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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL SACRO COLLEGIO DEI CARDINALI

Venerdì, 28 giugno 1985

 

Venerati Fratelli e carissimi figli e figlie della Curia Romana!

1. Anche quest’anno vi ho voluti qui riuniti, in questa Vigilia della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, per prepararci tutti insieme, spiritualmente, alla celebrazione liturgica delle due colonne della Chiesa di Roma.

Qui, da questa Tomba, parla tuttora Pietro, a noi e al mondo, elevando al Cristo la confessione che tutti ci sostiene. Qui parla Cristo stesso, che gli ripete le parole or ora udite nella lettura del Vangelo, scandite visibilmente nella fascia musiva d’oro che corona le strutture architettoniche di questa Basilica: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”. E queste voci, di Cristo e di Pietro, ci coinvolgono, ci fanno pensare alla missione che il Signore a tutti ci affida, pur nelle diverse mansioni proprie di ciascuno: al Successore di Pietro e a voi che mi aiutate con dedizione e senso di responsabilità.

Quest’anno, in questo momento propizio alla riflessione e alla visione d’insieme, vorrei considerare con voi un particolare aspetto della vita della Chiesa nel momento presente; l’azione ecumenica per l’unione dei cristiani. Ogni anno, nella festa della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio, concludiamo nella preghiera l’Ottavario per l’Unità nella Basilica costruita sulla via Ostiense sulla Tomba dell’Apostolo delle Genti. Oggi un particolare motivo ci induce a intrattenervi sulla realtà, sui progressi, sui problemi dell’unione tra i cristiani, che dobbiamo cercare per comando di Cristo: si compie il venticinquesimo anniversario dell’istituzione del Segretariato omonimo, voluto dal mio Predecessore Giovanni XXIII nel contesto della preparazione del Concilio Vaticano II.

Infatti, il 5 giugno 1960, allora giorno di Pentecoste, Giovanni XXIII istituiva, con il Motu Proprio Superno Dei Nutu, le undici commissioni che avrebbero preparato il Concilio e, insieme con esse, un Segretariato per la promozione dell’unità cristiana. Il Papa aveva trovato così il mezzo per assicurare, nella preparazione del Concilio e durante il suo svolgimento, la presenza permanente della sollecitudine di restaurare l’unità cristiana; di associare a questa preoccupazione e a questo impegno, i rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e di fare in modo che il Concilio diventasse, in una certa misura, un avvenimento “a edificazione e letizia di tutto il popolo cristiano”.

2. Ciò accadeva nella festa di Pentecoste e noi lo rievochiamo nella vigilia della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Abbiamo appena udito dagli Atti degli Apostoli gli eventi di quel giorno straordinario.

Nella Pentecoste, quando i dodici Apostoli erano “tutti pieni di Spirito Santo” (At 2, 4), Pietro, tra loro e a loro nome, prende la parola e annuncia alla folla “stupefatta e meravigliata” (At 2, 7), che Gesù di Nazaret, questo uomo accreditato da Dio per mezzo di miracoli e segni operati, inchiodato sulla croce, morto e sepolto (At 2, 22-24), “questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo oggetto della promessa e lo ha effuso” (At 2, 32-33). In quella prima manifestazione della Chiesa, Pietro riceve, assieme agli altri, il dono di Dio e, a nome di tutti, annuncia che nel e per mezzo di Cristo risuscitato, si è compiuta la promessa. Il giorno annunciato da Ezechiele (cf. Ez 32, 25-27), è giunto. Elevato da terra, Gesù effonde lo Spirito e raduna nell’unità i figli di Dio dispersi. Il dinamismo sorgivo della preghiera che egli rivolge al Padre suo, alla vigilia della Passione: “Perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 22-23), trova così risposta il giorno di Pentecoste. Infatti è a Pentecoste che il principio dell’unità è dato; lo Spirito che pone in noi i sentimenti del Figlio e ci associa al passaggio del Figlio al Padre, lo Spirito che fa di noi dei figli e delle figlie nel Figlio, e che ci rende dunque fratelli e sorelle gli uni degli altri, è la sorgente profonda dell’unità.

Il dono escatologico dello Spirito e il suo annuncio compreso da coloro che parlano le lingue più diverse (cf. At 2, 5-11), dimostrano inequivocabilmente che la divisione operata a Babele (Gen 11, 1-2), archetipo di ogni divisione, è finita. Un’unità misteriosa è da allora donata, che trascende ogni umana causa di divisione. Ma essa dovrà essere continuamente posta in opera dalla comunità, chiamata ad avere “un solo cuore e un’anima sola” (cf. At 1, 14; 2, 46; 4, 24; 5, 12; 8, 6; 15, 25). Questa comunità sa che il dono ricevuto “è portato in vasi d’argilla” (2 Cor 4, 7) e durante tutta la sua storia la Chiesa non dovrà mai cessare di vegliare su di esso; dovrà preservarlo dal peccato che continuamente lo minaccia; dovrà lenire le ferite che gli infligge. Ecco la missione dei Dodici e dei loro successori e, tra loro e con loro, ecco quale sarà soprattutto la missione di Pietro e dei suoi successori.

3. In quel giorno della prima Pentecoste e con questo annuncio Pietro inizia la sua missione. Egli soffre l’esperienza dolorosa della debolezza umana. Perdonato da Gesù, dopo che per tre volte ha confessato il suo amore per lui, Pietro riceve l’incarico di “pascere il gregge” (cf. Gv 21, 15-17; 10, 14). Dopo essersi ravveduto, deve confermare i fratelli (cf. Lc 22, 31). Seguirà Gesù, fino ad una morte simile alla sua (cf. Gv 21, 18-19). Non si sottolinea mai abbastanza come in questi testi la missione affidata a Pietro sia legata a un amore fuori del comune e a un’imitazione di Gesù, che si spinge fino alla prova suprema dell’amore (cf. Gv 15, 13; 1 Gv 3, 16). Per un misterioso disegno della Provvidenza, è a Roma che egli conclude il suo cammino al seguito di Gesù ed è a Roma che dà questa massima prova d’amore e di fedeltà. A Roma Paolo, l’Apostolo delle genti, dà anche lui la testimonianza suprema. La Chiesa di Roma diventava così la Chiesa di Pietro e Paolo. E il suo vescovo riceveva in eredità la missione di confermare i suoi fratelli (cf. Lc 22, 31) e di pascere il gregge dell’intera Chiesa.

Tutto questo ci fa meglio comprendere quanto profetica fosse la visione di papa Giovanni, Vescovo di Roma, che istituiva le commissioni preparatorie al Concilio e il Segretariato per l’unità proprio il giorno della festa di Pentecoste. Mi è sembrato altrettanto significativo che, a 25 anni di distanza, noi ricordassimo insieme questo evento alla vigilia della festa di Pietro e Paolo, per rendere grazie a Dio del cammino percorso, per riaffermare la nostra decisione di proseguire su questa via fino al suo termine, dove, incessantemente, ci chiama la preghiera di Cristo, e per imprimere uno slancio nuovo ai nostri passi verso l’unità visibile di tutti coloro che, per il tramite del Battesimo, sono morti con Lui, per risuscitare a una vita nuova nello Spirito Santo.

4. Ecco perché trovo particolarmente opportuno rievocare questi eventi con voi, fratelli cari della Curia romana, impegnati - per il fatto stesso di essere collaboratori del Papa - anche al servizio dell’unità della Chiesa, che spetta in modo singolare al Vescovo di Roma. Ogni Chiesa particolare, ogni vescovo, deve avere la sollecitudine dell’unità e deve promuovere il movimento ecumenico: il nuovo Codice di diritto canonico, recentemente promulgato, l’ha ricordato in modo quanto mai chiaro, perché si tratta della volontà di Cristo (Codex Iuris Canonici, can. 755). Ma la Chiesa di Roma e il suo Vescovo debbono attendere a questa sollecitudine in modo del tutto speciale. Nella Curia romana esiste un organismo, la cui funzione in favore dell’unità può essere realizzata solo assieme agli altri dicasteri.

La ricerca dell’unità e la preoccupazione ecumenica sono una dimensione necessaria di tutta la vita della Chiesa. Tutto può e deve contribuirvi. Ho già chiesto, in più di un’occasione, che il ristabilimento dell’unità tra tutti i cristiani sia considerato realmente una delle priorità pastorali. Impegnati con i nostri fratelli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, nel movimento ecumenico, cioè in quell’insieme di “attività e iniziative che sono suscitate e ordinate a promuovere l’unità dei cristiani” (Unitatis redintegratio, 4), occorre dimostrare in ogni cosa la premura di venire incontro a ciò che i nostri fratelli cristiani, legittimamente, desiderano e si attendono da noi, conoscendo il loro modo di pensare e le loro sensibilità. Si deve dunque sviluppare ancora maggiormente la collaborazione, per giungere a un servizio più efficace della causa dell’unità. Bisogna che i doni di ciascuno si sviluppino per l’utilità e a vantaggio di tutti.

Ho voluto brevemente sottolineare la particolare responsabilità che ciascuno di voi, quale membro della Curia romana, ha nella ricerca dell’unità, in questo 25° anniversario dell’istituzione del Segretariato per l’Unione dei Cristiani. Inoltre, l’odierna sottolineatura del tema dell’Ecumenismo acquista un significato ulteriormente espressivo quando, a vent’anni dalla conclusione del Concilio, siamo vicini al Sinodo straordinario indetto allo scopo di imprimere uno slancio nuovo alla realizzazione delle varie decisioni conciliari e riaffermare lo spirito che le ha ispirate; mi piace vedere nel nostro incontro un segno della validità di quella iniziativa. È utile pertanto che, nel campo dell’Ecumenismo, rivolgiamo lo sguardo al cammino che abbiamo finora percorso sulla via dell’unità e coglierne lo spirito animatore.

5. Tra le iniziative prese all’interno della Chiesa cattolica, ricordo anzitutto il Direttorio ecumenico, la cui prescrizione è stata opportunamente accolta da molte conferenze episcopali per la creazione delle rispettive commissioni incaricate di promuovere la ricerca dell’unità, secondo le necessità e le circostanze a loro proprie; anche le diocesi hanno nominato, nel loro ambito, un responsabile per l’ecumenismo. Ciascuna conferenza episcopale ha potuto così fornirsi dello strumento necessario per promuovere le relazioni con gli altri cristiani, dimostrando così di saper riconoscere quei legami di comunione già esistenti tra noi e loro, fondamentalmente per mezzo della fede e del Battesimo: quella fede comune a tutti i cristiani, secondo la quale è “nel nome di Cristo Gesù” e in nessun altro che possiamo essere salvati. Tutto ciò caratterizza le relazioni che dobbiamo avere e sviluppare con gli altri cristiani, seguendo le indicazioni del Concilio, che ha sottolineato il fatto che la ricerca dell’unità “riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori, e ognuno secondo le proprie possibilità” (Unitatis redintegratio, 5).

Le commissioni ecumeniche nazionali e regionali, inoltre, hanno sviluppato col Segretariato legami di reciproca collaborazione, di cui recentemente ha dato un’ulteriore prova la riunione convocata a Roma dei loro rappresentanti, lo scorso mese di aprile. Le commissioni ecumeniche e le relazioni che abbiamo con loro, permettono l’armoniosa applicazione delle norme del can. 755, già sopra ricordato; e per realizzare questo scopo è necessario un rinnovato impegno di formazione ecumenica. Questa presuppone una buona comprensione dei principi cattolici dell’ecumenismo, la loro assimilazione (cf. Ivi, 2-4), come pure la conoscenza delle altre Chiese e comunità ecclesiali (Ivi, 9) e della storia del movimento ecumenico.

Mi è gradito, in questa circostanza, esprimere i miei ringraziamenti alle Chiese locali e alle conferenze episcopali per quanto vanno compiendo per l’unità, e per la buona volontà con cui hanno accolto e applicato le norme del Direttorio ecumenico; questo, nei prossimi mesi, dovrà essere progressivamente aggiornato, tenendo conto del nuovo Codice di diritto canonico e del progresso del movimento ecumenico, al quale il Direttorio intende direttamente servire. Una guida contribuisce positivamente a condurre ogni pellegrinaggio verso la meta, anche se talvolta deve segnalare le strade sbagliate o quelle che non hanno sbocco. Il nostro ardente desiderio di pervenire all’unità, il nostro sincero dolore per non poter celebrare insieme l’Eucaristia del Signore, debbono sollecitarci a risolvere tutte quelle questioni che ancora ci dividono nella professione della fede.

6. Occorre però anche chiedersi: ignorare queste questioni o fare come se esse fossero risolte, mentre non lo sono ancora, si può veramente chiamare progresso? L’unità nella professione di fede è l’elemento fondamentale della manifestazione della comunione ecclesiale: e questa unità di fede è attuata in ogni celebrazione eucaristica. In quanto “azione sacra per eccellenza” (Sacrosanctum Concilium, 7), “culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la verità” (Ivi, 10), la celebrazione eucaristica, “nella partecipazione piena e attiva” di tutto il popolo fedele, è “la principale manifestazione della Chiesa” (Ivi, 41): essa perciò non può non presupporre l’unità fondamentale della professione di fede, che costituisce il cuore della comunione ecclesiale. Se così non fosse si nuocerebbe alla stessa concezione della Chiesa e dell’Eucaristia che abbiamo ricevuto dalla Tradizione sia occidentale che orientale.

Dare testimonianza di questa verità e delle sue esigenze, non significa tuttavia mettere un freno al movimento ecumenico. Al contrario significa evitargli di accomodarsi in soluzioni facili, che non perverrebbero a nulla di stabile e di solido. Dobbiamo infatti fondare la nostra unità ritrovata sull’approfondimento fatto in comune “della fede trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Gd 3); dobbiamo scoprire insieme tutti gli aspetti e tutte le esigenze della verità; dobbiamo accettarli e, insieme, sottometterci ad essi.

Questa verità non è astratta o accademica, ma è verità salvifica. Una verità che ci è stata gratuitamente data perché noi potessimo attuarla. Una verità che è, inseparabilmente, via e vita (cf. Gv 14, 6).

7. Un’altra caratteristica importante della nostra ricerca comune di tutta la verità per pervenire all’unità è che essa dev’essere ricercata nell’amore: la verità cristiana non può essere assimilata senza la carità. Solo se noi ristabiliamo tra noi e approfondiamo continuamente un clima reale di carità fraterna, possiamo progredire insieme nella verità. Anzi, nella misura in cui siamo guidati dallo spirito di verità (cf. Gv 15, 26) - che è la fonte di ogni carità fraterna (cf. Gal 5, 22) e che in questa carità fraterna si manifesta (cf. 1 Gv 3, 23-24) - possiamo comprendere la verità che ci è stata rivelata. Solo la sua luce potrà “guidarci alla verità tutta intera” (Gv 16, 13). In questo senso il Concilio, nell’indicare la via dell’ecumenismo, ha parlato di conversione del cuore, sottolineando che “dobbiamo implorare dallo Spirito divino la grazia di una sincera abnegazione, dell’umiltà e mansuetudine nel servire e della fraterna generosità d’animo verso gli altri” (Unitatis redintegratio, 7). L’umiltà reciproca, ispirata all’amore e al culto della verità, deve guidarci nella ricerca costante delle vie più adatte per la ricomposizione dell’unità tra fratelli.

Uno degli aspetti salienti della verità cristiana, che il Concilio Vaticano II ha rimesso in piena luce, è la comunione profonda, anche se ancora imperfetta, che esiste già tra tutti coloro che sono giustificati per mezzo della fede in Gesù Cristo, che sono incorporati a Lui per mezzo del Battesimo e sono animati dallo Spirito Santo. E per questo noi giustamente li riconosciamo quali fratelli nel Signore (cf. Unitatis redintegratio, 3). Già prima del Concilio, Giovanni XXIII ne aveva avuto l’intuizione profonda: tutti questi fratelli appartengono alla famiglia cristiana, ed essi debbono, in qualche modo, essere con noi nel Concilio. E poiché non potevano esserlo completamente, egli volle che fossero presenti almeno nella persona degli osservatori delegati delle loro Chiese e Comunità ecclesiali. Tutti sappiamo quanto questa presenza sia stata importante nel Concilio per ricordare concretamente all’assemblea la necessità di ristabilire l’unità, come per avviare relazioni che si sono sviluppate successivamente nei diversi dialoghi.

Ringrazio le altre Chiese e Comunità ecclesiali per aver accettato tali dialoghi e aver riannodato con noi relazioni e contatti; per quanto hanno compiuto per il movimento ecumenico, suscitato dallo Spirito (cf. Ivi, 4). Che il Signore conceda, a loro e a noi, di essere coraggiosamente docili alla sua volontà, affinché egli possa portare a termine quanto ha suscitato in mezzo a noi.

Il riconoscere la comunione profonda già esistente, seppure incompleta - nella carità, nell’umiltà, nell’amore, nella preghiera - è il fondamento di ogni dialogo, il presupposto che lo rende possibile e gli imprime il suo orientamento fondamentale.

È anche da tenere presente che il cammino dell’unità, proprio perché fondato sull’umiltà e sull’amore, richiede da tutti, e specialmente da parte dell’opinione pubblica, un senso di grande pazienza. Qualcuno ha forse potuto avere l’impressione che la spinta iniziale si sia fermata. Dopo la celebrazione del Concilio, e il fitto intrecciarsi di rapporti tra la Chiesa Cattolica e le Chiese e Comunità ecclesiali cristiane, con un’intensità e frequenza non mai ancora prima raggiunte, si è potuto pensare che l’unità fosse compiuta, senza rendersi conto che invece essa è frutto di continui passi in avanti. Questo movimento procede, è indubbio. Pazienza non significa inattività o rassegnazione; essa tiene conto dello sforzo perseverante, che viene fatto continuamente, anche se talora “in spem contra spem”, senza scoraggiarsi mai, procedendo in avanti alla luce dell’insegnamento evangelico sul grano che cresce e germoglia secondo i ritmi voluti da Dio.

8. Di tale perseveranza paziente e instancabile è testimonianza il dialogo teologico, che avviene sia con le Chiese di Oriente che con le Comunità riformate di Occidente. Esso, in questi anni, è stato segnato anche da indimenticabili esperienze spirituali. Ricordo i gesti profetici di Paolo VI: soprattutto l’abolizione del ricordo delle scomuniche tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, il 7 dicembre 1965, e, dieci anni dopo, il bacio ai piedi del Metropolita Melitone, in testimonianza dell’umile servizio all’unità che incombe sul Successore di Pietro.

Mi piace anche menzionare, in questa circostanza, i vari incontri che, durante i miei viaggi apostolici di questi anni, ho voluto avere con i rappresentanti delle Chiese cristiane di Oriente e le Comunità ecclesiali di Occidente: dalla visita al Fanar nel novembre 1979, a tutte le riunioni, culminate nella preghiera, insieme con i rappresentanti degli altri cristiani, ad esempio durante la mia visita a Canterbury e a Edimburgo, quella in Germania, eccetera; ai contatti che ho avuto con i vescovi luterani degli Stati Uniti d’America, o anche con i Riformati in Svizzera, fino all’incontro recentissimo di Utrecht, durante il pellegrinaggio nei Paesi Bassi. Né dimentico la visita alla Comunità luterana di Roma nella Christus-Kirche, nel dicembre 1983. È tutta una trama continua di rapporti, che stabiliscono il mutuo rispetto sul piano della reciproca conoscenza e favoriscono gli approcci sul piano strettamente teologico, in opportuna sede e nei tempi stabiliti.

Anzitutto, con le venerabili Chiese ortodosse, le Chiese sorelle - secondo l’espressione cara a papa Paolo VI (cf. Tomos Agapis, 176.283 e passim) - con le quali abbiamo strettissimi vincoli di comunione, la Chiesa Cattolica intrattiene un dialogo di carità, nel cui ambito cresce il dialogo teologico. Il primo risultato di quest’ultimo, è un documento redatto in comune sul mistero della Chiesa e dell’Eucaristia alla luce del mistero della Santissima Trinità. Esso indica quanto sia fecondo l’incontro delle tradizioni d’Oriente e d’Occidente per dare un’espressione ancora più ricca alla nostra fede che, su questi misteri, è veramente comune, sebbene sia necessario un maggiore approfondimento dei punti dottrinali che ancora ci dividono.

Come ho detto più volte, la Chiesa deve imparare di nuovo a respirare con i suoi due polmoni, quello orientale e quello occidentale. Lo ribadisco oggi, con tanta maggiore gioia, in quanto è qui presente, venuta a Roma per celebrare la festa dei santi Pietro e Paolo, la delegazione inviataci da Sua Santità il Patriarca ecumenico, Dimitrios I. A nome di tutti, porgo agli illustri rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli un saluto reverente e affettuoso.

Esprimo al tempo stesso, davanti a voi, la mia gioia nel sapere che Sua Santità Papa Shenouda III, Patriarca della Chiesa copta, ha potuto riassumere tutte le sue responsabilità a capo della sua Chiesa. Potremo pertanto riprendere il dialogo e, con determinazione dell’una e dell’altra parte, farlo proseguire senza ulteriori indugi, nella volontà di superare, nella pienezza della verità, le divisioni dottrinali che ancora esistono. Bisogna anche respingere lontano dalla nostra memoria le dispute e le condanne del passato, per affidarle alla misericordia di Dio. Dobbiamo adoperarci per costruire, insieme, un presente e un futuro più conformi alla volontà di unità di Cristo per tutti i suoi discepoli.

Nell’ambito di questo impegno, ricordo ancora la dichiarazione comune, da me firmata lo scorso anno assieme al Patriarca siro d’Antiochia, Sua Santità Mar Ignatius Zakka Iwas; essa costituisce un passo importante nel cammino che stiamo intraprendendo verso la realizzazione dell’unità.

9. Se siamo oggettivamente molto vicini alle Chiese d’Oriente e alle antiche Chiese orientali, grazie alla stretta comunione che ci unisce, non certamente minore è la cura di ristabilire l’unità con le Chiese e le Comunità ecclesiali d’Occidente. Esse, infatti, hanno legami del tutto speciali con la Chiesa di Roma per quanto riguarda la loro origine e lo sviluppo, nel corso di secoli, della loro vita cristiana. Legami mai completamente interrotti, e a cui il movimento ecumenico conferisce anzi nuovo vigore, mediante il progresso del dialogo teologico e del dialogo della carità, a mano a mano che questi guariscono le reciproche ferite inferte dalle opposizioni e dalle polemiche del passato. Tutte queste relazioni che si riannodano sono importanti. È l’unità di tutti i cristiani che deve essere instancabilmente cercata.

Ho accennato prima alla Svizzera e ai miei contatti così sinceri e fraterni con la Federazione delle Chiese riformate di questo Paese. Vorrei anche ricordare la mia importante visita al Consiglio ecumenico delle Chiese, con il quale si sviluppa, dal 1965, una feconda collaborazione in svariati campi: in campo sociale e nell’ambito della ricerca, della giustizia e della pace; sui problemi della missione e dell’evangelizzazione, come pure del dialogo con le altre religioni. Sarà presto intrapreso uno studio comune sulla libertà religiosa e sulle sue esigenze. Teologi cattolici, per il tramite del Segretariato per l’unione, sono impegnati pienamente nella ricerca teologica della Commissione Fede e Costituzione, e la Chiesa cattolica sta seriamente studiando il documento di Fede e Costituzione sul Battesimo, l’Eucaristia e il Ministero. Essa farà conoscere a tempo debito la sua posizione su questo primo risultato di tale ricerca comune.

Non mi è possibile descrivere dettagliatamente in questa sede i risultati a cui sono pervenuti i diversi dialoghi. La storia ha creato contenziosi diversi, che bisogna cercare, con pazienza, di risolvere di comune accordo. Bisogna farlo con coerenza e, vorrei anche dire, con la piena coscienza dell’interdipendenza che questi dialoghi tra due Chiese o Comunità ecclesiali hanno tra loro, come pure con il dialogo multilaterale che si conduce nell’ambito della commissione di Fede e Costituzione. Bisogna soprattutto essere sempre più docili allo Spirito Santo e a come lo Spirito parla oggi alle Chiese (cf. Ap 2, 7). Bisogna avere in ogni cosa - e ovunque sia possibile - la sollecitudine di rendere insieme testimonianza a Cristo e al suo Vangelo, nel nostro mondo, tanto ricco di ogni possibilità, ma anche afflitto da tanti mali che lo corrompono e lo minano: si pensi alla fame, alla droga, ai giovani senza lavoro. Vi sono inoltre tutti i campi in cui i cristiani hanno molto da dire e da realizzare insieme, nel comune, riaffermato rispetto per l’uomo, per la sua grandezza morale, oggi insidiata su tanti fronti, per la sua costante elevazione nella libertà, nel progresso e nella pace.

10. Solo Cristo, lo sappiamo e lo crediamo tutti, solo Cristo può salvarci. Solo Cristo, lo sappiamo e lo crediamo tutti, dà un senso alla vita dell’uomo e al suo sforzo. Dobbiamo dirlo insieme, “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2 Tm 4, 2), dobbiamo dirlo in tutti i modi. Fin dalla mia prima Enciclica ho affermato che “dobbiamo già sin da ora raggiungere e manifestare al mondo la nostra unità: nell’annunciare il mistero di Cristo, nel rivelare la dimensione divina e insieme umana della redenzione, nel lottare con instancabile perseveranza per la dignità che ogni uomo ha raggiunto e può raggiungere continuamente in Cristo” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 11).

Non mi stancherò mai, nell’esercizio del ministero petrino - che è servizio all’unità nella verità e nella carità - di insistere su questo punto e di incoraggiare ogni sforzo compiuto in questa direzione, a tutti livelli in cui ci incontriamo con gli altri nostri fratelli cristiani. Purtroppo questa testimonianza comune è spesso limitata perché non siamo pervenuti a un completo accordo circa il suo contenuto. Ma questa constatazione non deve né fermarci né tanto meno scoraggiarci. Realizzando sin da ora tutto ciò che è possibile e cercando nello stesso tempo di progredire verso una comune professione della fede apostolica oggi, noi annunceremo insieme il Cristo, avvicinandoci all’unità.

Tengo a riaffermare che la Chiesa cattolica è impegnata nel movimento ecumenico con una decisione irrevocabile e che essa vuole contribuirvi con tutte le sue possibilità. E per me, Vescovo di Roma, ciò costituisce una delle priorità pastorali. È un obbligo che devo assolvere in modo particolare, proprio in virtù della responsabilità pastorale che mi è propria. Questo movimento è suscitato dallo Spirito Santo e io mi ritengo profondamente responsabile nei suoi confronti. E chiedo umilmente allo Spirito la sua luce e la sua forza per servire nel modo migliore la santa causa dell’unità. Vi chiedo di implorarlo per me; di implorarlo per ciascuno e ciascuna di voi. Ringraziamo Dio di ciò che egli ha già compiuto per mezzo del Segretariato per l’unione durante questi 25 anni; di ciò che ha compiuto nelle altre Chiese e Comunità ecclesiali e per mezzo loro (cf. Unitatis redintegratio, 3).

11. Cari fratelli, figli e figlie della Curia romana, so di poter fare assegnamento su di voi per affrontare questo particolare compito del mio ministero. Vi ringrazio per l’appoggio che mi date; e ringrazio il Signore per il vostro lavoro. È per lui, solo per lui che noi tutti lavoriamo, poiché non vi è che “un solo corpo, un solo Spirito . . . un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti e agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 4-6). E, nel suo nome, tutti vi benedico di cuore. Amen.

 

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