diocesi di Roma possa avere parrocchie a misura d’uomo, ovunque.

3. Naturalmente, questo desiderio deve essere sempre confrontato con la realtà in cui viviamo. Sappiamo quali siano queste realtà, di tipo anche sociologico, nella situazione urbanistica in cui viviamo. Ma non si devono abbandonare i desideri. Ancor più ci si deve sforzare di rendere la parrocchia romana una parrocchia a misura d’uomo, dove cioè sia possibile costruire la comunità e la comunione, dove il parroco possa avere un contatto, una comunione con i parrocchiani, dove i parrocchiani possano avere un contatto con il parroco. Ciò si esprime anche con le cifre.

Poi c’è, naturalmente, il problema del numero dei sacerdoti. Anche questo è diverso a seconda delle parrocchie. Lo vedo durante le mie visite nelle parrocchie: a volte ci sono parrocchie popolose con pochi sacerdoti, altre volte ci sono parrocchie meno popolose con più sacerdoti, specialmente se guidate da comunità religiose dove il numero dei sacerdoti sembra di solito maggiore.

Ma questi sono gli aspetti “quantitativi”. Poi, però bisogna tenere presente anche gli aspetti qualitativi, quelli che si riferiscono alla densità, possiamo dire, della vita cristiana di quella parrocchia. Questa densità non è facilmente misurabile.

Di solito ai parroci che incontro prima della visita e durante la vista nella loro parrocchia chiedo se si recano a visitare le famiglie nelle loro case. Dalle loro risposte emerge un dato che sembra piuttosto ottimistico, direi migliore di quello che conoscevo a Cracovia. Sono ricevuti dappertutto, quasi il cento per cento dei parrocchiani - mi dicono - accolgono i sacerdoti che vanno a visitare e benedire le loro case. Naturalmente anche qui si deve fare qualche considerazione, anche critica: quali sono le motivazioni? chi riceve il sacerdote? qual è la caratteristica di quell’incontro? Tuttavia è un criterio che non si deve dimenticare. Io ero abituato a riproporre sempre questo criterio ai miei sacerdoti, ai miei parroci, in passato.

Prendiamo, poi, un altro aspetto, per esempio quello della catechesi. A Roma la catechesi va abbastanza bene con i piccoli, con i ragazzi della prima Comunione. Poi è forse un po’ più difficile con la Cresima. Si notano però gli sforzi compiuti nel campo della catechesi, e a Roma sono notevoli. Si nota anche la presenza attiva, apostolica dei laici che è abbastanza bene sviluppata. Questo, si può dire, è un punto forte della Chiesa e delle parrocchie di Roma. Naturalmente altra cosa è come si possa riuscire, con questo stesso sistema, a mantenere viva la vita cristiana dei giovani e, poi, degli adulti.

Se ci si ferma a considerare la percentuale dei “dominicantes”, secondo le risposte che ricevo dai diversi parroci durante la visita, non si hanno dati tanto ottimistici. Naturalmente, anche qui si devono adottare alcuni criteri critici di valutazione: perché è così? Ci sono molte chiese in Roma, non solo parrocchiali. Poi, fra i parrocchiani, tra gli abitanti di Roma ci sono molti che provengono dalla provincia e che hanno l’usanza di trascorrere la domenica nelle loro famiglie. Poi c’è la consuetudine propria di chi abita in città di trascorrere il week-end fuori dalla città. Un problema non solo di Roma, ma di tante altre città e di tanti altri Paese del mondo.

4. Prendendo in considerazione tutti questi aspetti, che non sono solamente quantitativi, ma anche qualitativi, si deve constatare che la parrocchia rimane sempre l’ambiente, la comunità in cui la vita cristiana di ognuno si forma e si sviluppa in modo sostanziale. In parrocchia, ogni cristiano viene battezzato, riceve la prima Comunione, in qualche caso, in misura minore, riceve la Cresima e si prepara al Matrimonio. Poi, penso che alla parrocchia si ritorni negli ultimi momenti della vita. Anche nel momento in cui si passa da questa vita alla casa del Padre la parrocchia è presente. In questo senso la parrocchia è presente nella formazione e nell’identità della vita cristiana, di tutti i cristiani, anche in Roma, di tutti coloro che sono cristiani anche se con diverse sfumature. La vita cristiana, dunque, passa per la parrocchia. Questa è la forza della parrocchia, pur con tutte le sue debolezze e i suoi limiti. Questa è la sua forza e la si deve sempre confermare. Io voglio farlo in questa circostanza.

Ci sono, poi, altre forme di vita che devono quasi completare quello che la parrocchia ci dà. Ci sono le scuole cattoliche, l’apostolato delle famiglie religiose, i movimenti e le organizzazioni che non sempre entrano perfettamente, non sempre si inquadrano del tutto bene nella parrocchia, ma danno certamente una vitalità cristiana all’insieme dei cattolici di Roma, come anche delle altre Chiese.

5. Penso che la nostra analisi, senza esaurire la tematica, abbia dato un quadro, una visione di quella realtà che è la parrocchia di Roma. Ci ha dato almeno la possibilità di riflettere comunitariamente, tra noi che siamo responsabili della pastorale di Roma. Penso che la discussione e le diverse voci debbano essere analizzate, registrate.

Dobbiamo anche proseguire questo dibattito. Specialmente sulle questioni sollevate dalle ultime quattro domande, molto sostanziali o su alcune proposte avanzate, come per esempio le proposte di utilizzare meglio i mezzi della comunicazione sociale: nella pastorale di Roma e specialmente nel contatto fra il vescovo, il corpo episcopale di Roma, e i sacerdoti, forse non solamente i sacerdoti, ma soprattutto i sacerdoti. A me fa sempre meraviglia ascoltare alcuni vescovi che vengono dalla Selva amazzonica, dove la pastorale almeno dal punto di vista tecnico sembrerebbe quasi impossibile da realizzare. Resto meravigliato nell’ascoltare come sanno superare le difficoltà dovute alla situazione climatica, geografica, servendosi proprio dei mezzi della comunicazione sociale, specialmente della radio. Per un vescovo è una cosa stupenda, per esempio - e per il Vescovo di Roma irrealizzabile - sapere che tutti i suoi diocesani, naturalmente non tre milioni ma forse trentamila, dispersi sul territorio, partecipano, tramite la radio, alla messa che lui celebra nella sua Sede ogni domenica, o quasi. forse lo presento come un quadro troppo ideale, ma forse è proprio così. Forse ci vorrebbe una maggiore creatività nel nostro modo di fare la Chiesa.

Vorrei terminare con alcune parole che considero molto significative. Ci sono molti - e penso che non manchino a Roma o forse sono molti - che si mettono fuori dalla Chiesa pur essendo battezzati, essendo della Chiesa. Dicono “la Chiesa fa”, “la Chiesa dice”, come se non appartenessero alla Chiesa. Essendo della Chiesa si trovano fuori o dicono di esserne fuori. Ci sono altri che dicono “noi siamo la Chiesa”. Grazie a Dio questa consapevolezza di essere la Chiesa è cresciuta molto grazie al Concilio Vaticano Il, che ha dato un’ecclesiologia molto più adeguata. Ha fatto conoscere questa ecclesiologia a tutti, almeno a coloro che si interessano di ciò che ha insegnato il Vaticano II.

6. Ma c’è ancora un’altra parola che sento molte volte ripetere da giovani impegnati nei movimenti apostolici, anche durante le visite pastorali: “Facciamo la Chiesa”. Queste parole esprimono veramente ciò che si trova negli insegnamenti del Vaticano II.

La Chiesa si deve fare. Certamente è Gesù Cristo che la fa sempre e dappertutto, dove noi nemmeno sappiamo. Egli la fa con la sua redenzione, con la sua grazia, la fa nello Spirito Santo, ma dobbiamo fare la Chiesa anche noi, insieme con lui nello Spirito Santo. Questa consapevolezza e volontà di fare la Chiesa si diffonde sempre più. Dobbiamo fare la Chiesa noi e non esclusivamente noi. Forse in passato si considerava che la Chiesa era fatta dal sacerdote. Questa volontà e questa espressione “facciamo la Chiesa” si fanno sentire sempre più da parte anche dei laici.

In ogni parrocchia e in tutta la Chiesa di Roma si deve diffondere quello che le parole “facciamo la Chiesa” vogliono significare: facciamo insieme: il Papa, il Vescovo di Roma, il corpo episcopale, i sacerdoti, i laici, facciamo insieme la Chiesa di Roma.

Si deve fare questa Chiesa. Naturalmente questa Chiesa è già fatta da duemila anni, ha la sua storia, le sue grandi tradizioni, i suoi santi, tanti santi, ma è sempre da fare.

Allora facciamo questa Chiesa di Roma.   

 

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