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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA LOMBARDIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 18 dicembre 1986

 

Signor cardinale, venerati confratelli vescovi delle Chiese locali di Lombardia!

1. Sono lieto di accogliervi in questo incontro, che, coronando i nostri colloqui individuali, suggella la vostra visita “ad limina Apostolorum” e rinfranca felicemente i vincoli collegiali tra voi e con il successore di Pietro. A tutti il mio deferente, cordiale saluto!

Parimenti di gran cuore rivolgo il pensiero alle compagini del popolo di Dio, affidate alle vostre sollecitudini di pastori. Mi è caro dirvi quanto le sento vicine, in una affettuosa condivisione delle loro situazioni: dei problemi che devono affrontare, dei traguardi ai quali tendono nella ricerca del bene comune, delle speranze da cui sono animate, dell’intensa operosità che le qualifica nel cammino ecclesiale come nei vari campi del vivere umano.

2. Dei loro profondi sentimenti di fede, del loro solido attaccamento alla Sede di Pietro ho avuto fervide dimostrazioni durante le visite che, secondando volentieri i vostri inviti, ho potuto compiere in Lombardia.

Dopo essere stato a Sotto il Monte e a Bergamo nel centenario della nascita di Giovanni XXIII, nel periodo che ci separa dalla precedente visita “ad limina”, ho avuto il privilegio di farmi più volte pellegrino in luoghi significativi della geografia religiosa - e non solo religiosa - della vostra terra.

A Concesio e a Brescia ho reso omaggio al mio grande predecessore Paolo VI, nell’85° anniversario della sua nascita.

A Milano ho avuto la gioia di concludere il Congresso eucaristico della dilettissima Chiesa italiana, e, contemporaneamente, di ricordare nella sua terra d’origine - Desio - un altro grande Papa lombardo: Pio XI; e la gioia altresì di incontrare a Monza le nuove generazioni, e a Sesto San Giovanni il mondo del lavoro. In un viaggio successivo ho ricalcato con intima commozione le orme di san Carlo Borromeo a quattrocento anni dalla sua scomparsa terrena, toccando, oltre alla insigne metropoli, il Sacro Monte di Varese e la città di Pavia. Il ricordo, che custodisco vivo nel cuore di ognuno di questi itinerari, si riaccende alla vostra presenza, carissimi confratelli, nei quali vedo riflessi la robusta fede e il temperamento intrepido delle genti lombarde.

Intanto, quasi a mettere in luce il dinamismo progrediente della nostra missione, altri avvenimenti si compiono, carichi di significato storico e religioso. Mi riferisco al XVI Centenario della conversione di sant’Agostino, la quale proprio sotto il cielo lombardo trovò la sua culla, e che ho voluto commemorare con la recente lettera apostolica “Augustinum Hipponensem”. Né potrei tacere dello straordinario Giubileo, tuttora in corso nell’archidiocesi mediolanense nel sesto centenario della fondazione del Duomo, provvidamente restituito al suo primitivo splendore: giubileo per il quale sono stato felice di accordare l’indulgenza plenaria. I due avvenimenti, pur riguardando direttamente la sede ambrosiana, proiettano certamente una luce sulle Chiese sorelle di Lombardia e costituiscono un ulteriore titolo al rafforzamento dei legami di carità tra loro e con questa Sede Romana.

3. Gli impulsi sgorganti da antica e ricca storia cristiana, costellata di “segni” imperituri, stimolano a guardare avanti, nell’intento di assicurare condizioni sempre più confacenti alla maturazione della fede e alla sua irradiazione nel contesto umano. È ciò che sta al vertice delle vostre premure e che vi sforzate di tradurre in programmi operativi, organicamente elaborati e attuati con l’aiuto - nei rispettivi ruoli - delle componenti del popolo di Dio, in particolare dei vostri presbiteri.

Sono essi infatti, i sacerdoti, i primi e principali vostri collaboratori. Ad essi perciò è giusto che vada la vostra più assidua premura pastorale. Dal loro impegno dipende in gran parte l’efficacia stessa del vostro ministero. Tornano alla mente le parole di san Carlo Borromeo, il quale, nell’aprile del 1584, a pochi mesi dalla morte, parlando ai suoi sacerdoti riconosceva in loro i veri animatori del popolo cristiano: “Hi sunt condimentum omnium horum populorum, patres huius plebis, duces et magistri harum animarum, spirituales medici, in militia hac Christi Domini imperatores, soles, sales tantarum gentium” (Sancti Caroli Borromaei Orationes XII, Romae 1963, p. 98). Delle molte cose che in un incontro come questo si vorrebbero dire, questa è certo la prima e la più urgente: abbiate cura dei vostri sacerdoti; aprite il cuore ai loro problemi; adoperatevi in ogni modo per venire incontro alle loro necessità: soprattutto preoccupatevi della loro formazione spirituale, del loro costante aggiornamento culturale, del loro opportuno inserimento pastorale nei diversi settori dell’attività diocesana. Non dimenticatelo: la qualità di una diocesi dipende dalla qualità del suo clero e nella qualità del clero si rispecchia la ricchezza spirituale del suo vescovo.

4. Ho appreso con compiacimento, venerati fratelli, che, in preparazione alla visita “ad limina”, avete esaminato gli aspetti caratteristici della situazione regionale e ne avete dedotto l’importanza rilevante che assumono oggigiorno, nell’ambito della struttura e della programmazione pastorale delle diocesi, la parrocchia e la sua azione educativa, in special modo quella che viene attuata mediante gli Oratori giovanili. Avete così constatato che l’importanza della parrocchia anziché tendere a diminuire va notevolmente crescendo e perciò la considerate una “linea” che richiede particolare cura. Il vostro impegno si sintonizza pienamente con gli orientamenti che emergono dal magistero universale della Chiesa.

È noto infatti il rilievo che il nuovo Codice di diritto canonico, traendo la sua ispirazione dal Concilio Vaticano II (cf. Christus Dominus, 32; Ecclesiae Sanctae, I, 21), attribuisce alla parrocchia, vedendo in essa una “determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una Chiesa particolare e la cui cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del vescovo diocesano, a un parroco quale suo proprio pastore” (Codex Iuris Canonici, can. 515 § 1). La nuova formulazione mette chiaramente in evidenza la qualità di “soggetto” che è propria della parrocchia, di soggetto attivo nell’azione pastorale. Ciò corrisponde alla realtà e molto opportunamente la nuova legislazione della Chiesa ne prende atto, dando con ciò stesso una precisa indicazione per l’impegno futuro.

È la parrocchia, infatti, che, pur nelle variazioni comportate dalla sua storia ultramillenaria, rende vivo e operante il mistero della Chiesa e della sua missione di annuncio di Cristo e di formazione del cristiano nel vissuto quotidiano, sotto la guida del proprio pastore “mandato” dal vescovo e in costante comunione con lui. La Chiesa, che nello Spirito genera continuamente figli di Dio (sant’Ambrogio) e ha la missione di renderli “adulti” nella fede operante nella carità, si fa particolarmente visibile nella parrocchia, quale vera madre di tutti, qualunque sia il sesso, l’età, la condizione sociale economica culturale, non escludendo nessuno, anzi cercando con ogni sforzo di raggiungere anche chi da essa è lontano.

Nella parrocchia la Chiesa mostra veramente la maternità a tutti rivolta, senza criteri esclusivi di elitarietà, e impegnandosi ad essere educatrice convinta e fiduciosa di cristiani sempre più aperti allo Spirito: avviene così che la parrocchia nella sua missione esercita un influsso primario nel suscitare nella Chiesa forme di quella “santità popolare” che è uno dei tesori più pregevoli delle nostre popolazioni cristiane.

Questa funzione educatrice della parrocchia si manifesta in sommo grado quando essa riunisce i fedeli, specialmente nel giorno del Signore, per l’ascolto della parola di Dio e per la celebrazione dell’Eucaristia, impegnando poi gli stessi fedeli a portare nella vita il frutto dell’Eucaristia soprattutto nell’adempimento del comandamento dell’amore fraterno, con particolare attenzione per i piccoli e per gli umili.

5. Se varie sono le componenti che numericamente costituiscono la parrocchia, molteplici sono pure i doni che lo Spirito Santo incessantemente vi distribuisce e le iniziative che vi suscita, secondo la grazia che è data a ciascuno. Così si può dire che, oltre a essere porzione del gregge, la parrocchia è pure “humus” primordiale, dove lo Spirito agisce per far crescere la “messe”, per edificare in continuità l’“edificio”, per condurre il “corpo” alla pienezza dell’età adulta.

L’unità degli spiriti nella fede e la concordia degli animi nella carità, chiedono di farsi quotidianamente visibili nella parrocchia come risposta alle quotidiane “provocazioni” emergenti dall’ambiente. Evasioni o alibi, a un tale livello di concretezza, non si potrebbero mascherare. La parrocchia è luogo di verità. I vari problemi che assillano oggi la Chiesa - come la famiglia e la vita, il consumismo e la secolarizzazione, le associazioni e i movimenti, l’impegno nella cultura e nella vita pubblica - passano fondamentalmente per questo crocevia. Di qui la sua importanza.

In particolare, data la natura capillare propria della parrocchia e l’efficacia concreta nel tessuto umano che essa ancora possiede, è soprattutto su di essa che occorre poggiare per far fronte all’azione demolitrice con cui da diverse parti si insidia quella cellula essenziale di ogni civile convivenza che è la famiglia. Al riguardo, desidero dire una parola di apprezzamento per lo zelo di tanti pastori i quali stanno compiendo uno sforzo ammirevole in questo settore per preparare i giovani a formarsi una famiglia nella luce dei valori cristiani e a difenderla, una volta formata, dalle influenze negative dell’ambiente.

6. La riflessione però non può arrestarsi qui. Le nuove situazioni sociologiche e gli stimoli stessi derivanti dal Concilio Vaticano II, se da una parte continuano a indicare l’insostituibilità della parrocchia nella sua missione ed efficacia formativa, dall’altra mostrano pure la sua non totale autosufficienza in tale impegno. Le nuove situazioni esigono forme nuove di collaborazione e di integrazione a livello interparrocchiale o super-parrocchiale. Tali forme - nei decanati, o vicariati, secondo la diversa denominazione - sono, del resto, previste dallo stesso Codice di diritto canonico. Importante è però che esse non si riducano a pure strutture, ma giungano ad essere articolazioni vive ed efficaci, senza peraltro nulla detrarre al valore insostituibile della parrocchia.

7. Non si deve, inoltre, misconoscere il diritto di esistenza e di azione nella Chiesa che compete ad associazioni, gruppi, movimenti, vera ricchezza suscitata dallo Spirito, il quale soffia dove e come vuole. Questi, nella fedeltà al proprio carisma e nella semplicità del vero spirito evangelico, possono dare alla parrocchia un utile contributo di vitalità in quella unità di spirito che è frutto della carità, secondo le linee pastorali dettate dal vescovo, che è nella sua Chiesa il fondamento e principio visibile di unità.

Consegue da ciò l’esigenza di promuovere, sostenere, incrementare le varie aggregazioni, in primo luogo quelle che partecipano direttamente alla missione ecclesiale, e le varie associazioni o movimenti di apostolato, la cui fioritura arricchisce il tessuto pastorale. “Tutte le associazioni di apostolato - dichiara il Concilio - devono essere giustamente stimate; quelle poi, che la gerarchia secondo le necessità dei tempi e dei luoghi ha lodato o raccomandato o ha deciso di istituire come più urgenti, devono essere prese in somma considerazione dai sacerdoti, dai religiosi e dai laici e promosse secondo la maniera a ciascuno propria” (Apostolicam Actuositatem, 21).

In questo settore, che presenta risvolti delicati, le chiare direttive dei vescovi devono aiutare a discernere e a valorizzare la specificità di ogni singola aggregazione e ad armonizzare l’attività di tutte con le finalità comuni agli operai del Vangelo. Come bisogna non estinguere lo Spirito, così è necessario favorire l’unione dei cuori e delle energie. In particolare, sembra oggi urgente orientare e stimolare il dialogo reciproco: un dialogo sereno e costruttivo, solidamente radicato in quella carità, che, come avverte san Paolo, è il più alto e, in un certo senso, l’unico carisma.

8. A sostegno della missione formativa propria della parrocchia, le diocesi lombarde posseggono un’istituzione peculiare, caratteristica e comune a tutte, per la formazione delle giovani generazioni: sono gli Oratori: L’Oratorio, si può dire, in numerosi casi è ancora il punto dove la quasi totalità dei ragazzi di una parrocchia passa, non senza riportarne almeno qualche valore cristiano, anche se poi non pochi prendono altre strade.

Come altre istituzioni, anche l’Oratorio ha attraversato un periodo critico agli inizi degli anni ‘70. Ma la forza di una lunga tradizione, i fatti convalidati da tante testimonianze, e un più equanime giudizio nel valutare ciò che il passato ha consegnato al presente, hanno aiutato a superare la crisi. Occorre potenziare questo movimento di ripresa, pur con lo sforzo di adattare alle esigenze dei tempi nuovi ciò che di autentico e valido c’è nella realtà “oratoriana”.

La formula oratoriana è frutto del genio di grandi anime, come san Carlo Borromeo, san Filippo Neri, san Giovanni Bosco e altri santi amici della gioventù, i quali si sono ispirati alla predilezione del divin Maestro per i fanciulli e i giovani. Sul loro tracciato si sono inseriti da un’epoca all’altra, con opportuni adattamenti di metodo, nuovi apostoli, sacerdoti e laici.

In uno dei numerosi interventi in tema oratoriano, Papa Paolo VI delineò una specie di paradigma, che conserva la sua indole programmatica. “L’Oratorio è l’espressione dell’amore della Chiesa, organizzata in comunità parrocchiali o in istituzioni educative, per i suoi figli più giovani e più degni e più bisognosi d’affetto e di pedagogico interessamento, opera indispensabile; l’Oratorio è l’istituzione complementare della famiglia e della scuola; l’Oratorio è una palestra di vita, dove la preghiera, l’istruzione religiosa e parascolastica, il gioco, la ricreazione, l’amicizia, il senso della disciplina e del bene comune, la letizia e il vigore morale si fondono insieme per fare del giovane un cristiano forte e cosciente, un cittadino solido e leale, un uomo buono e moderno” (Insegnamenti di Paolo VI [1968] 933-934).

L’intera azione educativa della parrocchia passa attraverso la pastorale giovanile. È qui che si lavora per la vitalità dell’oggi e la continuità nel domani. Immerso nelle schiere giovanili, il sacerdote rivive a ogni età la freschezza delle sue primizie presbiterali, mentre personifica più visibilmente agli occhi della comunità l’ideale del sacerdozio cattolico. L’apostolato giovanile è lo strumento idoneo a una seminagione capace di espandersi in fecondità, che favorisce la purezza del cuore e l’onestà del costume; che alimenta le vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita di speciale consacrazione; che sostiene le vocazioni alla santità dell’amore coniugale, del matrimonio e della famiglia, per le vocazioni alle varie forme di apostolato.

Auspico pertanto che la formula oratoriana continui a svilupparsi, grazie alla simpatia, all’amore, al sostegno con cui il clero e il popolo lombardo custodiscono questo patrimonio vivo e prezioso,

9. Venerati confratelli! Nell’esprimere il mio cordiale apprezzamento ai vostri carissimi sacerdoti diocesani e religiosi, in special modo ai parroci, vostri insostituibili e zelanti collaboratori, imploro per voi e per tutti i vostri fedeli l’intercessione di “Maria nascente” a cui è dedicato il Duomo di Milano. L’effigie della “Madonnina”, svettante nel cielo come lucente stella della costellazione dei santuari mariani sparsi nella regione, sia il simbolo della vigile assistenza della Vergine santa alle genti dell’amata terra di Lombardia.

E riservi le primizie delle sue grazie a voi, carissimi confratelli, nella vostra missione di maestri della fede, di santificatori e guide del popolo di Dio. Con la mia affettuosa benedizione.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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