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VISITA PASTORALE A GENOVA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I LAVORATORI DELLE ACCIAIERIE
DELLA NUOVA ITALSIDER DI CORNIGLIANO

 Sabato, 21 settembre 1985

 

Carissimi Lavoratori e Amici della città e della provincia di Genova!

1. Sono felice che la mia visita alla Chiesa e al popolo di Genova si apra con questo incontro con voi, che siete rappresentanti qualificati non solo delle attività, delle aspirazioni e dei problemi odierni di questa bellissima città, ma anche della sua gloriosa tradizione, e direi quasi del carattere tipico acquisito dai genovesi, in patria e all’estero, in riferimento al mondo del lavoro.

A tutti esprimo il mio cordiale saluto: alle autorità qui presenti, ai dirigenti, agli impiegati e agli operai di questo stabilimento Italsider dell’IRI come anche dell’Ansaldo a cui Genova tanto deve, e, inoltre, a quelli dei vari complessi industriali che operano nella zona.

Ho ascoltato con viva attenzione gli indirizzi che, a nome di tutti, mi hanno rivolto il presidente di questo stabilimento, un operaio e un sindacalista. Ho sentito vibrare nelle loro parole le preoccupazioni e le ansie che continuano ad assillare il mondo del lavoro, qui forse più che in altre parti d’Italia. Ma ho colto anche, nei discorsi di questi vostri rappresentanti, l’affermazione della decisa volontà di lottare per superare le difficoltà presenti e aprire nuove prospettive allo sviluppo economico della Città e della Regione. Non posso che incoraggiarvi in questi vostri propositi, che sono in piena sintonia con le più nobili tradizioni della vostra terra.

Nessuno ignora che i Liguri, fin dalle loro origini, in gran parte avvolte nell’oscurità di tempi lontani, e poi sempre nei secoli della loro storia, affrontarono con eccezionale coraggio le fatiche imposte dalle asprezze della terra e dalle incognite del mare per guadagnarsi da vivere e per rendere sempre più feconde e ricche le loro campagne e le loro città, navigabili e sfruttabili i mari, entro i confini del Mediterraneo e oltre, sulle vie degli oceani. È un’epopea del lavoro umano che i vostri padri hanno composto con le risorse del loro ingegno, col sudore delle loro fronti e col vigore delle loro braccia, e che voi oggi continuate a sviluppare, servendovi dei nuovi mezzi e sistemi di una tecnologia d’avanguardia, così progredita in questo punto nodale del cosiddetto “triangolo industriale” d’Italia.

È noto però che non solo per le difficoltà e gli ostacoli opposti dalla natura, ma anche per i problemi aperti dalle trasformazioni di ordine sociale ed economico nei grandi momenti di transizione, Genova più volte anche in passato si è trovata in crisi, come si è ripetuto poi in questi ultimi anni.

Conosco dalle relazioni che mi sono pervenute le proporzioni della crisi d’oggi, che tocca molti punti vitali di una comunità: specialmente la sicurezza del lavoro, la serenità familiare e sociale, il primo impiego di migliaia di giovani al termine degli studi, il carattere adeguato e aggiornato della scuola sotto l’aspetto professionale, e poi ancora l’equilibrio tra i settori operativi vecchi e nuovi, le condizioni psicologiche e morali in cui vengono a trovarsi giovani e adulti, individui e famiglie quando sperimentano la fragilità del processo produttivo e le carenze del sistema distributivo e retributivo, talmente grandi, che sembrano sorpassare le possibilità tecniche anche degli uomini di buona volontà. Che fare in questa situazione?

2. Certo non sta a me offrire formule risolutive o piani di sviluppo tecnico, economico e industriale, quantunque anche in questo campo la Chiesa cerchi di essere accanto a tutti coloro che si impegnano a risolvere queste questioni, per incoraggiarli, stimolarli, sostenerli, come fa spesso il vostro Arcivescovo, Cardinale Giuseppe Siri, così zelante del bene integrale della sua città e così competente anche in materia sociale.

Ma oggi faccio appello a voi tutti perché abbiate a ravvivare le vostre qualità tipiche migliori, che oggi come ieri, come tante volte nella vostra storia, vi aiuteranno a intraprendere una poderosa ripresa.

Parlo anzitutto del senso di imprenditorialità e di creatività a tutti i livelli; parlo dello sfruttamento del patrimonio di professionalità e di serietà nel lavoro, che vi colloca ai primi posti non solo in patria, ma anche su scala internazionale; parlo dell’individuazione dei nuovi settori di attività, in grado di offrire posti di lavoro soprattutto ai giovani, e - direi ancora più - del coraggio di guardare al nuovo, specialmente nei campi dell’elettronica, dell’informatica, dell’impiantistica, per supplire alle perdite e rimediare alla crisi che affligge i settori tradizioni della siderurgia, della cantieristica, dell’elettromeccanica, delle attività portuali; parlo, infine, di un nuovo slancio, che dovrebbe essere così congeniale ai conterranei di Cristoforo Colombo e di Andrea Doria, verso i mari ai quali Genova è aperta col suo importante porto per vocazione naturale, come dimostra la storia dei viaggi, delle scoperte, dei commerci del popolo genovese.

3. Questa non è un’utopia. Se lo si vuole davvero, si possono realizzare nel mondo condizioni nuove, strutture nuove, relazioni nuove tra gli individui, i gruppi sociali e i popoli, per assicurare la pace nella giustizia e nella fraternità. Io non mi stancherò mai di ripeterlo a tutti e di invitare tutti alla speranza e al coraggio dell’avvenire, che ci vengono dal Vangelo e che trovano conferma nei “segni dei tempi”.

Devo però aggiungere che i nuovi tempi non vengono senza di noi, ossia senza l’impegno della nostra collaborazione costruttiva all’effettuarsi del disegno di Dio nella storia.

In quest’ottica, mi fa piacere apprendere che a Genova ci sono state da parte dei lavoratori, in questi ultimi anni, notevoli prove di responsabilità nell’affrontare i problemi e nel sopportare gli oneri del necessario processo di ridimensionamento e ristrutturazione nel porto e nelle industrie, mentre molte aziende hanno cercato di contenere la sensibile riduzione dei posti di lavoro e il conseguente blocco delle assunzioni dei giovani.

Lasciate che, in questo momento, io rivolga una cordiale esortazione a voi tutti: lavoratori, dirigenti, imprenditori, amministratori e, con grande rispetto, alle stesse Autorità di ogni ordine e grado, affinché si uniscano le forze per il rilancio effettivo e continuativo di tutte le capacità produttive, in un clima di fiducia, di coraggio, di rigore morale, di seria e serena collaborazione, che porti al superamento di contrapposizioni, che potrebbero paralizzare i più generosi sforzi di ripresa economica della città.

È chiaro che un sentimento molto vivo dei diritti e dei doveri di ciascuna parte è necessario in tutti coloro che si trovano allo stesso banco di lavoro per cooperare al bene comune, come ho cercato di chiarire nella mia Enciclica Laborem Exercens, della quale vorrei qui riassumere il punto centrale, che è il seguente.

In tutte le questioni concernenti il lavoro, in tutti i tentativi di soluzione, in tutti i processi di trasformazione economica e sociale, di riconversione industriale, di ristrutturazione aziendale, in tutte le nuove applicazioni e le nuove esperienze compiute per accelerare e aumentare il ciclo della produzione e della distribuzione dei beni, il centro di attenzione, il soggetto, il fine a cui si mira è e deve essere l’uomo nella sua integrale dimensione fisica, psicologica, spirituale, familiare, sociale, culturale (cf. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 15 ss.).

Questo principio-chiave intendo ribadire dinanzi a voi, carissimi lavoratori genovesi, nel cuore di questi complessi industriali, portuali e commerciali, che noi tutti desideriamo sentir pulsare sempre più di nuova vita.

Guardare alle ragioni dell’uomo oltre che alle strutture e ai sistemi organizzativi che hanno lo scopo di servirlo, non di soggiogarlo. Guardare all’uomo, nel quale risplende, ben più che nei beni materiali e nelle macchine, l’Immagine, l’Immagine di Dio: ecco di che si tratta!

4. Con voi che avete fede posso usare questo linguaggio, che altri forse non accoglierebbero: solo alla luce di Dio si possono valutare tutta la grandezza e tutta la dignità e quindi anche tutti i diritti dell’uomo!

So che voi genovesi siete sempre stati fedeli a certi valori spirituali, la cui presenza, anche se a volte confinata nei cuori, si esprime nel culto della famiglia, nel culto dei defunti, nel culto della Madonna, venerata soprattutto sotto il titolo di Nostra Signora della Guardia, che anch’io andrò a venerare, nel suo Santuario sul Figogna. So che non avete mai rinnegato la tradizione che fa di Genova una “città di Maria Santissima”, alla quale gli antichi dogi consegnarono lo scettro e le chiavi della città. So che amate i vostri santi, tra i quali oggi ricordo San Francesco Maria da Camporosso, che nel secolo scorso aveva fatto di Genova il centro di smistamento, per così dire, della carità che riceveva e distribuiva per il sollievo di tanta povera gente.

So che in mezzo ai lavoratori genovesi sono sorte nel secolo scorso le Società economiche dei cattolici, eredi delle Compagnie portuali risalenti al Medioevo, ma attrezzate per diffondere e attuare nei tempi nuovi l’insegnamento sociale dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. So che anche oggi molti di voi frequentano movimenti e associazioni di cristiani che si dedicano alla promozione dei lavoratori. Desidero pure ricordare i benemeriti cappellani del lavoro, che si prodigano per essere disponibili nelle aziende e nelle famiglie dei lavoratori, per portarvi la loro parola di fede e di pace. So che, specialmente a Pasqua, molti di voi si stringono intorno al cardinale arcivescovo o ai suoi delegati per celebrare nelle fabbriche stesse il mistero centrale della nostra religione.

Posso dire, dunque, che siete gente di fede: e perciò vi rivolgo questa esortazione conclusiva: siate dei buoni cristiani, abbiate fiducia nella divina provvidenza, ricordatevi di pregare, specialmente al mattino e alla sera. Ricordatevi del Vangelo che raccomanda: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato per giunta” (Mt 6, 33; Lc 12, 31); e anzi: “Vi sarà dato il cento per uno” (cf. Mt 19, 29).

Queste parole di nostro Signore Gesù Cristo valgono anche per gli uomini d’oggi e servono per risolvere problemi antichi e nuovi; esse vi siano di stimolo a vivere sempre più coerentemente il messaggio cristiano e a testimoniarlo generosamente.

Con questi sentimenti nel cuore, vi benedico tutti nel nome del Signore.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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