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VISITA PASTORALE  IN VENETO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON IL CLERO DIOCESANO NELLA CHIESA PARROCCHIALE
DEI SANTI MATTEO E SILVESTRO

Riese Pio X (Treviso)
Sabato, 15 giugno 1985

 

Cari Sacerdoti e Religiosi della Diocesi Trevigiana!

1. So di incontrare oggi, qui, un presbiterio valoroso, che ha alle spalle, e tuttora nel cuore, una tradizione, tra le più illustri, di impegno sacerdotale e pastorale.

Dalla catena sacerdotale alla quale voi appartenete, è venuto Don Giuseppe Sarto, Pontefice grande e santo nella Chiesa di Cristo. Della sua grandezza e della sua santità io sono venuto a rendere testimonianza a Riese, a Treviso, a Venezia. Nessuna lettura parziale e nessuna analisi critica del periodo storico in cui egli visse, o addirittura del suo servizio Pontificale, possono intaccare quello che è stato e rimane il giudizio della Chiesa su quest’uomo che, com’è stato giustamente detto, fu grande perché fu santo.

Commemorando il centenario dell’ordinazione sacerdotale di Pio X, nel Duomo di Castelfranco Veneto il 18 settembre 1958, il patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, con profonda acutezza, ebbe a dire: “Avvenimenti di straordinaria portata hanno sconvolto il mondo e più volte rifatto la carta geografica delle nazioni. Ma il punto fermo segnato da Pio X con ardore apostolico, con intrepidezza di pastore universale, ci fa dire che il piccolo Samuele di Riese si lasciò condurre dalla voce e dalla mano di Dio: ed elevato alla dignità altissima di Romano Pontefice emulò i suoi grandi predecessori, e solo per un istante . . . parve che rimanesse schiacciato dal peso immane dell’altissimo ufficio. Poi, con il passo sicuro della gente della campagna, intraprese il suo cammino. E fece una strada lunga, difficile e martoriata, che sbalordì quanti credettero che il figlio del cursore comunale si esaurisse tutto nell’“offerre dona et sacrificia pro peccatis”. Di fatto egli fece questo in modo eminente, e fece tutto il resto, di cui una sola impresa basterebbe alla sua gloria e immortalità” (Angelo Giuseppe Roncalli, Scritti e Discorsi, III [1957-1958] 653).

2. E infatti, come per i grandi Pontefici, noi possiamo dire che non c’è settore o aspetto della vita della Chiesa in cui Pio X non sia entrato per discernere, orientare, determinare, rilanciare. Ricordiamo sommariamente il campo della liturgia, i sacramenti, la catechesi e la predicazione, il canto sacro e l’arte sacra, il diritto ecclesiastico, l’apostolato sociale, i seminari e la formazione sacerdotale, gli studi biblici, l’organizzazione ecclesiastica: in ognuno di questi ambiti egli è intervenuto con mano abile e ferma, con scelte provvidenziali e incisive. Egli ha consacrato orientamenti innovativi e profetici e, nello stesso tempo, ha consolidato e incrementato la fede della Chiesa. Poiché questa è stata la sua massima aspirazione e preoccupazione: la genuinità, la limpidezza, la trasparenza della fede in tutto il popolo di Dio. Ha lottato e sofferto per la libertà della Chiesa, e per questa libertà s’è rivelato pronto a sacrificare privilegi e onori, ad affrontare incomprensione e derisione, in quanto valutava questa libertà come garanzia ultima per l’integrità e la coerenza della fede. Non si lasciò bloccare da alcun rispetto umano, né da calcolato opportunismo, quando si trattò di difendere i diritti di Cristo, della Chiesa e dei più piccoli tra i fratelli. Chi lasciò dietro a sé senza tentennamenti nostalgici, ogni attrattiva per il potere temporale, ogni pur minimo collegamento con la “civitas terrena” che non fosse contrassegnato dalla carità, se non Pio X? Sì, questa è la grandezza di Papa Sarto; qui egli svetta in maniera incomprimibile. Non solo cronologicamente egli chiude un’epoca e ne apre un’altra, e poi è quella che ci avrebbe condotti al Concilio Ecumenico Vaticano II, e alla caratteristica fondamentale e imprescindibile di esso, la pastoralità. Cioè, quel modo singolare e originale di valutare ogni situazione, che è proprio della Chiesa, in continuazione dell’opera del Buon Pastore, secondo la quale nulla dell’uomo le è estraneo o indifferente, ma tutto le interessa sul piano esclusivo del servizio, “usque ad effusionem sanguinis”.

Angelo Giuseppe Roncalli, divenuto Papa Giovanni XXIII, scriveva (21 aprile 1959) in particolare al Clero Veneto in occasione del provvisorio “ritorno” dell’urna di Pio X a Venezia: “La Chiesa dei tempi di Pio X stette al posto suo con finezza e fierezza. Taluni forzarono la porta; altri riuscirono ad imprese clamorose e dolorose. Ma su quel clamore si distesero poi le ombre della notte. Pio X, mite e umile di cuore, non piegò alla violenza dei potenti della terra né alle lusinghe dei dialettici delle varie scuole. E lasciò l’esempio preclaro del suo strenuo amore al Libro Sacro e alle sorgenti della grazia. A chi, definendolo “un povero parroco delle campagne venete”, lo immaginò quasi confuso e sperduto nelle immensità dei compiti pontificali, egli diede la misura altissima della sua chiaroveggenza di Maestro e di Pastore universale” (AAS 51 [1959] 379).

3. Ecco perché vede riduttivamente, quando non erroneamente, chi parla di immobilismo e di restaurazione della Chiesa dei tempi di Pio X: l’“instaurare omnia in Christo”, contrariamente alle apparenze, è quanto di più dinamico e innovativo possa esserci in ordine al tenere il passo coi tempi e al corrispondere con intrepida franchezza alle sempre nuove esigenze del cuore umano e cristiano.

Questo è stato Pio X, il papa vostro e nostro, di tutti noi e di tutta la Chiesa. Ma non stentiamo certo a credere che egli, più che un fiore nel deserto, è il ricamo più luminoso nel tessuto di una Chiesa locale, che oggi è qui egregiamente rappresentata nel suo Episcopato e nel suo presbiterio, cui non da oggi è stato istillato caratteristicamente il valore straordinario e ineffabile della dignità sacerdotale, che plasma e non mortifica la persona del prete, e anzi la vivifica aprendola a relazioni comunitarie inconfondibili perché scaturenti dalla familiarità davvero inenarrabile con i misteri della grazia.

Non solo qui, ma qui certamente s’è forgiato un tipo di prete che, vivendo in comunione continua con Dio, rimane in mezzo ai suoi fratelli e ne diviene padre, consigliere e amico, grazie alla genuinità della fede e di quell’umanesimo popolare, in cui l’incontro tra natura e grazia diventa novità della storia.

Se la terra trevigiana è stata una delle culle del movimento cattolico italiano e se in essa presero vita, nel corso dell’ultimo secolo, esperienze sociali di grande valore propulsivo nel campo della solidarietà e della cooperazione, come in quello dell’apostolato sociale, lo si deve, e non certo nella misura più ridotta, a una certa qualità del clero dalla tempra forte: educatori e pionieri, testimoni e trascinatori sulle virtù dell’essere prima che nello zelo del fare. Preti umili ed eroici, attaccatissimi alle loro comunità, suscitatori generosi e inarrestabili di protagonisti nella vocazione laicale. Voi ne avrete certo conosciute di simili querce, e il loro ricordo non potrà andare disperso, la loro testimonianza non può essere scordata.

4. Ed ecco, allora, quel che ci fa bene e c’interessa, in particolare: oggi più di ieri c’è bisogno di simili educatori che, nella fede, sappiano - come raccomanda il Concilio - “curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operosa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità - continua il testo conciliare - saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte a educare gli uomini alla maturità cristiana” (Presbyterorum ordinis, 6).

Non si improvvisano cristiani adeguati a questo tempo; né viene automatico soddisfare alle esigenze di una formazione all’altezza delle attese conclamate. Dovranno forse andar deluse tante richieste giovanili, tanti desideri di bene, tanta disponibilità sincera e insistente?

Oh, davvero, guai a noi se dovesse succedere. La gravità dei compiti, la delicatezza delle situazioni, la stanchezza inerente al moltiplicarsi degli impegni potrebbero indurre a qualche scoraggiamento. Ma non si può disertare. Se venissero meno i sacerdoti, o se i sacerdoti attenuassero la loro identità e la loro missione, allora certo si preparerebbero momenti preoccupanti non solo per la Chiesa, ma anche per la società civile.

Tocca a voi non tralasciare, con i necessari aggiornamenti e adattamenti, la direzione di un cammino antico, eppure collaudato e modernissimo. Non ci si può ridurre a esperimenti sporadici o a improvvisazioni estemporanee: il laicato oggi è esigente e i giovani lo sono ancor più. Senza considerare che alcune volte essi stessi non sanno più bene che cosa davvero cercare e sperare. Ma proprio per questo vogliate proporvi insistentemente, umilmente, irrinunciabilmente, di stimolo: “apostolica vivendi forma”.

5. San Pio X in tutto l’arco della sua lunga testimonianza ecclesiale - come Parroco, Vescovo, Papa - si adoperò in ogni modo per vivere e realizzare nella propria esistenza tale “apostolica vivendi forma”, cioè l’autentica identità del proprio Sacerdozio, e per esortare i presbiteri a una vita esemplare, secondo le esigenze della loro altissima missione. Insigne e straordinaria testimonianza di tale ansia e di tale amore per il Sacerdozio e per i Sacerdoti è l’Esortazione, che Egli indirizzò a tutto il Clero del mondo il 4 agosto 1908, in occasione del 50° anniversario della propria ordinazione presbiterale: si tratta di un Documento, che è come lo specchio della sua grande ricchezza soprannaturale, della sua personale esperienza sacerdotale, del suo interiore itinerario nella via della santità. Non si possono leggere senza emozione le parole che, verso la conclusione, Egli rivolge ai Confratelli nel Sacerdozio: “Voi tutti, ovunque siate, vedete quale momento attraversa la Chiesa per un disegno misterioso di Dio. Rendetevi dunque conto che avete il sacro dovere di prestarle assistenza e aiuto nelle sue strettezze, dopo che essa vi ha onorati di una dignità così insigne. Ora più che mai urge che il Clero rifulga di virtù più che mediocre, esemplarmente illibata, viva, operosa, pronta più che mai ad agire e a soffrire con fortezza per Cristo. Questa è la nostra più ardente preghiera e il voto più vivo dell’animo nostro per tutti e per ciascuno” (Pio X, Haerent animo: “Pii X Pont. Max. Acta”, IV, 259).

Questo pressante “invito alla santità sacerdotale” da parte del grande Santo Papa, accogliamolo con piena disponibilità oggi, in questi luoghi che Egli edificò spiritualmente con la sua esemplare vita, tutta dedita alla gloria di Dio e al bene delle anime.

Accoglietelo, con particolare fervore, voi, Sacerdoti e Religiosi della Diocesi di Treviso, che mesi fa vi siete raccolti in preghiera attorno al vostro Pastore, Monsignor Antonio Mistrorigo, in occasione del 50° anniversario della sua Ordinazione sacerdotale e del 30° di Episcopato.

La gioia della fedeltà e della fraternità sacerdotale conforti ogni vostra impresa nell’apostolato, e San Pio X protegga il lavoro che con tanto zelo voi svolgete per l’avvento del Regno di Cristo.

Di cuore imparto la Benedizione Apostolica a voi qui presenti, ai vostri Confratelli che compiono il loro ministero nelle quindici parrocchie, che la diocesi di Treviso sostiene in Europa, in Africa, in America Latina, a Roma; e benedico anche tutti i vostri fedeli e le persone che vi sono particolarmente care!

Amen!

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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