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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE LAZIALE
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 12 aprile 1986

 

Signor cardinale, venerati pastori e cari fratelli di Roma e del Lazio.

1. Sono lieto di aprire con voi la serie dei fraterni incontri collegiali per le visite “ad limina Apostolorum” dei vescovi Italiani. Vi accolgo col saluto che l’apostolo Paolo rivolgeva alla comunità cristiana di Roma, ai fratelli “amati da Dio e santi per vocazione”: “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Rm 1, 7). Per mezzo di Gesù, nostro Signore, “abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome . . .” (Rm 1, 5-6).

In questo arco di cinque anni intercorso dall’ultimo incontro di gruppo, ho avuto modo d’incontrarmi personalmente con molti di voi in varie occasioni e, nelle scorse settimane, sono stato lieto di ricevervi singolarmente, rinnovando e rinsaldando quei vincoli di comunione che ci legano nell’amore a Cristo e nel servizio pastorale a favore delle care diocesi del Lazio.

Ora vogliamo fare insieme il punto della situazione a livello regionale, in rapporto soprattutto alle condizioni proprie di una società secolarizzata qual è la nostra, per analizzarne le molteplici ripercussioni sulla vita dei fedeli e sul loro cammino ecclesiale, affinché il nostro servizio, contribuendo a promuovere la conoscenza e l’applicazione del Concilio Vaticano II, valga a suscitare anche nella presente generazione quell’“obbedienza alla fede”, che costituiva l’obiettivo delle fatiche pastorali dell’apostolo Paolo. Il riferimento agli inizi, si rivela particolarmente eloquente per noi, ministri di Cristo, in un’epoca nella quale, sotto certi aspetti, sembra imporsi l’impegno di una nuova evangelizzazione.

2. Conosciamo tutti i molteplici vincoli che legano il Vescovo di Roma ai pastori della Regione laziale e ai superiori delle antiche abbazie esistenti nella sua area. La vita spirituale della Regione è dominata dalla presenza di Roma, dalla irradiazione del suo sublime carisma, ma anche dall’influsso di una realtà umana non esente a volte da ombre. Tra Roma e il Lazio corre infatti un flusso di reciproca collaborazione e interdipendenza; così è nata l’eredità storica delle Chiese suburbicarie. Il successore di Pietro, Vescovo della Città eterna e Metropolita della Regione, fin dai primi secoli dell’epoca cristiana ha potuto attingere, per il governo della Chiesa, al ricco serbatoio del clero romano.

Il contributo dei servizi ecclesiali, offerti a Roma dalle comunità del Lazio, è stato, si può dire, quotidiano. Soprattutto oggi, con la mobilità sociale, la Regione ha in comune un complesso di problemi pastorali, che dobbiamo insieme più accuratamente chiarire e più efficacemente risolvere. Come alle origini la fede è approdata da lontano alle nostre sponde, così ora, che essa si è diffusa in ogni angolo del mondo, è necessario che l’esperienza cristiana qui collaudata nel corso dei secoli rechi il proprio apporto al consolidamento delle Chiese più giovani. Roma e il Lazio devono diventare una fucina di verifica e di promozione del Concilio Vaticano II, offrendo a tutta la cattolicità un aiuto di autentico rinnovamento e di intensa evangelizzazione.

3. Vorrei innanzitutto, per nostro incoraggiamento e per ragioni di verità, rilevare con voi le luci che esistono nella situazione odierna della Chiesa, nonostante le crisi e le difficoltà che ci fanno non poco soffrire. Lo stesso Concilio Vaticano II è stato un dono dello Spirito: esso, se adeguatamente compreso e applicato, offre i mezzi adatti all’aggiornamento ecclesiale per portare o ricondurre a Cristo il mondo contemporaneo.

Anche nei nostri tempi la Chiesa continua ad essere Madre dei santi. La novità perenne del Vangelo, come ha prodotto nel passato figure di uomini e di donne in grado di cambiare il mondo, così può suscitare e di fatto suscita anche ai nostri giorni meravigliosi fermenti di bene. In molti settori si nota un risveglio alla vita di preghiera e di contemplazione, un crescente bisogno di soda spiritualità, una ricerca del “sacro” e una riscoperta della verità cristiana, una disponibilità di forze e di risorse morali, che sono promettente garanzia per il futuro.

Non mancano, tuttavia, le ombre, che sono anzi, in certi settori, molte e grandi. La fede ci fa obbligo di riconoscerle senza infingimenti. Perché è necessario sapere con quale realtà i cristiani, a ogni livello, debbono oggi misurarsi.

L’esempio viene ancora da san Paolo che, proprio nella lettera ai Romani, descrive a forti tinte un quadro realistico del mondo, applicabile in qualche misura alla situazione attuale. In una pagina dai toni drammatici egli denunzia la responsabilità degli antichi pagani, i quali, avendo la possibilità di giungere alla conoscenza di Dio, non gli hanno dato gloria, “ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente . . . Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Rm 1, 21-23). La nostra società secolaristica riserva sempre meno spazio alla religione e ai suoi valori. Il Sinodo straordinario dei vescovi, celebrato l’anno scorso, ha parlato di “una qual certa cecità verso la realtà e i valori spirituali” (Synodi Extraordinariae Episcoporum Relatio Finalis, I, 4): una sorta di apostasia di fatto dalla fede, con larga diffusione di ateismo storico e pratico e smarrimento di valori fondamentali. Si riduce sempre più la visione integrale dell’uomo e si giunge perfino a negare Dio come valore per l’uomo.

Di qui la disgregazione della famiglia, la prassi della soppressione delle vite umane non ancora nate, la sessualità senza freni, come se questa dimensione dell’essere umano fosse un valore per se stessa e non dovesse invece essere finalizzata a scopi più alti.

È da aggiungere l’influsso degli strumenti della grande comunicazione, che contribuiscono in maniera spesso determinante a creare confusione tra bene e male, avallando modelli comportamentali alieni dai valori evangelici e provocando così la decadenza generalizzata del costume.

4. In simile contesto, qual è il compito della Chiesa? Di fronte alle sfide che provengono da questa situazione contraddittoria come rispondono le diocesi del Lazio? So che l’impegno di voi tutti è concentrato in un grande sforzo di rievangelizzazione. Un rinnovato slancio nell’annuncio della buona novella è la vera risposta ai mali e alle carenze che emergono dalla diagnosi dell’odierna situazione delle nostre diocesi. Ed è la risposta che la Chiesa ha specificamente il compito di dare: “Evangelizzare - è detto nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (Pauli VI Evangelii Nuntiandi, 14) - è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare e insegnare”.

Il dono più prezioso che la Chiesa possa offrire al mondo di oggi disorientato e inquieto, è di formare cristiani convinti mediante un organico piano di approfondita catechesi (cf. Catechesi Tradendae, 61). E questo è un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma all’intera società.

Vi incoraggio, carissimi fratelli, in questo compito che si impone con urgenza, per il bene delle vostre popolazioni. Una rinnovata vita di fede, frutto di tale azione evangelizzatrice e di assiduo sforzo di catechesi, susciterà una nuova fioritura di quella cultura ispirata ai valori del cristianesimo, di cui a Roma e nel Lazio esistono tante incomparabili testimonianze.

In verità, le preoccupazioni che ci assillano oggi, alla vigilia del nuovo millennio, furono proprie della prima Chiesa; esse sono state ribadite dal Concilio all’inizio della seconda metà del nostro secolo, e toccano l’essenza dell’identità cristiana.

L’apostolo Paolo esortava così la cristianità di Roma: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2).

Per parte sua il Concilio, preoccupato di cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo, ha affermato: la Chiesa crede “di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine dell’uomo nonché di tutta la storia umana. Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli” (Gaudium et Spes, 10). L’aggiornamento promosso dal Concilio parte dal “rinnovamento spirituale, al quale spetta sempre il primo posto anche nelle opere esterne d’apostolato” (Perfectae Caritatis, 2). A distanza di vent’anni, il Sinodo straordinario dei vescovi ha constatato che si è parlato “troppo del rinnovamento delle strutture esterne della Chiesa e poco di Dio e di Cristo”. (Synodi Extraordinariae Episcoporum Relatio Finalis, I, 4)

La Chiesa ha continuato nel dopo Concilio a promuovere la riforma della liturgia, l’adattamento dei metodi di apostolato e di catechesi, il rilancio della vita religiosa, il consolidamento delle Chiese particolari. E lo ha fatto nello spirito conciliare, puntando all’equilibrio tra rinnovamento e fedeltà. La confusione, però, sopraggiungerebbe quando si moltiplicassero i casi di chi, in nome della fedeltà, rinunciasse alle esigenze del rinnovamento, e di chi, viceversa, in nome dell’aggiornamento, venisse meno al principio intoccabile della fedeltà.

Di qui è nata la raccomandazione pressante del Sinodo, che io voglio ripetere a voi, fratelli e pastori del Lazio, di promuovere una conoscenza sempre più ampia e profonda della dottrina conciliare esposta da persone preparate e fedeli. Tocca alla responsabilità dei pastori prevedere, vigilare e guidare.

A un nuovo paganesimo si risponde con una nuova evangelizzazione, nel senso di una rinnovata e approfondita fedeltà sia al messaggio rivelato che alle attese dell’uomo contemporaneo. A un mondo in via di laicizzazione atea occorre dare la testimonianza autentica di uomini credenti in Dio e nel Signore morto e risorto. Il compito primario dell’evangelizzazione è di indicare in Cristo Gesù il Salvatore di ogni uomo e di tutto l’uomo: del suo mondo personale e di quello familiare, dell’ambiente del lavoro e di quello della scuola, della dimensione culturale come anche della dimensione civile. È questo che gli uomini anche di oggi attendono dalla Chiesa.

5. Cari fratelli nell’episcopato, a voi non mancano zelo apostolico e spirito d’iniziativa per formulare programmi pastorali atti a raggiungere lo scopo con l’impiego dello sforzo umano legato all’efficacia dell’aiuto divino. Ma sia uno sforzo di collaborazione, voglio dire di “Chiesa”, perché è alla Chiesa che il Signore ha assicurato la sua immancabile presenza e la sua infallibile assistenza.

L’apostolo Paolo ci ricorda, sempre nell’epistola ai Romani, che noi siamo un solo corpo in Cristo, ma che molte sono le membra, le quali non hanno tutte la stessa funzione, e aggiunge: “ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12, 5). Il Concilio, possiamo dire, commenta questo chiaro fondamentale principio di apostolato, avvertendo i pastori “di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo”. Essi debbono guidare i fedeli “in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune” (Lumen Gentium, 30).

Voglio aggiungere la viva raccomandazione di stare vicini a ciascuno dei vostri sacerdoti mediante il conforto personale, per aiutarli a crescere nella vita soprannaturale, ad essere le guide spirituali del popolo di Dio, a sostenere e moltiplicare le famiglie cristiane, a indirizzare i giovani che cercano l’autenticità del Vangelo, a formare i laici ai loro insostituibili compiti. Di tali premure del sacerdote devono essere oggetto “tutti” i laici cristiani, perché ognuno di essi è chiamato alla santità, ad essere membro vivo nell’incremento della Chiesa, “soprattutto a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze in cui essa non può diventare il sale della terra se non per loro mezzo” (Lumen Gentium, 33).

I laici hanno un compito fondamentale nel difendere e rettamente applicare i principi cristiani ai problemi attuali in tutto l’ambito dell’ordine temporale (Apostolicam Actuositatem, 7). Perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale, occorre risanare le istituzioni e le condizioni del mondo, instaurare un ordine politico e giuridico nel quale siano meglio tutelati nella vita pubblica i diritti della persona.

6. La parola del Vangelo continuerà ad esercitare la sua azione salvifica nella società umana nella misura in cui i discepoli di Gesù restano ad essa fedeli.

Per riportare al senso del Vangelo la società di oggi, occorre formare adeguatamente, come ha fatto Gesù, gli evangelizzatori: sacerdoti, religiosi, laici. Occorre che le associazioni cattoliche siano scuole di autentico cristianesimo e d’impegno missionario, animate da spirito sinceramente ecclesiale. A tali scopi è indirizzata l’azione delle varie Commissioni episcopali. Il loro influsso sarà tanto più efficace quanto più la loro azione sarà costante, organica e convergente.

Abbiamo, dunque, chiari gli obiettivi davanti a noi, sufficienti i mezzi umani a disposizione per creare una piattaforma operativa di primo impatto. Non resta che accelerare i tempi dell’azione.

La mia speciale benedizione a ciascuno di voi, alle vostre diocesi del Lazio, sia pegno del particolare aiuto divino, che sinceramente tutti insieme invochiamo.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 
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