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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL «SIMPOSIO ECUMENICO EUROPEO»

Sabato, 12 ottobre 1985

 

Cari Fratelli e Sorelle,

1. La mia gioia è grande nel vedervi qui riuniti questa sera, slavi o amici degli slavi di tanti Paesi europei, degli Stati Uniti o del Canada, alla veglia della nostra grande celebrazione liturgica in onore degli apostoli slavi Cirillo e Metodio, in quest’anno dell’XI centenario della morte del santo Metodio e dell’opera di evangelizzazione dei due santi.

Io saluto tra di voi i rappresentanti delle Conferenze episcopali d’Europa che hanno appena tenuto il loro simposio sull’evangelizzazione nel contesto attuale dei Paesi europei. Sono felice di salutare al loro fianco i rappresentanti delle altre confessioni cristiane che, con spirito ecumenico, hanno voluto associarsi all’evocazione delle nostre radici comuni. Ringrazio il comitato romano per le celebrazioni dei santi Cirillo e Metodio con il suo Presidente, il Cardinale Wladyslaw Rubin, sfortunatamente assente per ragioni di salute, il suo vicepresidente, il Cardinale Jozef Tomko, e anche coloro che hanno assicurato la segreteria: Monsignor Hrusovsky, nella prima fase, e Monsignor Jezernik, nella fase attuale. Saluto i partecipanti al congresso, accolgo gli artisti e tutti i pellegrini venuti a festeggiare i nostri due grandi santi, compatroni dell’Europa.

2. Questa celebrazione dell’XI centenario della morte di San Metodio ci stava molto a cuore, a me personalmente, figlio della Polonia, e a voi tutti, cari amici. Essa costituisce un avvenimento significativo e stimolante per i popoli slavi, ma anche per l’intera Europa e per tutta la Chiesa. Per questo abbiamo voluto ricordarla quest’anno con una serie di manifestazioni importanti.

Il 14 febbraio, festa dei due fratelli di Salonicco coincidente con la nascita al cielo di San Cirillo, sono andato a inaugurare le feste giubilari con una concelebrazione liturgica nella basilica San Clemente dove sono deposti i resti di San Cirillo.

Il 2 giugno ho siglato la lettera enciclica Slavorum Apostoli, nella quale ho voluto descrivere il carisma e l’opera ammirabili dei due grandi evangelizzatori, convinto che tutta la Chiesa, e specialmente coloro che contribuiscono oggi all’evangelizzazione, possano trarre grande profitto dall’esempio della loro vita, del loro senso ecclesiale e del loro metodo d’apostolato.

All’inizio di luglio ho inviato il Cardinale Casaroli, segretario di Stato, a presiedere in nome mio due grandi celebrazioni in due Paesi dell’antica Moravia che hanno in modo particolare beneficiato dell’apostolato dei nostri due santi: a Djakovo, in Jugoslavia, poi a Velehrad, in Cecoslovacchia. Mi ha commosso il fervore con il quale le popolazioni locali hanno partecipato a queste due celebrazioni.

Io so che in molti luoghi e in molti Paesi le Chiese hanno preso iniziativa per celebrazioni simili, convinte di tutto ciò che devono ai fondatori e ai loro discepoli, non soltanto queste Chiese ma anche le nazioni e le società attuali del mondo slavo. Ed ecco che, questa settimana, parecchie manifestazioni giungono a coronare quest’anno.

Vi voglio parlare dell’esposizione su Cirillo e Metodio che, nella Biblioteca Vaticana, presenta più di centoventi documenti sulla cultura slava. Nello stesso tempo, si è appena svolto all’università Urbaniana, con le cure del Comitato romano e del Pontificio istituto orientale, un congresso che ha permesso a relatori eminenti di esporre l’opera dei due grandi evangelizzatori e il suo splendore.

Oggi ricevo con gioia i numerosi partecipanti al pellegrinaggio romano, venuti dai diversi Paesi slavi così come i loro amici. Io li saluterò nelle loro lingue. E domani avremo insieme la grande celebrazione eucaristica che ho ricordato.

3. Mi rivolgo in modo particolare ora ai congressisti. Cari amici, il vostro congresso internazionale realizzato per l’XI centenario della morte di San Metodio, sul tema “Il cristianesimo presso gli slavi”, ha trovato in modo naturale la sua sede a Roma. In effetti, anche se Metodio ha raggiunto il Signore nell’eternità a Velehrad in Moravia, è a Roma che riposa Costantino-Cirillo, suo fratello e compagno inseparabile, nella missione che Metodio ha compiuto presso gli slavi e nell’onore che gli si rende oggi: “Fratello mio, noi abbiamo diviso la stessa sorte, conducendo l’aratro nello stesso solco”, diceva San Cirillo sul letto di morte (Vita Methodii, VII, 2). È qui nella basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, che il mio predecessore, il Papa Adriano II, depose sull’altare i Libri santi tradotti da loro in lingua paleoslava, approvando con questo gesto le traduzioni della liturgia in questa lingua. Qui a Roma i primi ecclesiastici slavi ricevettero la loro ordinazione e cantarono la loro prima messa in slavo. Qui, ancora, Metodio fu consacrato vescovo con il titolo del seggio di Sirmium, e fu messo a capo della prima diocesi per le nazioni slave della Pannonia e della Grande Moravia, con l’autorità molto estesa di delegato della Santa Sede per tutti gli slavi.

Il vostro congresso - con la sua fitta rete di rapporti scientifici, di comunicazioni e di altre attività parallele, come l’esposizione di codici, di incunaboli e di libri rari slavi - è, per la prima volta nella storia, una maniera di illustrare concretamente e di far brillare le figure dei due santi apostoli degli slavi con la loro multiforme ricchezza. Voi rappresentate tutte le nazioni slave, e anche le altre che si associano ad esse nella venerazione e nella stima dei due santi e nell’amore reciproco dei loro eredi.

Sì, la vostra presenza è una viva immagine della grandezza e dell’estensione dell’eredità spirituale di Cirillo e Metodio, che è indissolubilmente religiosa e culturale.

4. Una tale iniziativa non ha solamente un interesse storico e scientifico; essa permette di rischiarare la strada che devono intraprendere gli evangelizzatori d’oggi. Questo senso dell’apostolato dei santi Cirillo e Metodio è molto importante per noi, come dicevo nell’enciclica che ho consacrato loro. È bene per noi ammirare il coraggio missionario di questi pionieri che hanno lasciato la loro patria e la civiltà brillante di Bisanzio per portare il Vangelo in un altro universo culturale, a prezzo di un grande distacco, numerose fatiche e dure incomprensioni e persecuzioni. Essi non avevano altro scopo se non il bene dei popoli slavi, di cui essi rispettavano l’uguale dignità di fratelli in Gesù Cristo, che essi amavano, senza alcun spirito di discriminazione, che essi desideravano aiutare nella difesa della loro identità, e che volevano far beneficiare della salvezza apportata da Cristo.

L’approccio evangelizzatore comportava un profondo rispetto delle persone, delle loro tradizioni, dei loro valori umani, delle loro aspirazioni, con uno spirito di dialogo che escludeva l’imposizione con la forza. È grazie a questo amore, a questo zelo, a questo realismo, che essi hanno assimilato la cultura dei loro amici, hanno penetrato la loro mentalità, hanno tradotto nella loro lingua il messaggio cristiano, e hanno inventato la scrittura corrispondente. Ciò che non è meno ammirabile, in quest’opera di adattamento e di inculturazione, è la cura impiegata ai fini di rispettare l’ortodossia del messaggio, affinché la fede e i costumi dei convertiti fossero coerenti con il deposito unico della tradizione. Essi avevano un senso acuto dell’unità spirituale comune alla Chiesa romana, alla Chiesa di Costantinopoli e alle Chiese slave.

Essi sapevano fino a che punto questa unità nella fedeltà, la pace e l’amore erano indispensabili alla Chiesa. Con loro, noi apprezziamo meglio le radici cristiane dell’Europa. Con loro, comprendiamo meglio come la Chiesa debba presentarsi ed esercitare la sua missione nel mondo di oggi, in Europa e nelle giovani Chiese di missione.

5. Desidero ora parlare ai numerosi pellegrini che sono giunti a Roma per queste celebrazioni. Fu la genuina preoccupazione pastorale e il fervore missionario che spinse i santi Cirillo e Metodio a compiere il loro viaggio a Roma. Essi cercavano consiglio e assistenza nei loro sforzi per evangelizzare e organizzare la vita ecclesiale dei popoli slavi. Allo stesso tempo, essi giunsero come veri pellegrini in questa città, desiderosi di visitare i luoghi resi santi dalla valorosa testimonianza dei santi Pietro e Paolo e dalle vite eroiche di innumerevoli martiri e santi. Essi presero parte alle celebrazioni liturgiche in varie chiese di Roma, nelle basiliche di San Clemente, Santa Maria Maggiore, Sant’Andrea, San Paolo, San Pietro e così via. Essi si unirono attivamente alle processioni e alle pratiche di devozione, e pure alle ordinazioni al diaconato e al sacerdozio. Essendo uomini con un grande amore per la preghiera e per la sacra liturgia, furono lieti della possibilità di entrare nella ricca vita sacramentale e liturgica della Chiesa romana.

Fin dai primi secoli, Roma è stata costantemente un importante centro di pellegrinaggio. In ogni età i fedeli si sono recati alle tombe degli apostoli e dei martiri in cerca di un rinnovamento spirituale e di un approfondimento della loro fede. I vescovi sono giunti dalle loro Chiese locali per incontrare il successore di Pietro e per rafforzare i loro legami di unità collegiale e di carità fraterna con lui. I giovani vengono alla ricerca di quello zelo e di quell’entusiasmo che accesero la fede dei martiri. Gli infermi e i malati pregano qui per la salute e la guarigione. I peccatori aspirano al perdono dei loro peccati e alla riconciliazione con Dio. Gli intellettuali e gli uomini e le donne di cultura vengono per ammirare i tesori dell’arte e dell’architettura e dare spazio al loro gusto per la bellezza e per la verità. Per tutti coloro che compiono il viaggio, il pellegrinaggio esprime un desiderio e un’aspirazione a Dio, una ricerca interiore di quella pienezza e integrità che può essere trovata solo nel nostro Redentore.

Il viaggio verso Roma di pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo riflette in un certo senso il mistero della Chiesa. Come dice la Lettera agli Ebrei: “Non c’è città eterna per noi in questa vita ma ne cerchiamo una nella vita a venire” (Eb 13, 14). Noi siamo pellegrini in viaggio verso il regno celeste, e nei centri particolari di pellegrinaggio, come la città di Roma, troviamo l’incoraggiamento e l’ispirazione di cui abbiamo bisogno per continuare sul nostro cammino.

I molti pellegrini che giungono in questo luogo danno anche espressione dell’universalità della Chiesa. Noi parliamo lingue diverse. Rappresentiamo una ricca varietà di culture. Eppure attraverso il Battesimo e la fede siamo uniti nella speranza e nell’amore. Noi siamo tutti membri dell’unico Corpo di Cristo, la Chiesa.

6. Vorrei ora rivolgere una parola agli artisti che prendono parte a questo raduno e danno dimostrazione delle loro capacità. Il frutto dell’evangelizzazione iniziata dai santi Cirillo e Metodio è stato meravigliosamente abbondante e vario. Esso riluce nello splendore della liturgia divina dei popoli slavi. Influenzò in grande misura i contorni e lo sviluppo della loro cultura, come è riflesso nella musica, nella letteratura, nell’architettura e in molte altre forme d’arte e di pensiero. Infatti tale influenza è così penetrante che non si può comprendere la cultura degli slavi senza riconoscere il decisivo apporto della fede cristiana.

È profondamente giusto quindi che, assieme a San Benedetto, Cirillo e Metodio dividano il titolo di patroni d’Europa. Poiché in effetti questi tre grandi santi hanno contribuito in maniera altamente significativa al patrimonio culturale e artistico dell’Europa sia occidentale che orientale.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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