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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AD UN CONVEGNO DI STUDI
SULL'ENCICLICA «LABOREM EXERCENS»

Sabato, 13 dicembre 1986

 

Illustri signori, gentili signore, cari fratelli e sorelle.

1. Il mio saluto cordiale a tutti voi, uomini e donne del mondo dell’economia e del lavoro, intellettuali, esponenti di movimenti cattolici, promotori e organizzatori di questo incontro di studio sull’enciclica Laborem Exercens a cinque anni dalla sua pubblicazione.

Voi con spirito di collaborazione e nel rispetto di diverse sensibilità avete dato vita alla vostra iniziativa col proposito di portare un responsabile contributo al dibattito sui problemi del lavoro, alla luce della dottrina sociale della Chiesa. È vostro intendimento di individuare, con analisi approfondita e attenta, le questioni rimaste aperte e di progettarne concrete soluzioni. A questo impegno vada il mio fervido incoraggiamento, con l’auspicio che iniziative del genere valgano a suscitare sempre più vivo interesse intorno a una questione di così grande rilievo nel mondo contemporaneo. All’ing. Giancarlo Lombardi esprimo poi la mia riconoscenza per le parole con le quali ha interpretato i comuni sentimenti.

2. La Chiesa, nello svolgimento del suo compito di evangelizzazione, ha tenuto sempre presente il contesto di quelle realtà entro le quali essa vive, riflettendo nel suo cuore le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini (Gaudium et Spes, 1). E così si è interessata, fin dalla sua prima origine, all’aspetto economico e sociale della persona umana, istituendo già con gli apostoli sette “diaconi” con l’incarico di presiedere e organizzare il servizio di assistenza all’interno della comunità cristiana (cf. At 6, 5). Nel periodo seguito all’invasione barbarica e al crollo dell’impero romano, la Chiesa si sforzò di far fronte ai problemi sociali del momento con la creazione di ospizi, confraternite di carità, Misericordie, scuole, reparti di accoglienza nei monasteri.

Essa fu presente inoltre col suo costante insegnamento rivolto a formare la coscienza del popolo cristiano circa il dovere di carità, la cura dei poveri, l’uso dei beni e la loro destinazione sociale, l’obbligo di devolvere il superfluo ai bisognosi, la necessità di sopportare con fortezza e speranza i mali della vita, cercando nei limiti del possibile di vincerli e di superarli. Nel Medioevo saranno i grandi teologi a sviluppare i temi della giustizia, del diritto, della politica, dei rapporti internazionali.

Più tardi, col sorgere della società industriale, la Chiesa scese ancora in campo per condannare l’amoralismo economico, sia nella forma dell’egoismo capitalistico sia in quella del socialismo irrispettoso della dignità della persona umana e per tracciare nel contempo le grandi linee di una visione del mondo del lavoro che traesse dal Vangelo ispirazione per una giusta soluzione della questione sociale.

3. La Rerum Novarum del papa Leone XIII fu un documento di tale importanza da divenire punto di riferimento dei successivi interventi pontifici d’indole sociale, a cominciare da Pio XI nel 40° dell’enciclica e poi, via via, a ogni scadenza decennale, fino alla Octogesima Adveniens di Paolo VI. Anche la Laborem Exercens ha inteso mettersi nell’alveo di questo fiume della tradizione, che cresce camminando, per prendere il lavoro a oggetto di particolare riflessione. Sono passati cinque anni dalla sua pubblicazione: un arco di tempo denso di storia e di rapidi cambiamenti, di nuovi sviluppi nelle condizioni tecnologiche, economiche e politiche, che hanno influito e di più influiranno sull’evoluzione del lavoro, di questa dimensione dell’umano esistere, con la quale la vita dell’uomo è costruita ogni giorno e su cui sorgono sempre nuovi interrogativi e problemi, sempre nuove speranze, ma anche sempre nuovi timori e minacce (Laborem Exercens, 1).

Non spetta alla Chiesa analizzare scientificamente le possibili conseguenze dei presenti cambiamenti sulla convivenza umana. Ma voi, nella vostra qualità di laici animati dalla fede e animatori in senso cristiano del mondo contemporaneo, siete e dovete essere in grado di farlo, preparando l’avvenire.

4. Compito della Chiesa è di richiamare sempre la dignità e i diritti degli uomini del lavoro, stigmatizzando le situazioni in cui essi vengono violati, e di contribuire a orientare i cambiamenti perché si avveri un autentico progresso dell’uomo e della società. Non si ha progresso autentico quando nel mondo del lavoro viene in qualche modo compromessa la dimensione umana. L’enciclica, che voi prendete a testo di studio, insiste sul principio che il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, che ne è il soggetto (cf. Laborem Exercens, 6). Il lavoro è un mezzo, mai un fine. Il primato è dell’uomo. Fine del lavoro è il lavoratore, cioè l’uomo che lavora.

Il perfezionamento dell’uomo, che si ottiene con lo sviluppo delle sue facoltà, vale più delle ricchezze esteriori che egli col suo lavoro può produrre (Gaudium et Spes, 35). Da qui il rifiuto di tutte quelle soluzioni, antiche e recenti, in cui il lavoro è considerato solo un elemento della produzione e il lavoratore viene asservito alla propria attività, trasformato da soggetto a oggetto, da fine a mezzo, da persona a cosa.

Nel vostro documento voi avete auspicato che i cristiani si facciano portatori di una cultura del lavoro, mostrando un’effettiva capacità di iniziativa sociale. Ecco il fondamento da cui deve partire ogni progetto e ogni programma: tutto il processo produttivo deve essere adattato alle esigenze della persona e alle sue forme di vita (Gaudium et Spes, 67). E in questa ottica va riconsiderato e risolto il dramma crescente della disoccupazione soprattutto giovanile. La mancanza di lavoro avvilisce la persona, che si sente inutile ai suoi stessi occhi, e impoverisce la società, che viene privata dell’apporto di forze valide e volenterose.

5. Sotto questa angolazione va rivisto l’altro cerchio di valori consistenti nella dimensione familiare del lavoro. La famiglia, la quale è un diritto naturale e una vocazione dell’uomo, ha un essenziale rapporto col lavoro, che in via normale le assicura i mezzi necessari di sussistenza (Laborem Exercens, 10). L’essere umano, per altro, quando lavora per assicurare i mezzi di sussistenza ai familiari, mette nella sua quotidiana fatica tutta la carica dell’amore. E l’amore contribuisce ad accrescere la nobiltà del lavoro. Quando, invece, il lavoro disintegra la famiglia, finisce col distruggere la sua stessa ragion d’essere.

Su questo punto la legislazione sociale lascia ancora molto a desiderare. E mi riferisco in particolare alla situazione della donna, che, mentre non vede riconosciuto e tutelato sotto il profilo giuridico ed economico il lavoro svolto fra le mura domestiche, è spesso sottoposta, nel lavoro fuori casa, a ritmi stressanti, che la tengono lontana dal marito e dai figli, inducendola non di rado a rinunciare alla grandezza della maternità. È necessario accelerare i tempi per trovare in questo settore soluzioni soddisfacenti, che garantiscano sia l’effettiva uguaglianza delle persone sia la loro specificità.

6. Quanto ho detto finora trova la sua integrazione e anche il suo motivo più alto nella dimensione spirituale del lavoro. L’essere umano, con la soddisfazione e il peso della sua fatica, non si spiega senza Colui che, dopo averlo creato, gli offre in dono l’universo con l’insieme delle sue forze ancora in gran parte ignote, perché egli le coltivi, le custodisca e le domini (Gen 2, 15). Riconoscendo la realtà di Dio personale e trascendente, l’uomo, che non crea la materia ma la trova già in essere, si pone in una nuova e originalissima collocazione rispetto al cosmo e, con tale atteggiamento, egli si libera dal cerchio stringente delle forze naturali, non ne viene dominato, anzi si eleva in alto, accettando di essere cooperatore col disegno divino.

La spiritualità del lavoro consiste nella presa di coscienza di questa realtà profonda, che l’uomo mediante il lavoro può mettersi in rapporto al suo destino ultimo e divenire alleato del Dio vivente. Accogliendo, inoltre, la verità che il lavoro fu svolto dalle mani umane dello stesso Figlio di Dio nell’officina di Nazaret, lo sforzo di trasformare il mondo diventa liberazione dal male morale e inserimento in una pianificazione nuova, a lungo termine, al di là dei confini della storia. Con la fede in Cristo si partecipa al progetto in corso di realizzazione di salvare l’uomo totale.

7. Cari fratelli, di fronte a questo quadro dagli ampi orizzonti, che la dottrina sociale della Chiesa propone, appare scontata la conclusione che non è pensabile attuare la grande prospettiva, alla quale tutti aspiriamo, di una società più umana, senza umanizzare contemporaneamente il fondamentale momento del lavoro. Ma risulta altrettanto impossibile rendere più umano il mondo del lavoro se esso non viene trattato e ordinato secondo il piano di Dio.

A questo compito specifico siete chiamati voi laici, nella vasta gamma delle vostre specializzazioni, a impegnarvi quali operatori dall’interno, a modo di fermento evangelico, nelle realtà temporali.

Vi accompagni nel vostro cammino la mia benedizione, incoraggiandovi ad esprimere nei vostri ambienti, nell’esercizio delle vostre responsabilità imprenditoriali o sindacali, la novità cristiana che sa infondere speranza e costruire una nuova civiltà.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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