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VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
AL MONDO DEL LAVORO

Lussemburgo - Mercoledì, 15 maggio 1985

 

1. “Rafforza per noi, Signore, l’opera delle nostre mani” (Sal 89, 17).

È questa la preghiera che vorrei rivolgere oggi con voi al Signore: che egli benedica l’opera delle mani umane e delle intelligenze umane, che egli benedica tutto il lavoro dell’uomo. Oggi i lavoratori del Lussemburgo partecipano al sacrificio eucaristico del Cristo e della Chiesa. Così il lavoro stesso è offerto sull’altare del popolo di Dio; in un certo senso, il lavoro, con il pane e il vino che esso ha contribuito a produrre, costituisce la “materia” di questo sacrificio. E siamo riuniti in un importante luogo di lavoro nel vostro Paese del Lussemburgo. Ci troviamo davanti ad una fabbrica anche questa sera in piena attività. Vorrei vedervi un segno espressivo di come “l’opera delle nostre mani” è offerta al Signore.

Incontrandovi qui so bene ciò che il lavoro industriale significa per voi - e io vi saluto fraternamente - voi che vi dividete mansioni tanto diverse ma tutte indispensabili, voi che avete competenze diverse ma un’uguale dignità. Vi saluto, voi che contribuite insieme all’opera che Dio affida all’intelligenza dell’uomo, in questo luogo di moderna attività economica, dove sperimentate le difficoltà e i successi della nostra epoca.

Saluto, con i lussemburghesi, i membri delle diverse comunità linguistiche ed etniche qui presenti come pure i pellegrini venuti dal paesi di Arlon, dalla Lorena e dalla Sarra. Formando un crocevia delle nazioni, voi mettete in comune i vostri modi d’essere, i vostri modi di vivere e di esprimere la fede; voi vi arricchite reciprocamente. Saluto coloro che sono felici di trovare qui i mezzi per il proprio sostentamento e sviluppo. Saluto con affetto coloro che hanno un duro compito, coloro che sono privi di lavoro, coloro che la sofferenza colpisce in tanti modi. Con essi, in modo particolare, riprenderò la preghiera del salmo: “Volgiti, Signore! Rafforza per noi l’opera delle nostre mani” (cf. Sal 89, 13. 17).

2. Quando la nostra offerta del pane e del vino, deposta sull’altare, sarà divenuta il sacrificio stesso di Cristo, il suo corpo e il suo sangue, noi tutti che partecipiamo all’Eucaristia ci uniremo nella preghiera del “Padre nostro” che il Signore Gesù stesso ci ha insegnato. Questa preghiera è stata scelta come tema conduttore di tutto il mio pellegrinaggio in Lussemburgo, nei Paesi Bassi e nel Belgio.

Oggi, il Vangelo ci ricorda il momento in cui Gesù ha insegnato a coloro che lo ascoltavano, e in primo luogo agli apostoli, la preghiera del “Padre nostro”. Da quel momento questa preghiera ha il suo posto nella vita del popolo di Dio ogni giorno. Essa torna sulle labbra dei giovani e degli anziani. I padri e le madri delle famiglie cristiane si sentono in dovere di trasmettere questa preghiera ai loro bambini. Essi la recitano insieme in casa e in chiesa.

È anche la preghiera che accompagna il nostro lavoro. Oggi vorrei meditare con voi, cari fratelli e sorelle, sugli importanti problemi del lavoro umano, alla luce delle diverse parole della preghiera che Gesù ci ha dato. Così ispirati, ci sarà più facile rispondere all’appello di San Paolo: “E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome di nostro Signore Gesù . . . Qualunque cosa facciate fatela di cuore, come per il Signore . . .” (Col 3, 17. 23).

3. “Padre Nostro, che sei nei cieli”.

Rivolgendoci a Dio, è al Padre che ci rivolgiamo: al Padre onnipotente creatore del cielo e della terra, e desideriamo che il suo “nome sia santificato”. Il nome del Padre designa per noi “colui che è” secondo ciò che udì un giorno Mosè, dal roveto ardente, ai piedi del monte Oreb (cf. Es 3, 14).

L’Apocalisse (Ap 1, 4) ci dice che Dio è “colui che è, che era e che viene, colui che è eterno e immortale”.

Il salmo della liturgia di oggi gli rende testimonianza: “Signore, tu sei stato per noi un rifugio / di generazione in generazione. / Prima che nascessero i monti / e la terra e il mondo fossero generati, / da sempre e per sempre tu sei, Dio”. Ma le parole non bastano. Al di là di ogni misura umana, Dio, nel suo essere, supera tutta la creazione e nello stesso tempo abbraccia tutte le cose. Ogni cosa ha la sua origine in lui. E, poiché Gesù ci permette di invocare Dio col bel nome di Padre, noi prendiamo coscienza di essere non i prodotti del caso sballottati dal vento, ma i figli diletti del nostro Creatore.

4. Creando l’uomo, Dio ha voluto rivestirlo di una dignità senza eguali, lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, capace di realizzare un’opera di cui è responsabile. In questo modo il lavoro umano stesso appartiene all’opera della creazione, come testimonia già il primo capitolo della Genesi. Dio, infatti, creando l’uomo e la donna, dice loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Gen 1, 28).

Questo è, per così dire, il primo comandamento di Dio, insito nell’ordine stesso della creazione. Così il lavoro umano risponde alla volontà di Dio. Quando diciamo: “sia fatta la tua volontà” accostiamo queste parole anche al lavoro che riempie tutte le giornate della nostra vita! Ci rendiamo conto che ci conformiamo a questa volontà del Creatore quando il nostro lavoro e le relazioni umane che esso comporta sono impregnate dei valori di iniziativa, di coraggio, di fiducia, di solidarietà, che sono altrettanti riflessi della somiglianza divina in noi. Ma sappiamo anche che molti lavoratori si trovano in situazioni difficili o contrarie alla volontà del Creatore. Ricorderò solo qualche esempio, non potendo dire tutto qui.

Ci sono tra di voi numerosi uomini e donne che hanno dovuto lasciare il loro Paese natale per ricominciare da capo in una nuova terra, certamente accogliente, pur tuttavia straniera. Malgrado gli sforzi di tutti, la loro vita può restare segnata da problemi come l’isolamento dovuto alle barriere linguistiche, la carenza di alloggi o l’educazione dei bambini divisa tra due culture. Ma so che si fa molto perché essi siano rispettati nella loro originalità propria e possano contribuire a una vita comune dove l’elevata percentuale degli immigrati sia riconosciuta come una ricchezza positiva.

Non dimentichiamo qui tutti coloro che non possono lavorare, cominciando da quelli impediti dalla malattia e dall’infermità o che hanno bisogno di posti di lavoro adeguati. È necessario che tutti i loro fratelli abbiano a cuore di far muovere nei loro confronti una solidarietà effettiva e calorosa. La solidarietà è necessaria anche di fronte ai problemi della disoccupazione. Sebbene questo flagello raggiunga in Lussemburgo una dimensione inferiore rispetto agli altri Paesi, non bisogna cessare di ripetere che è sempre un male, soprattutto quando colpisce i giovani (cf. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 18). Si è abbastanza coscienti del dramma che la disoccupazione rappresenta per i giovani che “vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità” (Ivi)? Quando si analizzano i fattori economici e quando si prendono le decisioni rese necessarie dal loro evolversi, bisogna interrogarsi sullo spirito nel quale sono considerati i fattori umani, in modo da rendere vera la solidarietà di tutti, quali che siano le qualifiche, le età o le origini dei disoccupati.

5. Il Creatore ha investito l’uomo del potere di soggiogare la terra; gli chiede anche di dominare col suo lavoro il campo che gli affida, di mettere in atto tutte le sue capacità al fine di pervenire al felice sviluppo della propria personalità e della comunità intera. Con il suo lavoro, l’uomo obbedisce a Dio e risponde alla sua fiducia. Ciò non è estraneo alla domanda del “Padre nostro”: “venga il tuo regno”; è perché il piano di Dio si realizzi che l’uomo agisce, cosciente di essere stato fatto a somiglianza di Dio e quindi di aver ricevuto da lui la sua forza, la sua intelligenza, le sue attitudini a realizzare una comunità di vita attraverso l’amore disinteressato che porta ai suoi fratelli. Tutto ciò che è positivo e buono nella vita dell’uomo si sviluppa e raggiunge il suo vero scopo nel regno di Dio. Avete scelto opportunamente il motto “Regno di Dio - vita dell’uomo”, poiché la causa di Dio e la causa dell’uomo sono legate l’una all’altra, il mondo avanza verso il regno di Dio grazie ai doni di Dio che permettono il dinamismo dell’uomo. In altre parole, pregare perché venga il regno di Dio, è tendere tutto il proprio essere verso la realtà che è il fine ultimo del lavoro umano.

6. Ma preghiamo anche con semplicità perché Dio ci dia i mezzi di sostentamento, “il nostro pane quotidiano”. Questa richiesta non ci allontana dal lavoro, essa sottolinea piuttosto che il lavoro può produrre i frutti necessari al benessere dell’uomo solo se egli beneficia di tutto ciò che la creazione mette a sua disposizione: la fecondità della terra, le sue ricchezze vegetali o minerali, come pure le capacità dell’uomo messe in comune al servizio della vita. Che Dio ci conceda, attraverso il nostro lavoro, di poter nutrire il nostro corpo, alimentare il nostro spirito, approfondire le nostre culture differenti e complementari, disporre delle risorse indispensabili all’esistenza umana di tutta la comunità!

Poiché, quando chiediamo a Dio il nostro pane, noi non siamo isolati dai nostri fratelli; in verità, non possiamo pronunciare questa preghiera se non in uno spirito di solidarietà, in una disponibilità alla partecipazione aperta a tutta l’umanità e con un amore concreto per i milioni di uomini che non hanno di che sopravvivere.

7. Se noi diventiamo coscienti, recitando il “Padre Nostro” che vi è ancora molta strada da percorrere perché il lavoro di tutti produca il pane, equamente distribuito tra noi, comprendiamo che bisogna continuare a chiedere al Padre: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Ci ricordiamo le parole stesse di Gesù nel momento di donare la sua vita sulla croce.

Nel campo del lavoro, la colpa e il peccato dell’uomo hanno troppo spesso costituito un peso enorme. Qui in modo particolare il peccato ha assunto una dimensione sociale, poiché l’egoismo degli uni priva gli altri del necessario, l’orgoglio e la brama di potere degli uni attenta alla dignità e ai diritti degli altri. Ciò si è manifestato in diverse forme di sfruttamento ingiuste, all’interno di una determinata regione o oltre frontiera. È in un concatenamento talvolta tragico, il peso dell’ingiustizia sociale ha spesso provocato, soprattutto nelle ultime generazioni, delle reazioni violente, perfino rivoluzionarie, lotte tra i gruppi sociali e conflitti tra le nazioni.

Bisogna lottare senza posa per instaurare una migliore giustizia. Si tratta di una lotta, non contro l’uomo, ma contro le ingiustizie, e questo nell’amore e nel rispetto delle persone. E la preghiera di Gesù ci ricorda che senza lo spirito di riconciliazione che è un dono di Dio e che deve ispirare le nostre azioni, il nostro sforzo resterebbe in gran parte vano. “Il mondo degli uomini potrà diventare sempre più umano”, solo quando in tutti i rapporti reciproci, che plasmano il suo volto morale, introdurremo il momento del perdono, così essenziale per il Vangelo. Il perdono attesta che nel mondo è presente l’amore più potente del peccato (cf. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, 14).

Sì, la Chiesa che prega ogni giorno “rimetti a noi . . . come noi rimettiamo” partecipa alla storia della società nello spirito del Signore. Essa si oppone a tutto ciò che l’odio provoca. Attraverso la sua dottrina sociale, essa invita a cercare le vie delle riforme che permettono all’uomo di utilizzare il suo lavoro o il capitale di cui dispone per superare i conflitti, evitare l’ingiustizia, accostarsi al disegno di Dio che “ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli” (Gaudium et spes, 24). Su questo cammino, Dio ci fa capire “che l’uomo non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”(cf. Ivi)!

8. “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci del male”. Nel quadro della nostra meditazione sul lavoro, anche questa domanda è necessaria. Essa può insorgere quando ci assale l’inquietudine. Che l’opera dell’intelligenza umana e delle mani umane, l’opera della scienza e della tecnica, non si rivoltino contro l’uomo! Quali minacce per l’uomo in quanto produce il suo lavoro! Esso moltiplica le armi in misura spaventosa. Dominando la terra, la degrada e la sfigura, ne sciupa le risorse. Perfezionando la sua tecnica e alleviando i suoi compiti diminuisce le possibilità d’impiego. Noi tutti conosciamo la portata degli effetti deleteri di un progresso che non sappiamo dominare o che dirottiamo dal suo senso positivo.

Liberaci, o Padre, dal male che generano in tanti modi le nostre azioni quando sono disordinate! Fa’ che il nostro lavoro sia utile alla famiglia umana, secondo la tua volontà! Che esso risponda ai bisogni di questa famiglia sempre più numerosa, delle nazioni, della società intera! Fa’ che il nostro lavoro serva a dare a tutti una vita degna dell’uomo nella giustizia e nella pace!

Grazie alla potenza del Salvatore che ci libera dalle catene del male, ritroviamo il senso positivo della responsabilità umana, la verità della missione ci affida il Creatore! E lavoriamo per edificare per tutti gli uomini la civiltà dell’amore! Ascoltiamo ancora l’apostolo Paolo: “Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3, 14).

9. È in questo spirito che prego per voi, cari fratelli e sorelle, io, Vescovo di Roma e servo dei servi di Dio: prego per il lavoro di tutti i lavoratori, per il lavoro di tutti gli uomini e di tutte le donne, nel vostro Paese, in Europa e in tutti i continenti della terra che, per volontà del Creatore, è divenuta la patria dell’uomo.

“L’opera delle nostre mani rafforza, o Signore . . .”; “Padre Nostro . . . venga il tuo Regno!”.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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