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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI SEMINARISTI DEL PONTIFICIO COLLEGIO PORTOGHESE

Sabato, 12 gennaio 1985

 

Miei amati fratelli e sorelle, sia lodato nostro Signore Gesù Cristo!

1. Siamo qui riuniti, questa sera, nella comunione d’amore e di lode a Dio e nella carità che ci rende fratelli nello Spirito Santo. Sono felice di trovarmi oggi in mezzo a voi, in questa sede relativamente nuova del Pontificio collegio portoghese di Roma. Vi ringrazio per la vostra festosa accoglienza, per la vostra presenza, e vi saluto tutti cordialmente: saluto i rappresentanti dei vescovi portoghesi, il signor ambasciatore, gli amici di questa casa, le religiose e soprattutto voi, cari sacerdoti e alunni che, con i vostri superiori, vi state preparando in questo luogo, con amore e serietà, per servire la Chiesa di Dio.

L’atto liturgico che celebriamo alla vigilia della festa del Battesimo del Signore, ci ricorda che la vita pubblica del divin Salvatore è racchiusa tra due battesimi: il battesimo di penitenza, sulle sponde del fiume Giordano, che segna l’inizio dell’itinerario dell’evangelizzazione che il Servo di Jahvè percorrerà, annunciando il regno di Dio e passando beneficando (At 10, 38); e l’altro battesimo – quello del Calvario – in cui il Redentore, come vittima di espiazione, diventerà pietra angolare del mondo nuovo, “perché Dio era con lui” (At 10, 38). Dopo il battesimo di Gesù Cristo, si aprirono i cieli e si senti una voce dire: “Tu sei il Figlio mio prediletto: in te mi sono compiaciuto” (Mc 1, 11). E la “pietra angolare, scelta e preziosa” che i costruttori increduli hanno scartato, attraverso lo Spirito Santo, manifestatosi sotto forma di colomba, diventa la grande certezza per coloro che credono: “Chi crede in essa non resterà confuso” (1 Pt 2, 6ss.).

2. Noi, per grazia dell’Altissimo, siamo coloro che confidano in questa “pietra angolare”. Anche noi un giorno siamo stati battezzati nella morte e risurrezione di Cristo; a sua somiglianza, abbiamo ricevuto l’unzione dello Spirito; in lui siamo diventati figli di Dio e pietre vive, chiamati ad entrare “nella costruzione di un edificio spirituale, per mezzo di un sacerdozio santo, il cui fine è offrire sacrifici spirituali che siano graditi a Dio” (cf. 1 Pt 2, 6ss.).

Come sulle sponde del Giordano, lo Spirito Santo fu presente anche nel bel giorno del nostro Battesimo, poiché è lui che, in seno al fonte battesimale, genera a nuova vita coloro che credono in Cristo, unendoli in un solo popolo di Dio (cf. Ad gentes, 15). E per quasi tutti noi, qui presenti, il Signore ha riservato un’unzione speciale, che racchiudeva in embrione la vocazione di “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4, 1), al servizio del Signore e del prossimo, nella grande famiglia umana.

Il primo sentimento che ci deve dominare in questa breve meditazione è l’adorazione e il ringraziamento al Signore, per aver fatto in noi “grandi cose”: benedetto sia Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, per l’efficacia della nostra fede, per il dono della carità, insieme al suo Spirito, e per il coraggio della speranza che ci ha concesso, perché “siamo stati eletti” (cf. 1 Ts 1, 4). Infatti nessuno può attribuire a se stesso questo onore, ma lo riceve soltanto chi è chiamato da Dio. Lo stesso Gesù Cristo, sommo sacerdote, non glorificò se stesso, ma venne glorificato da colui che gli disse: “Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato” (Eb 5, 4ss.). Una parola analoga ci venne detta quando fummo battezzati: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la salvezza”; e voglio prenderti per mano e formarti, per usare l’espressione della profezia di Isaia (Is 42, 6).

3. Figli di Dio, pietre vive, ben salde nella “pietra angolare”, creati per aiutare gli uomini a comprendere le cose divine, “per offrire doni e sacrifici” (Eb 8, 3), dobbiamo necessariamente aver qualcosa di noi stessi da offrire. Questa sera, vorrei parlarvi della fiducia, quanto di meglio possiamo offrire di noi stessi nella nostra sublime funzione sacerdotale: “Fa bene attenzione a me, Figlio mio, e tieni fisso lo sguardo ai miei consigli” (Pr 23, 26). Il Signore, lo stesso ieri, oggi e sempre, come risposta, continua a ripeterci: guardate: “Avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33).

Abbiate fiducia: è per voi questa parola, carissimi responsabili della direzione e dell’animazione spirituale di questa casa; è per voi, carissimi alunni, sacerdoti e seminaristi che qui svolgete e completate la vostra formazione; è per voi, amate sorelle religiose, che qui prestate il vostro dedito servizio, con il cuore e lo sguardo sicuramente rivolti alla Serva del Signore, impegnata nella vita domestica della casa di Nazaret, per offrire un buon ambiente e un clima familiare; è per voi, che assicurate il sostentamento e il mantenimento di questa casa: dall’anonimo benefattore, agli amici conosciuti, oggi qui rappresentati, e ai signori vescovi qui rappresentati dal presidente della Conferenza episcopale portoghese e dai metropoliti del Portogallo, tra i quali l’ex allievo il cardinal patriarca di Lisbona, e dom Custódio Alvim e dom Teodoro de Faria, già rettori di questo istituto.

4. In voi vedo rispecchiata nella città di Roma la “Casa Lusitana”; e rivivo, con grata emozione, le immagini dell’indimenticabile visita al vostro Paese che ebbi la gioia di compiere due anni e mezzo fa. Fu sotto il segno della fiducia nel Signore nella storia che feci quel pellegrinaggio alla vostra terra, desideroso di portare al Portogallo di oggi una parola di conforto, che allo stesso tempo riaffermasse la stima per un popolo con una gloriosa storia e un ricco patrimonio spirituale, fonte di responsabilità. Fu sotto il segno della fiducia in Dio e nella Madre della Chiesa che mi inginocchiai a Fatima, con il mondo e con il popolo portoghese, per affidare alla protezione della Vergine, Madre di misericordia e speranza nostra, i destini degli uomini e delle nazioni. E con lo stesso sentimento di fiducia ho invitato il mondo, e con esso il Portogallo, a venire a Roma – con l’immagine della Vergine di Fatima – per poter qui, nel cuore della cristianità, alla fine dell’Anno Santo della redenzione, rinnovare lo stesso atto di consacrazione.

È motivo di fiducia il passato di questo collegio: tutti coloro che hanno abitato in questa casa di formazione sin dall’inizio – e sarebbe il caso di ricordarne i nomi, se avessimo più tempo a disposizione – hanno dimostrato quella fiducia che, possiamo dire, è stata premiata. Infatti, la storia della Chiesa in Portogallo e negli altri territori e nazioni di espressione portoghese, in questo secolo, non potrà essere scritta senza riferire la partecipazione che in essa hanno avuto gli ex allievi del Pontificio collegio portoghese, che annovera nel suo libro d’onore tre cardinali e quarantotto vescovi, senza dimenticare gli altri quasi seicento servitori del popolo di Dio, impegnati in attività di grande responsabilità e, grazie a Dio, con frutti e risultati che durano nel tempo.

E questa fiducia continua, nonostante le circostanze nelle quali vivono e lottano gli uomini di oggi. Favoriti dai vantaggi del progresso, ma, non raramente, afflitti da un certo malessere, proveniente da vari e gravi motivi di ordine sociale, politico, economico, ideologico e culturale, essi possono sembrare non interessati; ma, al fondo, hanno bisogno di sacerdoti integri e coraggiosi, di uomini totalmente “al servizio degli uomini” e sensibili alle loro problematiche e sofferenze, ma diversi, in quanto testimoni, araldi e servitori, liberi e disponibili all’assoluto di Dio, che ciascuno, nonostante tutto, cerca.

5. È giunto il momento di concretizzare e rispondere alla domanda: come rispondere a questa fiducia e aspettativa? O, che cosa si attende dagli allievi di questo collegio, come casa di formazione, di perfezionamento, in cui si compie l’evangelico “sedersi” e “calcolare” ciò di cui si dispone per “edificare” e per “difendere” il regno di Dio (cf. Lc 14, 28ss).

Vi lascio alcuni temi, per una vostra riflessione personale, sul tipo di sacerdote che si desidera vedere sempre in voi.

– Sacerdoti imbevuti dei sentimenti di Cristo, persuasi che più che professione l’“essere sacerdoti” è una vocazione divina, da vivere seguendo lo stesso Cristo e in sintonia con la sua parola, meditata e assimilata nell’intimità della preghiera. Nulla può sostituire la preghiera personale; non si improvvisa l’abitudine della preghiera comunitaria; e non si può costruire la comunione ecclesiale senza la preghiera liturgica. Vivete in un tempo e in una situazione favorevoli per prepararvi ad approfondire ciò che vi aspetterà sempre, qualsiasi sia la vostra specializzazione: maestri della preghiera e guide delle anime lungo le strade dell’unione di Dio.

– Sacerdoti di vita santa, perché è santo colui al quale vi consegnate: con la grazia divina sempre splendente; “evangelizzati”, per poter evangelizzare, che è qualcosa di più dell’accostamento ai contenuti dell’Evangelo: è condurre gli uomini a incontrarsi con Cristo e a lasciarsi incontrare da lui.

– Sacerdoti personalmente convinti, contenti della loro missione e felici della loro scelta, senza scoraggiamenti o stanchezze, nonostante le difficoltà del cammino evangelico. In un Paese tradizionalmente cristiano, come il vostro, ed è un bene che lo sia, esiste, più che in altri, la sfida costante e il desiderio di vedere rispecchiata in voi la ragione per la quale adorate Cristo nel vostro cuore e della speranza che vi sostiene (cf. 1 Pt 3, 15).

– Sacerdoti con una solida dottrina: il privilegio di studiare a Roma deve creare in voi l’abitudine e la serietà del lavoro intellettuale, come mezzo di attualizzazione, come capacità di comprensione, di dialogo rispettoso, di discernimento; in altre parole, creare in voi la sicurezza di “unire sempre tutto a Cristo” e di non discernere (cf. Lc 11, 23), nell’annunciare la parola e nel condurre la riflessione del laicato cattolico, sempre più assetato di sicurezza e certezza, nel labirinto delle correnti di pensiero e delle ideologie. Il sentire con la Chiesa e il vivere sinceramente e coerentemente la sua cattolicità e la sua promessa di eternità (cf. Mt 28, 19ss) incontra in questa città di Roma un insieme di stimoli unici, che abitualmente chiamo grazia: la grazia di stare in contatto con le memorie del passato che ancora ci parla e con la vita che si esprime attraverso il servizio, presso il successore di Pietro, nella Sede apostolica che presiede alla carità universale.

– Sacerdoti capaci di vivere e creare comunione nella vita ecclesiale e aperti alla riconciliazione con i dispersi e i lontani, e capaci di portare avanti, con tutti gli uomini di buona volontà, il “dialogo della salvezza”. Ciò, come ben sapete, presuppone un’attitudine ad accettare persone differenti e legittime opzioni personali e a formare gruppi al servizio della missione della Chiesa, situata nel tempo e nello spazio; e presuppone anche l’esperienza della fedeltà, interamente ed esternamente: fedeltà alla propria chiara coscienza, al magistero e alle norme disciplinari della Chiesa. La genuinità dello zelo apostolico deve sgorgare sempre da questa fedeltà alla comunione con la Chiesa, madre e maestra, con il vostro vescovo e con il presbiterio diocesano. Solamente così sarete buoni educatori alla fede degli altri cristiani.

– Sacerdoti vicini a tutti, per semplicità e bontà, prudenti e sempre guidati da grande lucidità di spirito, che sappia distinguere le autentiche esigenze dell’ingiustizia e proporre gli imperativi della carità, senza lasciarsi compromettere da ciò che può ridurre l’integrità del messaggio evangelico. Sacerdoti, dunque, che siano “sacerdoti e soltanto sacerdoti”, come si dice nel vostro Paese. E che gli uomini vedano sempre in voi solamente ciò: è quanto desidero per ciascuno di voi e quanto desidero per il caro e fedele popolo del Portogallo.

Abbiate fiducia: “Tutto ciò che il Signore vuole, lo porta a compimento” (Sal 135 (134), 6), come abbiamo pregato poco fa con il salmista, sicuri di “prolungare Cristo”, che passava beneficando, “perché Dio stava con lui” (At 10, 38). E che vi protegga sempre la Madre della nostra fiducia, Maria!

Ringrazio il Signore, con voi, e ringrazio voi stessi per quest’esperienza spirituale di comunione; e chiedo a Dio che questo collegio, che ha il titolo di “Pontificio” e che conta sull’affetto dall’attuale successore di Pietro, sia sempre fedele alle sue origini e finalità, vivaio di autentici discepoli di Cristo, che confidano e sanno in cosa confidare, pronti a dimostrare la propria fiducia nell’amore del Padre, nella grazia di Cristo e nella comunione dello Spirito Santo. Amen! 

                                                             

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