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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA GIUNTA CAPITOLINA

Giovedì, 17 gennaio 1985

 

Signor sindaco,
signori membri della Giunta capitolina.

1. Sono lieto che anche all’inizio di quest’anno voi abbiate desiderato di venire qui a rinnovare una consuetudine ricca di significato. Ringrazio il signor sindaco per i voti a me rivolti a nome la Giunta e del Consiglio comunale.

Saluto tutti e ciascuno in particolare e mi è gradito far giungere, per vostro tramite, il mio cordiale augurio di un anno sereno e prospero a tutta la popolazione residente nell’ambito del comune.

L’incontro tradizionale tra autorità religiosa e autorità amministrativa all’aprirsi di ogni anno, oltre che gesto di cortesia per la formulazione dei reciproci auguri, costituisce anche un’occasione propizia per gettare uno sguardo sul vasto e complesso panorama dei problemi di ordine morale e umano, ai quali vanno le rispettive preoccupazioni, consentendo di fare in qualche modo il punto della situazione a vantaggio del comune impegno e dello specifico servizio.

Una metropoli come Roma, capitale dello Stato italiano e centro dei cristianesimo, meta incessante di visitatori d’ogni continente, non è un capoluogo come gli altri. Da oltre due millenni città dell’arte, della cultura e della fede, Roma non finisce mai di sorprendere per la ricchezza dei beni, che offre all’ammirazione e allo studio, per la nobiltà dei valori, che racchiude e irradia: qui la civiltà antica ha lasciato eloquenti tracce della sua grandezza; qui i secoli cristiani hanno accumulato mirabili testimonianze di fede, spinte a volte fino all’eroismo del martirio, consegnandone la memoria ad opere pittoriche, musive e architettoniche di rara bellezza.

Quest’eredità preziosa è affidata alla Roma di oggi, un aggregato urbano che si avvia a toccare, di fatto, il traguardo finora mai raggiunto dei quattro milioni di abitanti. A questa città degli uomini, con tutta la gamma variegata e complessa dei problemi personali, familiari e sociali che vi si agitano, vanno i pensieri e le sollecitudini vostre e anche mie.

2. In occasione dei nostri periodici incontri il quadro cittadino delle luci e delle ombre è messo in rilievo costantemente. Non si può dire che, all’inizio del 1985, nel suo contesto globale, esso si presenti notevolmente diverso dall’anno che si è da poco concluso.

Se si constata con soddisfazione la nota positiva di un clima sociale relativamente più tranquillo e di un’attenzione più viva ai grandi valori da parte del mondo giovanile, non manca il contrappeso dell’aggravarsi di altri aspetti della situazione.

È di non meno di due mesi fa la celebrazione del convegno di studio e di programmazione, promosso dal vicariato di Roma, sul tema delle “diseguaglianze sociali”. Esso ha cercato di avviare un’indagine preliminare sulla situazione della città, allo scopo di invitare a predisporre un progetto di concrete linee di azione, per ridestare la responsabilità a ogni livello e spingere tutte le forze vive al servizio della comunità cittadina stimolando l’impegno di tutti.

3. Per quanto riguarda la Chiesa, è noto che essa, per lo sviluppo umano e civile, è sempre pronta a compiere la sua parte nel promuovere i valori fondamentali comuni, senza confusioni di competenza o di posizioni ideologiche. È per tali motivi che la Santa Sede ha sottoscritto nel testo della revisione del Concordato con l’Italia il principio del comune impegno tra le autorità civili e religiose, nel rispetto della reciproca autonomia, per la promozione dell’uomo e del bene del Paese. La formula assume una particolare valenza per la città di Roma, sede vescovile del romano Pontefice e centro del mondo cattolico.

La Chiesa ha rispetto per le legittime istituzioni civili, alle quali compete la guida della società secondo principi di libertà, di giustizia, di verità e di concordia. Per quanto la concerne, essa rivendica la libertà di esercizio del suo ministero, consapevole e fiduciosa che questo, comportando anche la promozione degli autentici valori umani, si riveli di fondamentale importanza per lo stesso raggiungimento dei fini propri dello Stato.

Oggi è d’uso corrente parlare di città organizzata “a misura d’uomo”, appunto per significare che la città non è fine a se stessa, ma ha nell’uomo il fine sul quale misurare le proprie strutture e i criteri secondo i quali autogestirsi. Se i poteri pubblici perdono di vista questa verità, agiscono come una macchina che giri a vuoto, con pericolo addirittura di provocare arretramenti.

L’uomo non è un individuo isolato. La sua dignità di persona lo inserisce essenzialmente in un tessuto di relazioni sul piano - come volentieri si dice - orizzontale e verticale: verso la famiglia, i propri simili e verso i valori del mondo della trascendenza. Favorire tale rete di relazioni in ogni direzione, significa aiutare l’uomo a divenire più uomo e la città a farsi più umana. Questa è, del resto, l’indicazione che viene dalle grandi tradizioni, che a Roma hanno radici millenarie. Esse costituiscono il terreno solido sul quale è possibile edificare una convivenza stabile e serena, aperta agli apporti nuovi e tuttavia saggiamente gelosa delle conquiste significative del passato.

4. La Chiesa si sente particolarmente impegnata, in nome del Vangelo, ad essere presente e attiva dovunque esista una traccia di povertà e di sofferenza. È in base a questo interiore e impellente stimolo di fede che i cristiani, quale fermento nella società umana, vogliono operare efficacemente in ordine all’edificazione di una città nuova a servizio dell’uomo. Chiamati a confrontarsi costantemente con i trascendenti valori del messaggio di Cristo, essi non possono non sottoporre a valutazione il funzionamento delle strutture, nel desiderio di contribuire a migliorarle e, soprattutto, non possono esimersi dall’obbligo di studiare e indicare le cause dei vari fenomeni negativi di cui soffre la città.

Per la sua specifica missione la Chiesa, con a capo la gerarchia, è impegnata alla trasformazione del cuore dell’uomo, in assenza della quale essa è convinta che il cambiamento delle strutture è destinato a mutare ben poco nella vita dei singoli e delle comunità. E io, quale Vescovo di Roma, all’inizio di questo nuovo anno, desidero auspicare vivamente che la città possa ritrovare ogni giorno di più il suo antico cuore cristiano, anche perché l’esperienza conferma che la crescita cristiana della città è garanzia e alimento della crescita umana e civile dei suoi abitanti.

Con ogni migliore e più sincero augurio, io rinnovo a tutti voi il mio cordiale saluto, invocando sulla diletta cittadinanza romana l’abbondanza dei doni celesti per un anno di sereno progresso nel rispetto reciproco e nella leale dedizione al bene comune.

                                          

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