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VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA CONFERENZA EPISCOPALE DEI PAESI BASSI
NEL CONVENTO DI NOSTRA SIGNORA DI TER EEM

Amersfoort - Martedì, 14 maggio 1985

 

Venerati fratelli!

1. Resta sempre vivo nel mio animo il ricordo dei giorni del Sinodo particolare, che si celebrò all’inizio del 1980, e del successivo incontro che potei avere con l’episcopato olandese in occasione della visita “ad limina”.

Vengo in certo modo a restituire quelle visite e vengo col cuore colmo d’affetto fraterno. Il mio cuore - sento di poter dire con San Paolo - “s’è tutto aperto per voi: non siete davvero allo stretto in noi” (2 Cor 6, 11-12). Sono certo, per altro, di poter contare sull’affetto vostro verso di me. Sappiamo, infatti, di formare fra noi un organismo unitario.

Nelle nostre persone, in forza del misterioso disegno che ci ha conferito i nostri rispettivi incarichi nella Chiesa, si riflette l’immagine di quel collegio degli apostoli riuniti intorno a Pietro e sotto la sua guida, al quale il signore Gesù volle affidare il governo pastorale della sua Chiesa (cf. Lumen gentium, 20 e 22). Voglia colui che l’apostolo Pietro chiama “pastore e vescovo delle nostre anime” (1 Pt 2, 25) e “pastore dei pastori” (1 Pt 5, 4) rendere feconda e benedire questa manifestazione di affettiva ed effettiva collegialità.

2. Mentre vi saluto con l’omaggio della mia riverente e fraterna stima e mi accingo ad intrattenermi con voi, vescovi e pastori, mi viene spontaneo riandare col pensiero alle due grandi figure di vescovi, ai quali la Chiesa in Olanda è collegata da vincoli profondi ed indissolubili.

Servazio si chiamava il primo di questi uomini insigni. Egli ebbe il carisma dei fondatori di Chiesa, quello cioè di aprire il solco per le prime seminagioni e di gettare le fondamenta dell’edificio. Egli venne dal lontano Oriente per consacrarsi ad una missione, che neppure immaginava e, per di più, in terre a lui sconosciute.

Dal suo servizio episcopale si irradia così un aspetto che non può mancare, in un modo o in un altro, nel mistero di ciascun vescovo: il senso missionario, ovvero la piena disponibilità ad andare in un campo di lavoro che s’accetta di fare proprio nonostante esso appaia in un certo senso straniero, perché segnato dal secolarismo e dalla scristianizzazione. Grandi porzioni dell’Europa stanno diventando territori di missione che esigono dai vescovi generoso spirito missionario, non adagiato nel caldo della casa vescovile ma sempre in cammino incontro agli uomini, per portare loro il Vangelo della salvezza: tale è il profilo di pastore che Servazio suggerisce ai vescovi dì oggi.

Dai cenni biografici e dai riferimenti storici attendibili emerge la figura di questo pastore, coinvolto nell’ardua battaglia accesa nella Chiesa dall’eresia ariana. Fedele al grande Atanasio nei momenti più severi della lotta per la fede, nonostante qualche momentaneo tentennamento e diminuito vigore e chiarezza, egli si riprende prontamente e riconferma la sua disposizione a proclamare e difendere con perfetta chiarezza la dottrina della Chiesa.

Ad oltre un millennio e mezzo dai tempi in cui visse Servazio, non è forse vero che la testimonianza di lui conserva ancora tutta la sua forza? Quale vescovo non sente di dover imparare da lui ad essere vigilante, chiaro e preciso, nella proposizione e nella difesa della verità rivelata di cui la Chiesa è depositaria? E quale vescovo non vorrà attingere dall’esempio di questo antico confratello rinnovato coraggio, per adempiere al compito dell’annuncio integro e puro della vera fede?

3. L’altra figura episcopale che sta dinanzi ai nostri occhi è quella di Willibrordo, il quale visse quasi quattro secoli dopo Servazio. Veniva anch’egli da lontano, dalla sua Northumbria natale. Dall’abbazia di Ripon, dove “statim ablactatus” (secondo Alcuino), era entrato come novizio e dal monastero di Rathmelsigi (Mellifont), in Irlanda, dove si era formato alla scuola di grandi monaci come Egberto.

Nell’autunno del 690 lo vediamo approdare, giovane sacerdote, nella Frisia, campo affidato dal papa Sergio I a lui e ad alcuni compagni perché vi svolgessero un lavoro missionario. E fu proprio in considerazione del suo instancabile lavoro che il Papa, il 21 novembre 695, lo costituì arcivescovo di quelle estese regioni. Egli viaggerà senza soste predicando, battezzando, formando comunità. Percorrerà la Frisia, la Fiandra, la Campine, il Lussemburgo e le rive del Reno, la Zelanda, e porrà la sua sede vescovile prima ad Anversa, poi ad Utrecht e a Echternach.

L’immagine che di lui resta è quella di pastore il cui attaccamento alla vita monastica - silenzio, mortificazione, preghiera - non serve da ostacolo ma da motore per una zelante e instancabile attività apostolica e pastorale.

Caratteristiche, ugualmente significative, di tale attività, sono, come hanno osservato i biografi:

- la capacità di mettere la propria esistenza, il linguaggio, il ministero, in perfetta sintonia con l’ambiente e le persone della Frisia senza per questo sminuire minimamente il messaggio evangelico di cui era portatore, né mimetizzare la sua fisionomia di discepolo di Cristo;

- lo zelo e l’apertura con cui seppe rivolgersi tanto ai più semplici e umili quanto ai sapienti e potenti;

- il senso organizzativo col quale seppe dare un volto alla Chiesa di cui fu pastore (a lui si attribuisce il ricorso ai vescovi ausiliari, affiancati nel disimpegno dei compiti pastorali);

- la paternità non disgiunta da austerità personale; l’inflessibile devozione alla Sede di Pietro;

- la ponderazione unita al coraggio e alla tenacia nelle grandi imprese evangelizzatrici, virtù proprie dell’uomo di governo.

Tali caratteristiche conservano anche oggi tutta la loro attualità. Sono queste infatti le virtù che ogni vescovo è chiamato ad esprimere senza interruzione nella sua vita e attività. Beato il pastore che saprà riprodurle nella propria persona con coerenza aliena da compromessi.

4. Nella luce di questi imperituri modelli di vescovi, e quasi a raccogliere qualcosa delle loro virtù episcopali, mi viene spontaneo sottolineare quegli aspetti che i successori di Servazio e di Willibrordo vedono essere i segni del loro odierno servizio episcopale.

Questo è innanzitutto servizio della comunione. Non a caso i documenti del Vaticano II definiscono sia il pastore universale che i pastori delle Chiese particolari in base al primordiale carisma di essere segni ed artefici, promotori e difensori, apostoli e garanti della comunione ecclesiale. Prezioso, incomparabile, indispensabile servizio, questo della comunione, soprattutto quando si tratta di costruire e preservare l’unità in mezzo a conflitti ed a fermenti di divisione e di rottura.

Il ricordato Sinodo particolare del 1980 ha lasciato a tutti noi l’impegno di edificare tale comunione. Comunione di intenti, di programmi dei vescovi stessi fra di loro. Comunione di vescovi con il loro presbiterio e con i singoli presbiteri. Comunione dei pastori con i loro fedeli, spesso divisi non soltanto da opzioni ideologiche o politiche, ma da contrastanti visioni di Chiesa, da mutue catalogazioni, da posizioni di reciproca esclusione. Comunione delle Chiese particolari con le Chiese sorelle nella compagine della Chiesa universale, aprendosi al respiro e alla larghezza dell’universale che rompe ciò che è troppo piccolo e chiuso nelle esperienze individuali. E, a questo livello, comunione dei vescovi con il Vescovo di Roma e con il suo “ministerium Petri” al servizio delle Chiese particolari e della Chiesa universale.

5. Ma la comunione insita nella natura della Chiesa di Gesù Cristo - noi lo sappiamo - si intesse, esiste e perdura soltanto intorno a certe realtà fondamentali, che di quella comunione sono il vincolo concreto.

Queste realtà si incentrano in una persona: Gesù Cristo, Verbo eterno fatto uomo, figlio di Dio e figlio di Maria. Intorno a lui, alla verità che egli è e alla verità che egli proclama, si costruisce la comunione nella carità.

Perciò ogni vescovo è, nella sua Chiesa, maestro, servo e testimone di Cristo-verità; egli è educatore del suo gregge nella fede, che è adesione alla verità di Cristo.

L’esempio ponderoso di Servazio e di Willibrordo quali evangelizzatori di queste terre, mette in meridiana evidenza il “munus docendi” di ogni vescovo; il suo dovere, cioè, di pensare e di agire sempre da primo responsabile sia del Kerigma, e cioè del primo e fondamentale annuncio di Gesù Cristo in mezzo alla crescente misconoscenza di lui, in una civiltà secolarizzata; sia dell’approfondimento della fede mediante la predicazione, specialmente l’omelia e l’istruzione a vari livelli; sia di una catechesi fedele nei suoi contenuti come nei metodi e nel linguaggio; sia, infine, dell’insegnamento teologico - e dunque del delicato ministero dei teologi - nei seminari, nelle università ed istituti, nelle case religiose, eccetera.

6. Il magistero della verità deve compiersi peraltro sotto l’ispirazione e la mozione della carità.

Anche questo hanno dimostrato e insegnato abbondantemente i due eminenti pastori da voi evocati.

Le fatiche missionarie e pastorali di ambedue, vissute con esemplare coerenza e fedeltà in mezzo ad indicibili difficoltà ed ostacoli, rimangono come prove di un “dilexit in finem” che altro scopo non ha se non quello di generare amore fraterno e comunità di amore fraterno.

Missione impreteribile del vescovo è quello di “veritatem facere in caritate”, di far sì che nella comunità cristiana, qualunque essa sia, la carità sia la “suprema lex” sotto il cui impulso le cose accidentali che dividono non abbiano mai il sopravvento sulle cose essenziali che uniscono.

7. In questa luce si delineano nel maestro i tratti del pastore, il quale è anche inseparabilmente padre. La fermezza con cui il vescovo, senza cedimenti né compromessi, adempiendo all’impegno assunto nella sua ordinazione episcopale, annuncia, insegna e difende la verità, trova la sua misura nelle “viscere di misericordia” con cui egli si mostra padre che protegge e pastore che conduce i suoi verso i “prati verdeggianti”.

Padre e pastore, e non mero amministratore o “manager”, il vescovo lo è appieno:

 - quando si fa veramente vicino al suo gregge in tutte le necessità, soprattutto nel suo bisogno di Dio;

- quando cammina insieme con il gregge: davanti ad esso per mostrargli il cammino, per prevenire i pericoli, per difendere dai lupi, per ispirare sicurezza. Non dietro al gregge, quasi dovesse farsi lui guidare, proteggere e difendere. Non staccato dal gregge, quasi non gli importasse della sua sorte.

- Il vescovo è pastore e padre quando assume chiaramente la propria funzione nella pienezza delle responsabilità per le quali è stato ordinato e posto dallo Spirito Santo;

- quando si lascia guidare soltanto dal sommo ed eterno sacerdote Gesù; - quando si sente unito agli altri pastori e non disdegna di servirsi di tutte le istanze che lo possono aiutare nell’esigente servizio che il Signore e la Chiesa gli affidano, senza tuttavia abdicare alle sue personalissime responsabilità.

- quando trova nelle varie vie, aperte dalla Chiesa o suggeritegli dal suo zelo, dalla sua prudenza, dalla sua creatività, il modo migliore di farsi prossimo alle persone cui è stato dato come pastore, come padre, come animatore.

8. Come tacere, infine, un ultimo tratto che risalta dalla luminosa fisionomia dei due santi vescovi la cui opera rimarrà per sempre legata alla storia della Chiesa in questa nazione? Tale opera profondamente evangelizzatrice si è rivolta soprattutto “ad dandam scientiam salutis” e, dobbiamo aggiungere, “in remissionem peccatorum” (cf. Lc 1, 77). In due momenti storici diversi i due grandi vescovi sono venuti da lontano per svelare ad innumerevoli figli di queste terre l’insondabile mistero della benignità e grazia del Dio vivente e per avviare così alla santità un intero popolo di credenti.

Il Concilio Vaticano II, riprendendo l’insegnamento costante della Chiesa, ci ha ricordato che il compito di santificatore del popolo - compito intensamente vissuto dai due illustri pastori - è la caratteristica di ogni vescovo. Santificatore mediante la parola che egli predica, santificatore per la forza dei sacramenti che egli dispensa, per le virtù evangeliche che egli alimenta, per l’obbedienza amorosa al Vangelo che egli suscita, per la guida spirituale che egli offre.

Consapevole di tale missione santificatrice, il vescovo, con la sua opera personale e coordinando quella dei suoi collaboratori, consacra tutti gli sforzi possibili per far crescere nella vocazione cristiana tutti coloro che il supremo pastore e sacerdote Gesù Cristo consegna alle sue cure pastorali.

9. Quanto ho voluto dirvi in questo incontro, venerati e diletti fratelli, quale espressione di sincera comunione con voi e con il vostro ministero episcopale, non può non rimandarci col pensiero a quel momento rilevante della vita della Chiesa nei Paesi Bassi che è stato il Sinodo particolare.

Non esito a dire - e chi è stato presente lo può confermare - che fu un momento di grazia - grazia di comunione, di speranza, di coraggio, di decisione e di operosità - nel quale si prolungava per voi e per i vostri fedeli la grazia immensa del Concilio. È doveroso mantenersi costantemente fedeli a tale grazia e, non soltanto attuare le proposte e le conclusioni del Sinodo, ma mettere in pratica lo spirito che lo ha pervaso, spirito che continua a pulsare nella lettera delle conclusioni, a cui allora si giunse. Voi stessi, presenti al Sinodo o i vostri predecessori, scriveste ai vostri sacerdoti e fedeli: “Ora possiamo comunicarvi i risultati e le conclusioni cui siamo giunti in comune e che furono accettati ed approvati dal Papa. Essi ci guideranno nel conseguimento della costruzione ed edificazione della Chiesa come comunione nel Cristo”.

Espressione di autentica collegialità, il Sinodo particolare chiede, anzi esige, di diventare norma e ispirazione di vita, innanzitutto per coloro che, posti dallo Spirito Santo, reggono la Chiesa di Dio in questa nazione, e poi per l’intera comunità ecclesiale. Possano dunque la lettera e lo spirito di dette conclusioni spingervi a vivere con gioioso slancio le tremende ed esaltanti esigenze della vostra missione di “doctores fidei”, di padri spirituali, di pastori e guide, di “perfectores” e santificatori per tanti che palesemente e silenziosamente (magari senza saperlo) attendono da voi valido aiuto. Possano le medesime conclusioni incoraggiarvi ad essere vicini ai vostri sacerdoti, spronandoli ad essere sempre più fedeli alle esigenze della loro vocazione nella presente ora della Chiesa nei Paesi Bassi. Possano stimolarvi e sostenervi nel vostro sforzo e nella vostra fatica in vista di un’attiva ed efficace promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose, così che l’Olanda torni ad essere un rigoglioso e provvido serbatoio di ministri e di anime consacrate anche per il servizio delle missioni ad gentes. E vi guidino anche, come valido sussidio, nell’impegno di formare numerosi laici, capaci di corrispondere al loro carisma di attiva presenza nel mondo e di animazione delle realtà terrestri col fermento vivificante del Vangelo. Possano infine, quelle conclusioni, mantenere in tutti i fedeli lo spirito di comunione e di apertura alla Chiesa universale.

Con questi voti, che affido alla materna intercessione di Maria, benedico tutti di cuore.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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