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BEATIFICAZIONE DI RAFQA AR-RAYES DE HIMLAYA,
MARIA TERESA DI GESÙ GERHARDINGER E PIO CAMPIDELLI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PELLEGRINI GIUNTI A ROMA PER LA BEATIFICAZIONE

Lunedì, 18 novembre 1985

 

Beatitudine eminentissima, cari pellegrini del Libano, ieri, con gioia ed emozione, abbiamo tutti partecipato alla beatificazione della vostra compatriota d’Himlaya. Questo grandissimo esempio dell’Ordine Libanese Maronita di Sant’Antonio è ormai un simbolo solennemente riconosciuto dalla cara Chiesa d’Antiochia dei Maroniti e una preziosissima luce per la comunità ecclesiale universale. Oggi, abbiamo la felicità di ritrovarci “in famiglia”. Il Vescovo di Roma ha la missione di vegliare sull’unità della fede di tutti i popoli di Dio come all’unità delle Chiese locali. Egli ha anche la missione di amarli soprattutto quando queste ultime attraversano delle dure prove. Ma il Signore, che tutto può, è presente. Io stesso posso confidarvi che la sua grazia quotidiana aiuta anche il Papa a partecipare profondamente agli sforzi, alle sofferenze e alle gioie delle Chiese particolari. È una realtà, dovrei dire un mistero, che scopro senza fine e che mi conferma nella sempre rinnovata fiducia nel sostegno di Dio. Conosco il grande conforto che provate in questo momento, malgrado o piuttosto a causa del dramma interminabile della vostra patria. Da parte mia, conosco la gioia del padre di famiglia che riceve dai bambini che hanno sofferto molto e che soffrono sempre. Attraverso la vostra delegazione, voglio vedere tutti i vostri fratelli e sorelle del Libano, quelli delle grandi città come Beirut, Tripoli, Saida, della regione costiera, delle montagne, della pianura della Bekaa. Mi unisco al dolore delle famiglie distrutte o rovinate, alle vittime handicappate per il resto della loro vita, ai bambini e adolescenti rimasti orfani, agli anziani afflitti nel vedere il loro caro Libano così martoriato e sfigurato.

Fino ad oggi non ho potuto visitare la vostra terra e i suoi abitanti. Nei limiti del possibile, mi sono sforzato, con i miei collaboratori, di manifestarvi la mia costante premura di operare per il conforto delle popolazioni colpite, per il ritorno alla pace. Vi ricorderete che l’anno scorso, nel mese di maggio, ho pubblicato un appello ai vescovi di tutto il mondo affinché aiutassero i loro fedeli ad essere più vicini alla vostra tragica situazione. La seconda parte era destinata a tutti i Libanesi, affinché compiano un leale esame di coscienza e che ad esso ne derivino le concrete conseguenze di ordine morale e religioso. Conseguenze o decisioni suscettibili di far rinascere una comunità nazionale riconciliata; una comunità sempre diversificata ma colma di rispetto, di giustizia, di solidarietà; una comunità nuovamente caratterizzata da un dinamismo socio-economico, e allo stesso tempo religioso e culturale; una comunità infine rianimata dalla speranza. Sarà solo un’utopia, dopo tutte le speranze deluse? Assolutamente no. Alcune vostre situazioni, per la composizione della Nazione, sono molto particolari. Ma non posso dimenticare che molti sforzi sono stati compiuti da parte di persone differenti, se non opposte. Ho sempre la speranza. Il Libano può e deve ritrovare la sua identità attraverso un nuovo equilibrio socio-politico e grazie a una prosperità compresa in ogni senso del termine. Supplico nuovamente i responsabili civili e religiosi di continuare a seguire - o di riprendere - la voce del dialogo, col fine prioritario del bene generale della nazione libanese, composta da milioni di persone aspiranti fondamentalmente alla pace. Senza questa pace, nessuna istituzione sociale può assumere il suo ruolo nel contribuire a preparare l’avvenire. La violenza, l’odio, sono da bandire assolutamente. Queste sono radicalmente opposte alla volontà di Dio, alla ricerca di soluzioni umane.

Libanesi dell’interno e della diaspora - c’è ancora tempo - aiutatevi reciprocamente. Se possedete molto, date molto. Se possedete poco, portate almeno le vostre risorse morali e spirituali che sono una grande ricchezza. Tutti insieme riprendete la marcia della speranza, la speranza è l’ultima chiave che apre la porta.

Ma noi non possiamo finire questo incontro familiare senza volgere i nostri sguardi verso la nuova beata. La sua vita è ormai luce sulle alture del Libano. Essa può schiarire e scaldare gli spiriti che dubitano nel futuro, e i cuori stanchi di soffrire senza vedere l’aurora certa della riconciliazione generale e profonda. Suor Rafqa ha portato quotidianamente, per una trentina d’anni, il peso delle sofferenze fisiche aggravatesi senza fine, al punto di fare di essa una persona senza occhi e spogliata di tutte le forze. In questo stato, molto coraggiosamente accettato, e molte volte al giorno offerto a Cristo Salvatore, come partecipazione all’applicazione della sua opera salvifica universale, suor Rafqa ha trovato una serenità e una gioia spirituale che ha sconvolto i suoi compagni. Cari figli e fratelli del Libano, la maestosa liturgia di ieri alla Basilica vaticana è stata l’azione di grazia al Signore, “sorgente di tutta la santità”, e la glorificazione di una donna come noi, che è stata misticamente ai piedi della croce di Gesù per lunghi anni. Questa cerimonia deve restare per i Libanesi come un’ostensione solenne della sofferenza accettata e offerta, trasformata e redentrice. Supplico Dio con gli altri cristiani e credenti su tutta la terra di suor Rafqa di offrire generosamente tutti questi anni di dure prove e di riprendere il cammino della luce.

“Per crucem ad lucem”! Il venerdì santo è stato sopraffatto dall’alba radiosa della Pasqua. Dio non cessa di portare la sua opera. Ma Dio, per rispetto verso le sue creature, desidera anche che esse compiano la loro. È con questi sentimenti che benedico affettuosamente le vostre persone e tutte le popolazioni libanesi, soprattutto le più provate. Benedico in maniera particolare coloro che hanno già operato per il ritorno alla pace, e coloro che stanno per riprendere questo arduo lavoro, così conforme alla profonda fiducia di tutte le nazioni, e alla volontà di Dio misericordioso che tutto può.

Suor Teresa: una donna forte al servizio degli ultimi

Ai pellegrini tedeschi, giunti per la beatificazione di suor Maria Teresa di Gesù Gerhardinger, Giovanni Paolo II rivolge le seguenti parole.

Nella profonda gioia comune per il giorno di grazia di ieri vi saluto ancora una volta in modo cordiale. Ogni beatificazione e santificazione è un grosso dono di Dio a tutta la Chiesa ma soprattutto a quei credenti particolarmente legati ai nuovi beati o santi.

La nostra nuova beata è Maria Teresa di Gesù. A lei vi unisce la comune patria della Baviera e il suo patrimonio spirituale, che voi ancora oggi custodite e accrescete quali consorelle, allieve, promotrici e amiche della sua istituzione culturale. Con la beatificazione la Chiesa pone davanti ai vostri occhi la vita e l’opera di questa vostra consorella quale esempio da imitare. Impegnatevi perciò a conoscerla sempre meglio e chiedete la sua intercessione e il suo aiuto nel cammino della vostra personale chiamata cristiana.

Nella beata Maria Teresa di Gesù riconosciamo che la santità è qualcosa di forte e di grande, che richiede la persona nella sua totalità. Ciò significa porre Dio al centro della propria vita, lasciare da parte i desideri e i progetti personali e seguire la chiamata di Dio ovunque essa ci conduca. Già da piccola Karolina Gerhardinger si distinse per un grande amore alla preghiera. Nella preghiera cercava di riconoscere il volere di Dio: la preghiera e specialmente l’adorazione eucaristica le dava la forza di compiere la sua missione, che riconosceva dalle circostanze quotidiane come compito datole da Dio, con costanza, dedizione e spirito di sacrificio. Il suo amore e la sua cura erano rivolti soprattutto ai poveri e ai piccoli, ai bambini trascurati, orfani e particolarmente bisognosi di aiuto. Per loro divenne lei stessa povera, per loro fondò la grande opera educativa del suo Ordine dedicato alla scuola. Riconoscendo ciò volontà di Dio sacrificò e osò tutto per questo: i suoi ricchi talenti naturali, la sua salute e tutte le sue forze.

Per la realizzazione di quest’opera sopportò con pazienza dolore e sconfitta, incomprensioni e calunnie. Fu proprio combattendo dolorosamente per il riconoscimento ecclesiale del suo Ordine che mostrò la vera grandezza del suo animo, una fede incrollabile e una fiducia speranzosa che viene dalla sua interiore sicurezza nella guida di Dio. Non solo l’autorità ecclesiale ma anche la storia hanno alla fine confermato che era giusta la sua idea di fondare l’Ordine. La direzione centrale del suo nuovo istituto divenne modello per molte altre Congregazioni femminili nella Chiesa.

Le parole della beata Maria Teresa di Gesù sono per noi oggi applicabili: “Doniamo a Dio tutto il nostro cuore, che gli appartiene”. Lei stessa ha fatto ciò in modo eroico e ha trovato la sua realizzazione e il suo compimento nella fiducia alla fedeltà di Dio, nonostante le innumerevoli difficoltà e prove in questa dedizione a Dio senza riserve. Secondo il suo esempio sia anche per noi Dio “scopo e fine in tutte le cose, il nostro bene più alto nel quale noi troviamo tutto ciò che ci soddisfa e ci rende veramente felici”.

Tutto questo auguro e domando alle molte sorelle della Congregazione della nuova beata. Continuate nella fedeltà alla volontà della vostra fondatrice il vostro compito di educatrici al servizio della gioventù a voi affidata quali donne dedicate a Dio, affinché anche voi oggi come Maria Teresa possiate essere “luce del mondo” e “sale della terra nel cammino verso la sua vocazione eterna”.

Desidererei aggiungere uno speciale saluto in inglese a tutti coloro che sono venuti a Roma per la beatificazione di Madre Teresa di Gesù. So che molte sorelle della scuola di Notre-Dame servono la Chiesa negli Stati Uniti e in altri Paesi di lingua inglese. Sebbene voi viviate in una cultura e in un’età differenti da quelle della nostra amata fondatrice, voi tenete viva la preziosa eredità che lei vi ha tramandato: quello “Spirito di Teresa” per il quale essa era ben conosciuta, il suo forte impegno nell’insegnamento. Come lei, voi date un contributo inestimabile alla vita e alla missione della Chiesa. Spero che tutti coloro che gioiscono della beatificazione di Maria Teresa si rinnoveranno nel loro amore per il Salvatore.

Io prego fermamente che tutte le sorelle della scuola di Notre-Dame trovino fresco coraggio e forza nel testimoniare la verità del Vangelo. Possa Cristo riempire i vostri cuori di pace e di gioia. Di cuore imparto a tutti i presenti e all’intera Congregazione della Nostra Amata Signora e della beata Maria Teresa di Gesù la mia particolare apostolica benedizione.

Pio Campidelli: esemplare testimone della spiritualità dei Passionisti

Particolari espressioni di saluto sono rivolte dal Papa anche ai fedeli italiani, ed in particolare ai religiosi Passionisti, giunti per la beatificazione di Pio Campidelli.

Carissimi fratelli passionisti, e voi tutti, pellegrini di lingua italiana, convenuti qui per la beatificazione di Pio Campidelli, sono lieto d’incontrarvi in questa udienza che ci consente di meditare ancora, dopo le solenni celebrazioni di ieri, sulle singolari virtù del giovane vostro confratello e conterraneo.

La vita di Pio Campidelli, così semplice, conferma un messaggio che il Concilio Vaticano II, con chiara espressione, rivolge a tutta la Chiesa: “Tutti i fedeli, di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (Lumen gentium, 40). La vita di fratel Pio, nella quale non si riscontrano fenomeni straordinari, invita tutti a ritenere possibile il grande dono della santificazione. Essere santi significa vivere nell’amore di Dio: un amore totale, concreto, lucido, esigente, realizzato con libertà e vigore nell’esercizio costante dei doveri del proprio stato di vita “Debbo fare più spesso atti di amore verso Dio”, questo il fondamentale proposito di Pio Campidelli.

Dalla vita di questo giovane religioso emergono due aspetti precipui della sua spiritualità; la fedeltà alla vocazione e la contemplazione del mistero della passione di Cristo, secondo il peculiare carisma della sua congregazione religiosa. Luigi Campidelli, poi fratel Pio, conobbe ben presto, fin da fanciullo, la chiamata divina che lo riguardava, e fu costante nel seguirla. Dalla predicazione della Chiesa, specialmente dall’opera dei padri passionisti, assimilò il desiderio di consacrarsi a Cristo, con l’intento di divenire apostolo del Signore nell’annuncio del Vangelo. Con questo invito il Signore lo attrasse, ed egli non abbandonò l’ispirazione divina, conservando fedelmente il suo desiderio in tutte le tappe della sua breve esistenza. Non raggiunse la meta del sacerdozio, ma fu testimone di Cristo in modo eccellente tra i campi d’infanzia e i confratelli di religione.

L’assidua meditazione della passione di Cristo secondo il motto paolino di “portare sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (cf. 2 Cor 4, 10) è la seconda peculiare nota della vita di fratel Pio. È così grande la potenza della croce di Cristo, che, se noi la teniamo costantemente davanti agli occhi, se la nostra mente vive attenta a quel mistero infinito di amore, di immensa donazione, di divina misericordia, se la nostra fede si lascia illuminare da quella luce, allora la carità soprannaturale diviene perfetta in noi e muove l’anima a un pieno amore di Dio.

La testimonianza di questo giovane sia d’incoraggiamento e di conforto per tutti voi, cari padri passionisti. Voi siete spesso a contatto con la gioventù, e io mi compiaccio con voi per le iniziative realizzate anche in questo campo. Sappiate condurre i giovani per le strade forti e impegnative dell’esperienza di Dio. Non abbiate timore a proporre loro la rigorosa opzione fondamentale di Dio che si attua seguendo l’impegnativa via della croce di Cristo. Opportunamente illuminati sul significato e il valore della croce essi non avranno paura di “riconoscere come proprio il programma di vita che Cristo stesso realizzò sulla terra” (cf. Giovanni Paolo II, Epistula Apostolica ad iuvenes, Internationali vertente Anno Iuventuti dicato, 8, 31 marzo 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 775). Vi accompagni la mia benedizione apostolica.

 

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