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VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I GIOVANI DELLA VALLONIA E DI BRUXELLES

Namur (Belgio) - Sabato, 18 maggio 1985

 

1. “Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno” (1 Gv 2, 14).

Queste parole dell’apostolo Giovanni le ho riprese al termine della lettera che ho indirizzato il 31 marzo a tutti i giovani del mondo. Ho voluto, come l’apostolo Pietro, renderli pronti a giustificare la speranza che è in loro (cf. 1 Pt 3, 15). È lo stesso messaggio di speranza, cari giovani, cui vorrei rendervi partecipi questa sera. Questo momento di incontro è una grazia per voi e per me.

L’esperienza della giovinezza è una ricchezza unica. Non solo la Chiesa guarda a voi con simpatia, con speranza, cosciente che l’avvenire dipenda da voi; ma, attraverso di voi, essa vede se stessa e la sua missione nel mondo. La vostra presenza è per me come un meraviglioso dono di compleanno. Vi ringrazio di aver risposto con fiducia a questo invito dei vostri vescovi, i miei fratelli nell’episcopato.

2. Ho ascoltato e osservato bene quel che avete voluto dirmi attraverso la rappresentazione scenica sulle difficoltà della partecipazione dei giovani nella vostra società. Non abbiate paura di parlare, per voi e per altri gruppi sociali, di “esclusione”, di rifiuto, di rottura. E si avverte in voi una profonda sofferenza di fronte a queste miserie che ostacolano il vostro sviluppo, che ipotecano l’avvenire.

Comprendo e rispetto le vostre inquietudini. I vostri dubbi e le vostre speranze si ricongiungono a quelle di molti altri giovani che ho incontrato per il mondo, per esempio a Friburgo, a Montréal. Voi sottolineate soprattutto le “esclusioni” della vostra società: l’impossibilità di ottenere un lavoro adeguato alle vostre capacità, laddove l’esercizio di un mestiere è essenziale, per vivere e per diventare più uomini; è un diritto dell’uomo. Alcuni giovani si sentono ignorati, scartati dalle responsabilità, dall’accesso ad una vita degna, dalla possibilità di esprimersi. Fatevi portavoce di coloro che, intorno a voi, sono emarginati, vedono derisa la loro dignità umana.

Senza parlare di esclusione propriamente detta, vi sono ugualmente delle divisioni, pericolose e anche distruttrici, nelle famiglie, tra coniugi, tra genitori e figli, tra amici, tra vicini, tra colleghi di lavoro, tra generazioni, tra gruppi sociali di uno stesso Paese! E bisognerebbe aggiungere altri tipi di miserie, inconsapevoli o accettate, ma tanto pericolose, come la carenza spirituale nelle nostre società del consumo.

Non contraddirò ciò che rivela il vostro sguardo lucido, ciò di cui soffre il vostro cuore. Dev’essere vero. I profeti Isaia, Geremia e tanti altri, rilevavano con vigore i mali e le ingiustizie che contrassegnavano il loro tempo. Vi inviterò anche ad estendere il vostro sguardo e il vostro cuore a miserie ancora più drammatiche e più estese, che affliggono milioni di uomini e di donne nel mondo.

Sì, a buon diritto potete chiedere alle generazioni precedenti, come dicevo nella mia lettera ai giovani: “Perché si è arrivati a questo? Perché è stato raggiunto un tale grado di minaccia all’umanità sul globo terrestre? Quali sono le cause dell’ingiustizia che ferisce gli occhi? Perché tanti che muoiono di fame? Tanti milioni di profughi alle diverse frontiere? Tanti casi in cui vengono calpestati i diritti elementari dell’uomo? Tante prigioni e campi di concentramento, tanta sistematica violenza e uccisioni di persone innocenti, tanti maltrattamenti dell’uomo e torture, tanti tormenti inflitti ai corpi umani e alle coscienze umane? E . . . anche il fatto di uomini in giovane età che hanno sulla coscienza tante vittime innocenti” (Giovanni Paolo II, Epistula Apostolica ad iuvenes, Internationali vertente Anno Iuventuti dicato, 15, 31 marzo 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 796). In questi casi si può veramente parlare di “esclusi”.

3. Questi fatti negativi non bisogna negarli, né dimenticarli. Ma non bisogna neppure soffermarsi su questa zona d’ombra. Il problema non è quello di puntare un dito accusatore sugli altri, su questo o quello, quando le complicità sono molteplici, e forse anche in noi. Bisogna ricercare la ragione più profonda, le cause spirituali: perché un così grande progresso dell’umanità nel dominio della materia si rivolta sotto tanti aspetti contro l’uomo? Perché tante discordie, esclusioni, ingiustizie, sono radicate nel cuore dell’uomo? (cf. Gaudium et spes, 10). In ogni modo, non restate passivi, con un senso di impotenza o di inutilità. È necessario arrivare alla domanda: “Che dobbiamo fare?”. Bisogna innanzitutto cercare la luce, svelare le ragioni della speranza. Sono venuto a dirvi questa sera: “Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!” (Lc 21. 28). Accanto alla zona d’ombra, c’è una zona di luce. Un’alba è già sorta. Una salvezza è apparsa.

Già potete constatare i segni positivi di questa luce, di questa salvezza, che si oppongono agli episodi di esclusione. Tesori di bellezza, di capacità, di bontà, di apertura, risiedono nel cuore di tanti nostri contemporanei perché, anche se essi lo ignorano, il loro cuore umano è stato creato a immagine di Dio. E gesti d’amore, di riconciliazione, di dono di sé non cessano di apparire, suscitati dallo Spirito Santo. Ma non voglio accontentarmi di questi segni. Voglio svelarvi o ricordarvi il messaggio stesso di Dio che è luce senza tenebre. Il Signore mi manda a voi per darvene testimonianza, lui che lo ha affidato a Pietro e ai Dodici, per farlo conoscere a tutte le nazioni.

4. Al giovane ricco del Vangelo Gesù diceva: “Nessuno è buono, se non Dio solo” (Mc 10, 18). Lui solo è il bene, la luce, la verità. Lui è il fondamento ultimo di tutti i valori. Lui solo dà senso decisivo alla nostra esistenza umana. E Dio solo e buono perché è amore (1 Gv 4, 8. 16). È amore nella comunione misteriosa delle tre persone divine. È amore poiché “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Questa e la buona novella annunciata a tutti gli uomini di buona volontà.

La bontà che vediamo sul volto e nel cuore di Cristo è il riflesso della bontà del Padre. Egli è venuto nella notte: era la luce vera che illumina il cammino di ogni uomo (cf. Gv 1, 9). Egli è venuto nell’indifferenza; non è stato accolto dai suoi; ma ha amato e ci ha insegnato ad amare: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

Egli era cosciente e ha annunciato che sarebbe stato “rifiutato” dalla sua generazione, dagli anziani e dai capi del suo popolo (cf. Mc 8,31; Lc 17, 25), quindi ha vissuto liberamente l’esclusione più radicale, l’umiliazione della croce, offerta per l’obbedienza a suo Padre, per amore ai suoi fratelli.

Egli fu eliminato dalla terra dei viventi (cf. Is 53, 8) ma Dio lo ha rivelato, risuscitato. Egli è la pietra scartata dai costruttori, ma che è diventata pietra angolare (cf. Mt 21, 42; At 4, 11), e la salvezza non è in nessun altro. Gli umiliati e gli esclusi della terra guardano verso di lui con la speranza d’essere, in lui, risollevati e riconciliati.

Egli è venuto a suggellare col suo sangue, per mezzo del suo sacrificio, l’alleanza di Dio con gli uomini, in cui tutti sono invitati ad entrare attraverso la fede e il Battesimo. Egli ha nello stesso tempo abbattuto il muro dell’odio che separava gli uomini e che manteneva i non giudei lontani, estranei ai patti della promessa, senza speranza (cf. Ef 2, 12-14). Questa alleanza non è un semplice atteggiamento d’amicizia: essa è l’adozione filiale per suo Padre che è anche nostro Padre; lui, il figlio, “a quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12). In lui, noi che ci diciamo frustrati dalle forme di partecipazione umana, partecipiamo alla vita stessa di Dio, alla natura divina.

Questo Cristo, cari amici, è presente in mezzo a noi: “lo sono con voi tutti i giorni” (Mt 28, 20). Con lui, non siamo mai degli esclusi da Dio. “Colui che viene a me, non lo respingerò” (Gv 6, 37). Egli ha trascorso la sua vita terrena ad accogliere coloro che altri consideravano come esclusi: lebbrosi, indemoniati, pubblicani, peccatori, samaritani, pagani. fino al giudizio finale, egli si identifica con gli “esclusi” che sono nel bisogno: affamati, malati, prigionieri.

Egli ci chiede di credere e di amare, di lasciarci invadere dall’amore di Dio effuso nei nostri cuori, dal Dio vivente, Padre di tutti i viventi. Diventare adulti nella vita come nella fede è essere capaci di riconoscersi come figli, come figlie di suo Padre, del nostro Padre che è nei cieli. Cristo guarda ciascun uomo con amore. Vi guarda ciascuno come il giovane ricco dalla coscienza retta e avida di vita eterna: “Gesù, fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21).

5. Certi dell’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo - da cui nulla potrà separarci (Rm 8, 39) - voi potete, cari amici, non solo entrare in questa grande alleanza di Dio con gli uomini, ma prendervi parte attiva perché effettivamente venga il suo regno.

La speranza di cui abbiamo appena parlato vi assicura che i vostri sforzi sinceri per costruire la pace, la giustizia, la fraternità in questo mondo, nella misura in cui essi sono compiuti secondo lo Spirito di Cristo e uniti a lui, non cadranno mai nel vuoto; essi condurranno, come fu per Cristo, alla risurrezione; prepareranno, certamente attraverso la croce e a prezzo di molta pazienza, un mondo nuovo che supera quello che noi possiamo immaginare.

Questa opera appassionante mobiliterà tutte le vostre energie; voi parteciperete alle lotte “per la dignità dei figli di Dio”, come diceva il vostro cardinale Cardijn. Sarà la vostra opera ma nello stesso tempo l’opera di Dio in voi, per voi. Essa sarà una continua conquista e nello stesso tempo un dono di Dio, dunque una grazia da chiedere nella preghiera. La preghiera non è utilizzare Dio al nostro servizio, è entrare attraverso il suo piano in lui, colui che Gesù ci ha indicato quale Padre nostro. È di capitale importanza riferirsi sempre a questa preghiera, quando si vuole cambiare il mondo secondo Dio.

Infatti, dire “Padre nostro . . . dacci oggi il nostro pane quotidiano” è chiedere che ogni uomo, qui e ovunque nel mondo, possa saziare la sua fame e disporre di ciò che gli permette di vivere decorosamente; ed è anche preparare se stessi a lavorarvi, per permettere una migliore produzione, una migliore distribuzione e utilizzazione dei beni del creato. È anche lottare perché ogni uomo possa trovare un’occupazione per guadagnarsi degnamente da vivere. È interrogarci sul senso che diamo al guadagno, al denaro, alla condivisione, allo studio, al tempo libero, alla creatività.

Dire “Padre nostro . . . rimetti a noi i nostri debiti” è chiedere a Dio la nostra riconciliazione con lui, che non possiamo procurarci da soli; è anche impiegare tutta la nostra energia per comprendere gli altri, per perdonare, per essere artefici di pace, per non escludere nessuno. Dire “Padre nostro . . . non indurci in tentazione” è chiedere a Dio la lucidità e la forza per aggirare gli inganni per mezzo dei quali la nostra società sfrutta i deboli, attraverso i quali il maligno sfrutta le nostre debolezze e le nostre passioni: la promessa del godimento immediato e facile, la sessualità sfrenata, le droghe di ogni genere, i paradisi artificiali, le mode costose, il frastuono che abbrutisce, i mercanti di illusioni e di evasione, tutti gli idoli moderni che mantengono i nostri egoismi in tutte le loro forme. Un cristiano del II secolo scriveva già: “La carne detesta l’anima e gli fa la guerra, senza che questa gli abbia fatto mai torto, perché essa gli impedisce di godere dei piaceri” (Epistula ad Diognetum). Con la parola “carne” egli designava non il corpo stesso, che è l’espressione meravigliosa della persona umana, ma la condizione dell’uomo debole e peccatore. Il cristiano conosce le tentazioni del “mondo”, deve discernerle, lottare, scegliere il bene, a prezzo di sacrifici e sempre con la preghiera.

Dire “Padre nostro . . . liberaci dal male” è lottare dentro di sé e attorno a sé contro ciò che mira a distruggere la fede: indifferenza, dubbio sistematico, scetticismo, come se la felicità e la grandezza dell’uomo consistessero nell’affrancarsi da Dio. È lottare contro la disperazione e il male di vivere, come se la vita non avesse più senso. È lottare contro le deviazioni dell’amore, la seduzione della violenza e dell’odio, giustificate come mezzi per cambiare efficacemente il mondo, senza cambiare i cuori. È lottare insomma, contro la menzogna e il padre della menzogna: “Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno” (1 Gv 2, 13). Ma come vincerlo? Il discepolo che Gesù amava aggiunse: “Perché voi conosciate il Padre”. Dire “Padre nostro . . . sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, è aprirsi alla volontà di Dio, è mettere a sua disposizione tutte le nostre forze perché si giunga a un’umanità liberata dai falsi dèi e riconciliata con la fonte di vita vera nell’amore. È già considerare tutti gli uomini come figli dello stesso Padre, come nostri fratelli.

Nel disegno di Dio, non ci sono mai uomini “da scartare”. Che l’uomo non sia escluso dall’uomo! È una grazia da chiedere per la conversione del cuore degli uomini. Ed è una lotta da portare avanti, non contro gli uomini, ma contro le forze del male, contro il maligno.

6. Voi comprendete questo programma, cari amici. Sono certo che vi aderite. Ma, concretamente, ciascuno di voi può chiedere: in quale cammino impegnarmi? Che cosa devo fare? Era la domanda del giovane ricco del Vangelo.

Gesù dirà più tardi ai suoi discepoli: “Io sono la via” (Gv 14, 6). Al giovane comincia col dire: “Tu conosci i comandamenti” (Mc 10, 19), quei comandamenti che chiedono di evitare che si faccia torto al prossimo e chiedono anche di onorare i propri familiari. È questo codice di moralità che bisogna in primo luogo rispettare. È scolpito nella coscienza di ogni uomo, nella coscienza retta e ben formata, come lo era nella legge trasmessa da Mosè e meglio ancora nel Vangelo che riassume tutto nel comandamento dell’amore: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12).

Cristo vi chiede, cari amici, a che punto siete nel vostro discernimento morale, nella vostra coscienza. Siate uomini di coscienza. Perciò, cercate la verità. E siate veramente liberi, cioè capaci di far uso della vostra libertà secondo la verità, secondo quello che è il vostro vero bene, il vero bene degli altri.

Ma, come il giovane del Vangelo, di certo voi volete fare di più, oltre che osservare i comandamenti. Allora Cristo vi dice: “Quello che hai dallo ai poveri e seguimi”. Nessuno potrà far questo in maniera radicale, alla lettera, ma Gesù indica una direzione che vale per tutti. Vi invita a comprendere il dono di Dio e a mettere la vostra vita sotto il segno del dono, del dono di voi stessi, del dono senza riserva a Dio, agli altri. Coloro che sono chiamati al servizio del sacerdozio, al carisma della vita religiosa, lo comprendono bene. E a questi io dico: “Non soffocate questo appello. Lasciate che si sviluppi fino a maturare. Il Signore cerca operai per la sua messe abbondante”.

Ma penso anche a tutti gli altri giovani cristiani che sono qui. Siete in quell’età in cui si forma in voi un progetto di vita. Tale progetto di vita è anche una vocazione, la vocazione cristiana del laico battezzato e cresimato alla quale Dio vi chiama, il disegno di Dio su di voi, ciò che potete liberamente diventare per voi stessi, per gli uomini, per Dio.

Pensate al vostro progetto di vita come a un appello di Dio, a un servizio. Per questo servizio abbiate a cuore di sviluppare le doti affidatevi da Dio, ricevute in eredità dai vostri genitori e dalla vostra educazione familiare, dalla cultura del vostro popolo. Accogliete la formazione che viene dalla scuola, l’autoformazione che viene dal lavoro. Integrate progressivamente tutto ciò che il contatto con la natura, l’iniziazione alle grandi opere umane, al frequentare gli altri nel cameratismo e nell’amicizia, vi permettono di scoprire di vero, di buono, di bello, e anche l’esperienza di certe sofferenze. Tutto questo plasma la vostra personalità, tesse la vostra vocazione, che i doni dello Spirito arricchiscono. Se Dio vi concede così di crescere in saggezza e grazia, non è perché apportiate il vostro contributo alla civiltà dell’amore? Penso all’amore dei fidanzati e a quello degli sposi che, per la maggior parte di voi, sarà il grande avvenimento della vita. Preparatevi a questo amore nuziale, a questo sacramento. È un disegno divino. Non degradatene la bellezza. Penso anche a tutti i gesti fraterni di accoglienza, di condivisione, di dono, di perdono che intraprendete insieme in una solidarietà sempre più grande e che, nella maggior parte dei casi, già compite. Poiché è oggi che si costruisce, con le vostre mani e il vostro cuore, un mondo nuovo nell’amore.

7. È un’impresa esaltante risvegliare così le forze della vita e dell’amore, suscitare la speranza. È un cammino esigente. “È angusta la via che conduce alla vita” diceva Gesù (Mt 7, 14). Voi avete bisogno di aiuti, di appoggi. Per cambiare il mondo, a voi si chiede di vivere in altro modo. Non alla superficie di voi stessi, in preda alle molteplici sollecitazioni che vi propone la nostra società dei consumi, ma in profondità.

Trovate una pausa per la preghiera, per la riflessione, per il silenzio, per nascere alla verità di voi stessi in una relazione vera con Dio, con gli altri. Vi sarà inoltre necessario vivere una vera solidarietà di credenti. Alcuni, tra voi, nell’ambiente scolastico, del lavoro e degli svaghi, hanno potuto fare la penosa esperienza di essere isolati, talvolta presi in giro e anche esclusi perché credenti; e in tutti i casi si sentono fragili. Non si può vivere e crescere nella fede senza il sostegno di un gruppo, di una comunità cristiana. So che esistono tra voi numerosi gruppi di preghiera, di catechesi, di riflessione biblica, di partecipazione, di azione cattolica, di assistenza caritativa, di impegno cristiano di ogni genere. È qui che imparerete a costruire insieme un mondo migliore.

Questi gruppi non saranno chiusi in se stessi. Essi hanno bisogno di allargarsi ad altri giovani, come questa sera, come nell’incontro internazionale che abbiamo avuto a Roma per le Palme. Essi hanno bisogno di aprirsi agli altri membri del popolo di Dio e la parrocchia, con la sua assemblea eucaristica domenicale, è il luogo per eccellenza di questa apertura. Essa ci permette di ricongiungerci alla fonte, questa Chiesa cattolica, universale, fondata sugli apostoli, che vi accompagna per trasmettervi senza sosta il Vangelo di Cristo, il suo Spirito, il suo perdono, il sacramento del suo corpo e del suo sangue, per incorporarvi veramente a lui. Al di fuori di essa, un gruppo di credenti diventa presto sterile o parziale. Non fermatevi alle rughe della Chiesa; siamo tutti responsabili delle sue rughe.

Non cercate in essa solo il riflesso di voi stessi. Essa è il sacramento di una salvezza che viene da altrove, essa è il segno efficace di Gesù Cristo. Vi ho parlato così, cari giovani, “perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi, e avete vinto il maligno” (cf. Gv 2, 14).

Come un campo si lascia seminare, possa il vostro cuore, questa sera, avere la semplicità di aprirsi alla parola di verità e di speranza che Dio vi rivolge! Come la pioggia fa germogliare il seme, possa la vostra preghiera, da domani, trattenere questa parola e farla risuonare in voi! Come il seminatore attende con pazienza la crescita, possa la vostra fiducia di figli di Dio, dopo-domani, lasciare che lo Spirito guidi la vostra maturazione. Come l’agricoltore si dà da fare nei giorni del raccolto, disponete la vostra intelligenza e il vostro cuore ad essere presenti e attivi laddove uomini e donne levano il capo e si uniscono per creare un mondo rinnovato, secondo il cuore di Dio.

Con i vostri vescovi, ve lo chiedo, partecipate largamente alla vita della Chiesa. Siate i giovani di questa Chiesa per essere testimoni, nel nostro mondo, della gioventù di Dio.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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