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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL «FESTIVAL ARTE HANDICAPPATI»

Sabato, 23 novembre 1985

 

Carissimi!

1. Desidero esprimere la mia viva e sincera gioia di trovarmi in mezzo a voi, che avete organizzato o partecipato al “Festival Arte Handicappati”, che si è svolto a Roma in questi giorni con particolare successo.

Il mio cordiale saluto va ai dirigenti e ai membri dell’“Associazione Nazionale Arte Handicappati”, affiliata al “John F. Kennedy Center for the Performing Arts” di Washington, che trova il coordinamento nell’“International Committee, Arts with the Handicapped”; va anche a tutte le associazioni, enti e istituti che hanno dato la loro adesione a tale simpatica iniziativa; va alle numerose personalità della politica, della cultura, dell’arte, dello spettacolo, che hanno voluto manifestare con la loro presenza la loro affettuosa e concreta solidarietà all’iniziativa.

Intendo anche dire pubblicamente il mio plauso alle finalità della menzionata e benemerita “Associazione Nazionale Arte handicappati” e a quelle analoghe, che si propongono di garantire agli individui disabili di poter partecipare a programmi, che dimostrino l’importanza dell’attività artistica nella vita di ogni soggetto, e promuovono in tal modo la dignitosa, graduale integrazione dei disabili nella società.

Durante i giorni del festival, voi, carissimi giovani, avete dato una valida prova del vostro impegno nelle discipline più diverse, dalla pittura alla scultura, dal teatro alla musica classica e leggera, dalla letteratura alla danza, dall’artigianato alla fotografia, suscitando in tutti interesse, consensi, entusiasmo.

2. Questa importante iniziativa è un’ulteriore, tangibile dimostrazione delle capacità artistiche degli handicappati ed è soprattutto uno sprone perché ai diversi livelli si studino e si trovino valide soluzioni per riuscire ad attenuare il senso di isolamento dei portatori di handicap e di inserirli gradualmente e serenamente nell’ordinata convivenza umana e civile. Tale è il dovere di tutte le forze politiche e sociali, a livello nazionale e internazionale.

L’esistenza di fratelli e di sorelle portatori di handicap ci pone drasticamente di fronte al problema della sofferenza nel mondo. E di fronte a questo drammatico problema, di fronte ai fratelli e alle sorelle bisognosi di comprensione, di affetto, di aiuto, noi dobbiamo sentire e far nostro lo spirito del “buon samaritano”, descritto da Gesù nella parabola riferita dal Vangelo di Luca (Lc 10, 29-37). Come ho scritto nella mia lettera apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, “l’uomo deve sentirsi come chiamato in prima persona a testimoniare l’amore nella sofferenza. Le istituzioni sono molto importanti e indispensabili; tuttavia, nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana, l’amore unitario, l’iniziativa umana, quando si tratti di farsi incontro alle sofferenze fisiche, ma vale ancor di più se si tratta delle molteplici sofferenze morali, e quando, prima di tutto, a soffrire è l’anima” (Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 29).

Dobbiamo pertanto accrescere la capacità di donare la nostra comprensione, il nostro tempo, il nostro sorriso, per venire incontro con sincera dedizione ai bisogni di coloro che, dal punto di vista fisico e psichico, sono meno fortunati di noi.

3. Desidero in questa circostanza, alla presenza di tante illustri personalità e di tanti nostri fratelli e sorelle portatori di handicap, ribadire il diritto di questi ad essere facilitati a partecipare alla vita della società in tutte le dimensioni e a tutti i livelli, che siano accessibili alle loro possibilità: “La persona handicappata - ho detto nella mia enciclica sul lavoro umano - è uno di noi e partecipa pienamente alla nostra umanità. Sarebbe radicalmente indegno dell’uomo, e negazione della comune umanità, ammettere alla vita della società, e dunque al lavoro, solo i membri pienamente funzionali perché, così facendo, si ricadrebbe in una grave forma di discriminazione, quella dei forti e dei sani contro i deboli e i malati” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 22).

Dobbiamo riconoscere con soddisfazione che le comunità nazionali e le organizzazioni internazionali hanno rivolto in tempi recenti la loro attenzione a questo problema, approntando adeguati strumenti legislativi. Auspico che le diverse istanze coinvolte nel mondo del lavoro promuovano sempre più, con misure efficaci e appropriate, il diritto delle persone handicappate alla preparazione professionale e al lavoro, di modo che esse possano essere inserite in attività produttrici per le quali siano idonee.

4. Durante il vostro festival, carissimi amici, voi avete dimostrato di essere capaci di esprimere il vostro mondo interiore nelle varie forme dell’arte e della bellezza, linguaggio universale, che ci accomuna e ci affratella nella contemplazione e nella fruizione di valori più alti della semplice realtà puramente materiale e sensibile; arte e bellezza, che ci avvicinano - come una forma di ricerca dell’assoluto - a Dio.

Continuate con entusiasmo questa vostra esperienza artistica! Nel vostro itinerario siete circondati dall’affetto dei vostri cari, della Chiesa, di tante e tante associazioni e istituzioni, che hanno come finalità l’autentica e integrale promozione della persona umana! E ai membri di tutte queste associazioni, enti e istituzioni desidero dire il mio sentito plauso per il loro lavoro indefesso, costante, spesso nascosto e sconosciuto; desidero esprimere il mio incoraggiamento a continuare con rinnovato vigore in questa opera altamente meritoria dal punto di vista sociale e cristiano, quale è l’assistenza, l’aiuto, la promozione delle persone portatrici di handicap.

Questo nostro incontro, così pieno di entusiasmo, ma anche di grande emozione, pone di fronte alla nostra coscienza il problema morale dell’accoglienza e del rispetto della vita di coloro che sono handicappati. In certe Nazioni il togliere il diritto alla vita dei non-ancora nati o addirittura dei neonati è stato “legalizzato” quando ci si trovi di fronte a esseri portatori di handicap! Ai legislatori, ai politici, ai governatori di tali Nazioni e di tutte le Nazioni della terra vorrei ricordare in questo momento la forte parola di Dio: “Non uccidere!” (Es 20, 13; Dt 5, 17), che intende proteggere, salvaguardare e difendere l’essere umano, ogni essere umano, fin dal suo concepimento!

Concludo, affidando alla vostra riflessione le splendide considerazioni di un antichissimo scritto delle prime generazioni cristiane: “Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel prevaricare sui più deboli, nell’arricchirsi e nel tiranneggiare gli inferiori. Non si può imitare Dio con azioni del genere, del tutto contrarie alla sua maestà! Ma chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò in cui è superiore cerca di beneficiare altri meno fortunati; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio, è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio” (Ad Diognetum, X, 5-6).

Con questi voti vi rinnovo i sentimenti della mia stima e benevolenza e imparto a tutti voi la benedizione apostolica, che estendo a quanti vi sono cari.

My dear friends: I wish to add a word in English. First, to welcome you to the Vatican and to say that I am very happy to have this opportunity of meeting you all. Your Very Special Arts Festival shows how much courage you have in overcoming all kinds of obstacles and how much you try to help each other by using the special gifts that God has given each one of you. I ask you never to lose that courage and that sense of brotherhood with every person you meet.

I pray for you all, for your families and all those who assist you, that you may always appreciate the great gift of life itself and the many signs of God’s love for you. For when you suffer you become like Jesus Christ our Lord who suffered and died with love for each one of us.

But I would ask you too to pray. To pray for peace in the world and to offer your sufferings for the coming of a civilization based on justice and love for all.

May almighty God bless each one of you!

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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