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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL CORPO DIPLOMATICO
ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE*

Sabato, 11 gennaio 1986

 

Eccellenze,
signore,
signori.

1. Il vostro decano, sua eccellenza il signor Joseph Amichia, si è fatto interprete dei vostri sentimenti deferenti e dei vostri auguri all’inizio del nuovo anno. E lo ha fatto con il tono caloroso, la libertà di spirito, la precisione e la profondità che noi gli riconosciamo e che apprezziamo. Io lo ringrazio vivamente di questo indirizzo che fa onore al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: al di là di un omaggio generoso alla chiesa e di un’attenta osservazione dei problemi che sorgono nel mondo, esso costituisce una testimonianza di ciò che voi potete percepire dell’azione della Santa Sede o delle sue intenzioni.

Sono lieto di salutare ciascun ambasciatore qui presente, prima di incontrarli personalmente alla fine di questa udienza. Auguro un particolare benvenuto a coloro che si trovano per la prima volta in questa assemblea, avendo assunto il loro incarico nel corso di quest’anno. Alcuni paesi hanno inaugurato o inaugureranno fra breve la loro prima missione diplomatica presso la Santa Sede: Santa-Lucia, il Nepal, lo Zimbabwe, il Liechtenstein.

Saluto cordialmente le consorti dei capi missione, così come i membri delle ambasciate e le loro famiglie. E invio i miei auguri a ognuno dei paesi che voi rappresentate.

2. La pace! L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha scelto questo tema per questo anno 1986. La Santa Sede se ne rallegra ed è pronta a dare il suo contributo. Essa si augura che alla scelta di questo tema non seguano soltanto discussioni teoriche, o slogan lanciati qua e là. Ma spera che l’umanità progredisca veramente - a livello dei governanti, delle molteplici istanze responsabili, dell’opinione pubblica dei popoli, e direi soprattutto delle coscienze - nel desiderio di pace, nelle iniziative concrete di pace e, più profondamente, in una cultura della pace, in un’educazione alla pace.

Oggi, prendendo come testimoni i rappresentanti qualificati di tante nazioni del mondo, vorrei incentrare la mia riflessione sulla necessità di allargare l’orizzonte della nostra ricerca della pace. Desidero incoraggiare i popoli ad aprirsi ai problemi degli altri, a prendere maggiore coscienza della loro interdipendenza e a vegliare su una solidarietà senza frontiere. Dicevo nel messaggio per la giornata della pace di questo 1° gennaio: “Tutte le nazioni del mondo possono realizzare pienamente i loro connessi destini solo se, insieme, perseguono la pace come valore universale”.

Sì, la promozione della pace, di una pace giusta e durevole, comporta esigenze di universalità almeno nei tre punti che orienteranno l’andamento di questa allocuzione. I veri uomini di pace considerano che la pace debba essere ricercata per tutti e per ciascuno dei membri dell’unica famiglia umana, e non vogliono rassegnarsi ai conflitti locali. Ancor più, la pace richiede la coscienza di una responsabilità comune e di una collaborazione solidale sempre più estesa, a livello regionale, continentale, del mondo nel suo insieme, al di là dei blocchi o degli egoismi collettivi. Infine, la pace deve fondarsi dovunque sulla giustizia e il rispetto dei diritti dell’uomo che si impone a tutti.

3. Il carattere globale della pace non vuole dire che si cerca solo di evitare i conflitti generalizzati. Dal 1945, se non ci sono state guerre mondiali, si sono potuti contare più di 130 conflitti locali, che hanno fatto più di 30 milioni di morti o di feriti, hanno causato danni enormi, distrutto alcuni paesi e che, in ogni modo, lasciano conseguenze gravi nelle coscienze, soprattutto delle nuove generazioni. Chi oserebbe rassegnarvisi? La pace, precisamente, riguarda tutti i paesi, tutti i gruppi umani; se la guerra colpisce questa o quella parte della famiglia umana, essa ferisce l’intera famiglia che non può rassegnarsi, con indifferenza, a un massacro fratricida. La famiglia umana è unica. Certo, oggi, con i mezzi di comunicazione sociale, tutti sono informati e possono provare compassione. Ma, al di là di una simpatia lontana, ogni dramma di guerra deve suscitare, unitamente a una preghiera per la pace, il desiderio di prestare assistenza, di proporre buoni uffici per placare la passione, spesso cieca, per dare avvio a soluzioni negoziate e, nel frattempo, la volontà di contribuire a soccorrere le vittime. Questo ruolo spetta principalmente all’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma l’ONU stessa non ha autorità se non attraverso l’adesione e il sostegno attivo dei suoi membri. È qui che si può misurare fino a che punto è necessario che tutti i paesi prendano a cuore la mancanza di pace di cui soffre questo o quel popolo.

4. Mi sia permesso di soffermarmi qui su vari paesi o regioni che vivono oggi conflitti o deplorevoli tensioni, che il vostro decano ha già ricordato altrove.

Noi pensiamo sempre al caro popolo libanese. Nuovi segni e recenti tentativi sottolineano il suo desiderio e la sua volontà di pace. Formulo con voi l’augurio che tale desiderio possa trovare la sua realizzazione senza tardare ancora, con l’apporto di tutti coloro che compongono la società libanese - garantendo l’onore, i diritti e le tradizioni specifiche degli uni e degli altri -, e con l’appoggio leale degli amici del Libano.

Consideriamo anche con tristezza il perdurare dei combattimenti mortali e disastrosi tra Iran e Iraq, sperando sempre che le parti trovino la via ragionevole per una giusta pace.

Riguardo al popolo afgano, ognuno sa in quali condizioni esso viva da sei anni, come del resto le Nazioni Unite lo hanno sottolineato a più riprese. Noi seguiamo con attenzione gli attuali tentativi che mirano a risolvere con giustizia il problema nella sua complessità. Possa questa speranza ancora fragile non essere delusa!

La situazione della Cambogia, che è stata così drammatica, rimane penosa e difficile. La comunità internazionale è a buon diritto preoccupata di promuovere una soluzione che permetta al popolo cambogiano una vera indipendenza degna delle sue tradizioni culturali.

L’Africa del Sud continua a essere afflitta da sanguinosi conflitti razziali e lotte tribali. Il vostro decano ha insistito a ragione su questa calamità. La soluzione del problema dell’apartheid e l’instaurazione di un dialogo concreto tra le autorità di governo e i rappresentanti delle legittime aspirazioni popolari sono i mezzi indispensabili per ristabilire la giustizia e la concordia, eliminando la paura che provoca, oggi, tanti irrigidimenti. Bisogna allo stesso tempo evitare che i conflitti interni siano sfruttati da altri a discapito della giustizia e della pace. La comunità internazionale può e deve esercitare la sua influenza ai diversi livelli con i mezzi garantiti dal diritto, in senso costruttivo.

La situazione in Uganda, malgrado l’accordo siglato tra il governo e i rappresentanti dell’opposizione, è ancora caratterizzata da una profonda insicurezza. Rinnovo con tutto il cuore il mio appello del 22 dicembre scorso per la pace del popolo ugandese.

Il Ciad è ancora lontano dall’aver trovato una soluzione accettabile al problema cruciale dell’unità e dell’indipendenza nazionale. Malgrado i tentativi di mediazione, il perdurare dei conflitti interni, con ingerenze esterne, fa sì che le popolazioni vivano un’interminabile sanguinosa tragedia, mentre l’insufficienza dello sviluppo economico e sociale li mantiene nella miseria.

Chi potrebbe disinteressarsi della sorte delle popolazioni etiopiche per le quali la guerra interna e gli esodi hanno accentuato il dramma fin troppo conosciuto della siccità, della fame e della mancanza di cure?

A tutti questi drammi, si è aggiunto, il giorno di natale, il conflitto tra il Burkina Faso e il Mali, per questioni di confine; non si è verificato senza fare ben presto vittime e gravi danni. Noi vogliamo sperare che il cessate il fuoco concordato si prolunghi e che questi due paesi trovino un terreno di intesa per consacrare le loro energie e le loro scarse risorse al benessere dei loro popoli.

In America centrale, le prospettive di pacificazione rimangono ancora molto incerte. Le parti in conflitto non si sono impegnate - o non intendono impegnarsi - in una opzione effettiva per il dialogo come mezzo atto a determinare la soluzione dei problemi esistenti, sia a causa di una cattiva comprensione delle esigenze che comporta una vera democrazia, sia a ragione dell’intervento delle forze e delle potenze straniere nella realtà di questi paesi.

In alcuni paesi del continente latinoamericano, assistiamo a un crudele aumento della guerriglia, che colpisce indiscriminatamente le istituzioni e le persone. Un tale ricorso alla violenza, come anche la tattica che consiste nel colpire alla cieca per uccidere, per impressionare e per instaurare la paura, meritano la condanna più ferma.

Si potrebbero senza dubbio citare altri esempi di conflitti, di guerriglie, di tensioni. Ricordandoli, non ho voluto evidentemente accentuare gli aspetti oscuri della situazione internazionale né alimentare ulteriori timori, né aggravare il peso delle prove umilianti di paesi che mi sono tutti cari, ma al contrario mostrare la mia sollecitudine per i loro popoli, manifestare comprensione e incoraggiamento per gli sforzi positivi dei loro governi, convinto che esiste dovunque una speranza di pace da cogliere e che ad un certo internazionalismo della violenza e della guerriglia, si deve opporre un internazionalismo di volontà di pace.

Precisamente - e questa è la seconda parte della mia riflessione - la pace è un valore senza frontiere, perché non può essere stabilita in modo giusto e durevole se non in una cooperazione estesa alla regione, al continente, all’insieme delle nazioni.

5. L’estensione della cooperazione non significa che siano trascurabili le diverse iniziative di pace che sono prese da alcune personalità, da alcune istanze, da alcuni governi, né che si debba aspettare un consenso globale di tutte le parti interessate per gettare le basi della pace. Al contrario, la soluzione di situazioni apparentemente inestricabili, di conflitti o di tensioni latenti proviene spesso da iniziative personali coraggiose, audaci, profetiche, che spezzano il ciclo sterile della violenza e dell’odio e che rinnovano realmente la problematica, dando avvio al dialogo e al negoziato in uno spirito di comprensione e rispettano l’onore di ogni parte. Le persone che operano in questo modo meriterebbero di essere chiamate, nel senso evangelico del termine “artefici di pace”. L’originalità della loro azione non nasce da una posizione di forza, ma da una concezione umana realista della pace; essa può essere ispirata dall’amore, come diceva il Mahatma Gandhi.

Tuttavia la pace resterebbe purtroppo fragile e precaria se non fosse ricercata con tutti gli appartenenti della regione, tenendo conto dei diritti e dei doveri di ciascuno; se gli altri popoli della terra non si sentissero interessati e non si preoccupassero di incoraggiare e consolidare questa pace; se grandi potenze continuassero a interferire e anche ad opporsi ad una giusta pace, seguendo i propri interessi.

Così, la pace assume una dimensione universale, non soltanto perché esistono diverse sfere di interdipendenza tra i popoli, sul piano politico ed economico, ma anche in virtù di una considerazione più alta e più vasta dell’uguale dignità e dei destini comuni dei popoli che compongono l’unica famiglia umana. Si comprende difficilmente come la maggior parte delle situazioni di cui abbiamo parlato potranno trovare una giusta soluzione solo nei rapporti bilaterali o con accordi conclusi unicamente tra coloro che sono direttamente interessati dal conflitto. E allora è grande il rischio di giungere a situazioni di stallo o ad ingiustizie. Al contrario, un’intesa più vasta, la mediazione disinteressata o l’accordo di altre potenze possono offrire migliori garanzie.

6. La solidarietà estesa di cui abbiamo parlato prende corpo anche a livello dell’insieme dei paesi che hanno molti punti in comune per vicinanza geografica, l’affinità delle culture, la convergenza degli interessi, la condivisione delle responsabilità riguardo a realtà umane e fisiche di una dimensione più vasta degli stati e delle nazioni. La solidarietà continentale è oggi una tappa necessaria della solidarietà universale.

È questo il caso, tra gli altri, del continente latinoamericano. A Santo Domingo, il 12 ottobre 1984, quando ho inaugurato insieme ai miei fratelli del CELAM la novena di anni di preparazione per il quinto centenario dell’evangelizzazione, ho invitato i paesi interessati a riconoscersi nell’unità di una grande famiglia latinoamericana, libera e prospera, fondata su un comune substrato culturale e religioso. Essi possono infatti poggiare su un dinamismo naturale segnato dal Vangelo per superare insieme le ingiustizie e gli egoismi di alcuni privilegiati, per eliminare la seduzione delle ideologie e rifiutare le vie della violenza, per evitare le rivalità tra le nazioni e le interferenze delle potenze straniere, per progredire nel rispetto dell’identità dei gruppi etnici e nella ricerca del bene di tutti.

Allo stesso modo, come dicevo alle autorità civili del Camerun e ai membri del corpo diplomatico, a Yaoundé, lo scorso 12 agosto, il continente africano deve essere rispettato e aiutato per il raggiungimento di un certo numero di obiettivi comuni ai quali il vostro decano ha dedicato una speciale attenzione: la vera indipendenza, una autonomia economica ben compresa, l’eliminazione delle guerriglie fratricide e il superamento delle rivalità etniche e regionaliste, la lotta contro la siccità e la fame, il rispetto dell’uomo, qualunque sia la sua razza, lo sviluppo dei valori umani e spirituali che sono propri delle nazioni africane.

Ai vescovi europei riuniti in simposio, lo scorso 11 ottobre, ho avuto occasione di riparlare delle radici comuni del loro continente nella fede cristiana, della necessità di dissipare la nebbia che l’Europa ha lasciato estendersi sulle certezze metafisiche o sui riferimenti etici che avevano costituito la sua forza, al fine di continuare a dare al mondo la testimonianza dei valori che costituiscono il meglio della sua eredità. È questo un servizio che richiede una sicura unità, un’effettiva solidarietà, tanto più difficili da realizzare in quanto la storia ha accentuato il carattere particolare di ogni cultura e di ogni tradizione. Non ci si può che rallegrare nel veder progredire questa solidarietà. Nell’Europa occidentale, la comunità economica comprende ormai 12 paesi che, su questo terreno, si impegnano ad aprire le loro frontiere. A Bruxelles, il 20 maggio scorso, nella sede delle istituzioni delle Comunità europee, ho elogiato i fondatori per non essersi rassegnati al frazionamento dell’Europa occidentale. Ma resta la grande frattura che separa i popoli dell’est e dell’ovest. Qualunque siano gli avvenimenti storici, politici o ideologici che l’hanno causata - in gran parte indipendentemente dalla volontà delle popolazioni -, essa rimane “inaccettabile per la coscienza nutrita da ideali umani e cristiani che hanno presieduto alla formazione del continente”, come ho detto ai vescovi europei. Speriamo sempre che la continuazione del processo di Helsinki, che prevede quest’anno un’importante riunione a Vienna, permetterà di sviluppare soprattutto lo spirito di solidarietà reciproca, la comunicazione libera e feconda delle idee e delle persone e la cooperazione tra gli stati. Sul piano delle comunità cristiane, intendiamo conservare e sviluppare i nostri legami fraterni tra oriente e occidente, sulla scia dei santi Benedetto, Cirillo e Metodio.

Il nostro sguardo si estende evidentemente anche al grande continente asiatico, dove la diversità è senza dubbio più accentuata e le situazioni più complesse, poiché si tratta di paesi molto vasti, con antiche tradizioni molto caratteristiche, con alta densità di popolazione. I problemi umani che questi paesi devono risolvere sono ugualmente immensi e la chiesa guarda ai loro sforzi con simpatia. Ho avuto occasione di esprimerlo visitando il Giappone e fermandomi in Thailandia. E mi rallegro di essere ben presto accolto in India. Penso infine al grande mondo dell’Oceania, dove quest’anno visiterò l’Australia e la Nuova Zelanda.

Sì, ogni continente ha i suoi problemi, il suo destino e le sue responsabilità di fronte a se stesso e all’insieme della famiglia umana. La pace mondiale presume che la coesione sia mantenuta da ciascuno di questi livelli, rispettando così la personalità di ogni popolo e la sua partecipazione responsabile. In questo senso, formulo i miei auguri affinché le associazioni politiche regionali o continentali sostengano questo processo di cooperazione e di pace. Penso soprattutto all’Organizzazione degli stati americani (OAS) e all’Organizzazione dell’unità africana (OUA).

7. La frattura di cui ho parlato tra l’est e l’ovest dell’Europa va molto al di là di questo continente. Sul piano dei sistemi politici, economici e ideologici, essa ha segnato profondamente i nostri ultimi quarant’anni e continua a polarizzare l’attenzione sui due blocchi, con le minacce di guerra e la corsa rovinosa e pericolosa verso la crescita abnorme degli armamenti. Una speranza nasce ogniqualvolta la tensione si allenta, il dialogo riprende, la fiducia si manifesta, si decide un processo di disarmo generale, equilibrato e controllato (cf. Ioannis Pauli PP. II Nuntius ad Nationum Unitarum Consociationem, die 14 oct. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 (1985) 984). L’incontro di Ginevra del novembre scorso tra i più alti rappresentanti degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica ha costituito un passo interessante sul cammino obbligato del dialogo. Gli scambi reciproci di auguri agli stessi popoli in questo inizio d’anno portano una certa nota di umanità e di apertura. Ma queste nuove relazioni non porteranno la pace se - al di là dei gesti simbolici - non traducono una reale volontà di disarmo, senza allo stesso tempo continuare a coprire situazioni di ingiustizia. Come ha ben detto il vostro decano, il mondo attende con impazienza i frutti di questi incontri.

In ogni caso, la nostra storia contemporanea non dovrebbe rimanere bloccata sulla polarizzazione est-ovest. Un certo numero di paesi - e a volte di grandi paesi - lo ha dimostrato scegliendo, anche se in misura diversa, e secondo modalità alquanto diverse, la via del non-allineamento. Posizione difficile, che non impedisce opportuni riavvicinamenti e anche accordi, e che non deve trascinare la solidarietà sui problemi umani essenziali, ma che può anche manifestare un modo di servire la pace nella prospettiva di superare l’opposizione dei blocchi.

E soprattutto, come non mi stanco di affermare, i rapporti nord-sud dovrebbero molto preoccupare tutti gli appartenenti alla famiglia umana, siano essi dell’est o dell’ovest. Si tratta qui di far fronte insieme, non più a una concorrenza sfrenata nella corsa agli armamenti, ma ai bisogni essenziali di un’immensa porzione dell’umanità. È questo ciò che intendo quando, nel mio messaggio del 1° gennaio, parlo della pace come di “un valore senza frontiere nord-sud, est-ovest”.

8. Il sottosviluppo è infatti una minaccia sempre crescente per la pace mondiale. È qui che deve manifestarsi sempre più la solidarietà tra tutte le nazioni. Certo, nessun paese è risparmiato oggi da una qualche crisi economica, che porta con sé la piaga sociale della disoccupazione. Ma occorre guardare in faccia i bisogni primari dei paesi che attualmente non possono far fronte ai problemi quotidiani della nutrizione e della salute dei loro figli; è necessario comprendere le loro difficoltà per meglio educare i giovani in vista dell’avvenire, per meglio organizzare le loro strutture economiche e sociali nel rispetto dei valori autentici delle loro tradizioni. Sforzi di cooperazione, bilaterale o multilaterale, si susseguono; istanze internazionali cercano di far progredire i rapporti nord-sud nel quadro dell’UNCTAD o della Convenzione di Lomé, tanto è vero che si manifesta sempre più la necessità di un nuovo ordine economico internazionale in cui l’uomo sia veramente l’unità di misura dell’economia, come auspicavo nell’enciclica Laborem Exercens. Ma le riforme non sono forse troppo lente o troppo timide per ridurre l’abisso socio-economico che si va creando?

A tale proposito, il problema dell’indebitamento globale del terzo mondo e dei rapporti di dipendenza che esso crea, preoccupa tutti gli uomini di buona volontà, come ha opportunamente sottolineato sua eccellenza il signor Amichia. Al di là degli aspetti economici e monetari, è divenuto un problema di cooperazione e di etica economica. Bisogna a ogni costo uscire dalle situazioni inestricabili e dalle pressioni umilianti. Qui, come altrove, la giustizia e l’interesse di ognuno esigono che a livello mondiale la situazione sia esaminata nella sua globalità e in tutte le sue dimensioni (cf. Ioannis Pauli PP. II Nuntius ad Nationum Unitarum Consociationem, die 14 oct. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 (1985) 984).

9. La pace non è solo il frutto di una composizione amichevole, di una negoziazione, di una cooperazione solidale sempre più vasta. Più profondamente ancora, essa è un valore universale, perché deve poggiare ovunque sulla giustizia e il rispetto identico dei diritti dell’uomo che spettano a ciascuno. Le due esigenze vanno di pari passo: “iustitia et pax”. E, come ricordava Pio XII: “Opus iustitiae pax: la pace è il frutto della giustizia”.

Ogni ingiustizia mette la pace in pericolo. Essa è una causa o un fattore potenziale di conflitto. Ciò si verifica all’interno di un paese, quando una “élite” di privilegiati dalla fortuna o dal potere sfrutta gli altri cittadini. E si verifica tra paesi quando, in forme nuove e sottili, ha luogo lo sfruttamento socio-economico di un paese da parte di un altro, e ancora quando un paese impone a un altro il suo sistema politico.

Ma l’uomo non vive di solo pane. È grave attentare alla dignità dell’uomo, ai suoi diritti fondamentali, alla sua libertà di opinione politica, alla sua inalienabile libertà di coscienza, alla sua possibilità di esprimere la propria fede nel rispetto delle altre convinzioni. Gli esodi forzati e massicci delle popolazioni, le limitazioni poste alle possibilità di aiuti disinteressati, le torture, le carcerazioni e le esecuzioni sommarie senza le garanzie della giustizia, le restrizioni arbitrarie imposte per motivi di razzismo o di apartheid, i soprusi e le persecuzioni religiose - anche quelle perpetrate in segreto - sono altrettanti inammissibili attentati agli imperativi etici che si impongono a ogni coscienza per garantire la dignità dell’uomo e assicurare la vera pace tra gli uomini. Simili diritti non devono essere determinati, concessi o limitati da uno stato. Essi trascendono ogni potere. Certo, i diritti della persona umana sono inseparabili dal suo dovere di rispettare gli altrui diritti e di cooperare al bene comune. Ma la violazione dei diritti fondamentali non può mai divenire un mezzo per fini politici. Un regime che soffochi tali diritti non può pretendere di fare opera di pace; una distensione che intendesse coprire tali abusi, non è una vera distensione. È necessario che l’uomo possa essere sicuro dell’uomo, la nazione sicura della nazione (cf. Ioannis Pauli PP. II Homilia ad Missam pro XIX die ad pacem fovendam dicato, die 1 ian. 1986: vide supra, p. 8). Vi è oggi nel mondo una folla di detenuti unicamente per motivi di coscienza. È auspicabile che un documento giuridico internazionale delle Nazioni Unite ponga rimedio e simili abusi.

10. Tra gli ostacoli alla pace che ho appena ricordato, ve n’è uno al quale il nostro attuale mondo è dolorosamente sensibilizzato e che genera un clima di insicurezza: il terrorismo all’interno dei paesi e il terrorismo internazionale. Ci troviamo di fronte a temibili organizzazioni di persone che non esitano a uccidere un gran numero di innocenti e ciò spesso in paesi che sono estranei, non implicati nei loro problemi, per seminare il panico e attirare l’attenzione sulla loro causa. La nostra riprovazione non può essere che assoluta e unanime. Altrettanto bisogna dire di quei procedimenti barbari di sequestro di ostaggi con l’esercizio del ricatto. Si tratta di crimini contro l’umanità. Certo, esistono situazioni di fatto alle quali da troppo tempo si nega una giusta soluzione; vi sono dunque sentimenti di frustrazione, di odio e tentazioni di vendetta cui dobbiamo prestare molta attenzione. Ma la razionalità - o meglio il comportamento passionale - viene completamente deviato quando si utilizzano strumenti di ingiustizia e il massacro di innocenti per perorare una causa; quando, per di più, ad essi ci si prepara e ci si addestra con sangue freddo e con la complicità di certi movimenti e il sostegno di alcuni poteri dello stato. L’ONU non potrebbe tollerare che stati membri si affranchino dai principi e dalle regole contenute nella sua Carta accettando di compromettersi con il terrorismo. Il comandamento “non uccidere” è in primo luogo un principio fondamentale, immutabile, della religione: coloro che onorano Dio devono essere in prima fila tra quelli che lottano contro ogni forma di terrorismo, come formulavo nella preghiera che chiudeva il mio discorso ai giovani musulmani a Casablanca: “O Dio, non permettere che invocando il tuo nome, arriviamo a giustificare i disordini umani” (Cf. Eiusdem Allocutio ad iuvenes religionis islamicae in urbe Casablanca habita, die 19 aug. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 1985, 507).

Le rappresaglie che colpiscono anch’esse indistintamente degli innocenti e che prolungano la spirale della violenza, meritano allo stesso modo la nostra riprovazione; esse rappresentano soluzioni illusorie e impediscono di isolare moralmente i terroristi. Il terrorismo sporadico che suscita a giusto titolo l’orrore nelle coscienze oneste (cf. Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad orationem Angelus habita, die 29 dec. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 1985 1634), non dovrebbe far dimenticare un’altra forma di terrorismo sistematico, quasi istituzionalizzato, che poggia su tutto un sistema di polizia segreta e annienta la libertà e i diritti elementari di milioni di persone “colpevoli” di non allineare il loro pensiero all’ideologia dominante, e generalmente incapaci di attirare l’attenzione e il sostegno dell’opinione pubblica internazionale.

Il dialogo e il negoziato sono in ultima analisi l’arma dei forti, come ricordava il vostro decano. Inoltre, portando avanti un’azione concertata e decisa per mettere il terrorismo al bando dell’umanità, occorre attraverso il negoziato cercare, prima che sia troppo tardi, di far scomparire, per quanto possibile, ciò che impedisce di rendere giustizia alle legittime aspirazioni dei popoli. In particolare, non è forse qui il nodo dell’ingiustizia che deve essere sciolto per arrivare a una soluzione giusta ed equa di tutta la questione medio-orientale? Si continuano a costruire ipotesi di negoziato, ma non si giunge mai al punto decisivo di riconoscere veramente i diritti di tutti i popoli interessati.

Rivolgendo il mio messaggio alle Nazioni Unite, il 14 ottobre scorso affermavo: “La vostra organizzazione è, per la sua natura e per la sua vocazione, il forum mondiale in cui i problemi devono essere esaminati alla luce della verità e della giustizia, rinunciando ai gretti egoismi e alle minacce di ricorso alla forza”. Signori ambasciatori, le vostre nobili missioni, convergono verso questo obiettivo: malgrado il carattere generalmente bilaterale delle relazioni che è vostro compito intrattenere, esse vi richiedono la stessa apertura all’universale, alla verità e alla giustizia.

11. Nel concludere questo discorso sulle esigenze universali della pace, ho forse bisogno di precisare ulteriormente il contributo che la chiesa vuole dare alla pace adempiendo alla sua missione specifica, alla sua missione spirituale? Questa avvalora gli imperativi etici dei quali abbiamo parlato, che garantiscono al massimo grado l’adempimento dei compiti umanitari e politici. Voi siete qui, presso la Santa Sede, per seguire costantemente il suo discorso e le sue iniziative. Certo, nella storia, il contributo di taluni cristiani, di talune “nazioni cristiane” alla pace non è sempre stato all’altezza del messaggio del quale essi erano portatori. La visione universale è stata talvolta limitata dagli interessi e dagli egoismi particolari. Ma il messaggio cristiano presentato dalla chiesa non ha cessato di portare una luce e una forza per fondare una giusta pace.

Consentitemi di ricordare alcuni documenti dottrinali che costituiscono pietre miliari fondamentali sul cammino della pace. Nel corso degli ultimi decenni, la chiesa, forte della propria esperienza e animata dalla sua sollecitudine per l’uomo, ha dato un insegnamento che è una vera “pedagogia della pace”. Dopo i grandi messaggi di Pio XII che apriva, in un mondo devastato dalla guerra, le prospettive di una solida edificazione della pace, Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in Terris (indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà) fondava la coesistenza pacifica degli uomini sul posto centrale occupato dall’uomo nell’ordine voluto da Dio, vale a dire sulla sua dignità di persona. I diritti e i doveri della persona corrispondono ai diritti e ai doveri della comunità (Ioannis XXIII Pacem in Terris, V).

“A tutti gli uomini di buona volontà - scriveva Giovanni XXIII - incombe un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale”.

Paolo VI, in particolare nell’enciclica Populorum Progressio, sviluppò l’analisi già iniziata dal suo predecessore sui disordini che regnano nel mondo perché sono violate la verità, la giustizia, l’amore e la libertà. Egli attirò l’attenzione su quelle situazioni che, impedendo o facendo arenare la promozione integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dei popoli, mantengono l’umanità in uno stato di divisione e di conflitto. Paolo VI ha presentato lo sviluppo delle persone e dei popoli come “il nuovo nome della pace” (Pauli VI Populorum Progressio, 87).

Nella stessa prospettiva, il concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et Spes affermava (n. 78): “La pace non è la semplice assenza della guerra né può ridursi al solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione” . . .; essa è “opera della giustizia” e, in quanto tale, “non è stata mai stabilmente raggiunta, ma è da costruirsi continuamente” (Gaudium et Spes, 78).

Da parte mia, nell’enciclica Redemptor Hominis, ho posto in risalto la grandezza, la dignità, il valore che sono propri alla persona umana. L’uomo è “la via della chiesa, via della quotidiana sua vita ed esperienza, della sua missione e fatica”. È per questo che la chiesa è attenta alla “situazione dell’uomo” e a tutto ciò che si oppone allo sforzo tendente a rendere “la vita umana sempre più umana” (cf. Ioannis Pauli PP. II Redemptor Hominis, 14; Pauli IV Populorum Progressio, 21).

12. E, nella pratica, la chiesa - vale a dire la Santa Sede e le chiese locali in comunione con essa - si impegna di buon grado per incoraggiare tutti i veri dialoghi di pace, tutte le forme di sincero negoziato, di leale cooperazione. Essa vuole operare per far cessare le passioni che accecano, per superare le frontiere, per dissolvere gli odi, per riavvicinare gli uomini; per soccorrerli e portare loro la speranza, nel cuore stesso delle loro prove nei conflitti che essa non può impedire. Affidando di recente al cardinale Etchegaray la missione di visitare i prigionieri iracheni in Iran, quindi i prigionieri iraniani in Iraq, ho voluto a nome di tutta la chiesa, esprimere questa sollecitudine per le vittime della guerra. Ho voluto inoltre testimoniare che la Santa Sede non abbandona mai la speranza che si trovi una soluzione politica che inauguri finalmente un’era di pace. La chiesa vuole altresì continuare a prestare la sua voce ai poveri, agli emarginati che fanno le spese delle guerre, alle vittime della tortura, agli esiliati.

Al di sopra di tutto, essa vuole educare le coscienze all’apertura agli altri, al rispetto dell’altro, a una tolleranza che va di pari passo con la ricerca della verità, alla solidarietà (cf. Eiusdem Allocutio ad iuvenes religionis islamicae in urbe Casablanca habita, die 19 aug. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 1985 499-500). Essa sa del resto che la radice del male, del ripiegamento su se stessi, dell’irrigidimento, della violenza, dell’odio risiede nel cuore dell’uomo; per guarirlo, essa propone i rimedi salvifici di Cristo.

In questo anno in cui, ce lo auguriamo, tutti i popoli dedicheranno la loro attenzione e i loro sforzi al tema della pace scelto dall’ONU, la chiesa ha da proporre un contributo particolare. Essa vuole invitare gli uomini, i suoi figli cattolici, ma anche tutti i cristiani e tutti i credenti che lo vorranno, a un grande movimento di preghiera per la pace. Questa solidarietà nella preghiera all’Altissimo che implica una supplica fiduciosa, sacrificio e impegno della coscienza, sarà di grande efficacia per ottenere da Dio il dono inestimabile della pace.

13. Eccellenze, signore e signori, vi ringrazio dell’attenzione e della benevolenza che dedicate e dedicherete all’opera di pace della Santa Sede. Vi garantisco l’attenzione e la benevolenza della Santa Sede per tutti gli sforzi di pace dei vostri governi.

Tutti ci auguriamo che ovunque imperversano ancora guerra, guerriglia e minacce o situazioni di ingiustizia si dia finalmente inizio a processi di pace, a beneficio delle popolazioni interessate. Vorremmo che una solida speranza sia data alle popolazioni umiliate, a quelle che vivono nella propria terra e a quelle che sono private o cacciate dalla loro terra. E auspichiamo che sfocino nel modo migliore - con le necessarie garanzie - i tentavi di pace che vanno delineandosi in diversi punti della terra all’alba del nuovo anno.

Ma è anche a ciascuno di voi, alle vostre famiglie che porgo i miei auguri di pace. Li ho già presentati al Signore nella preghiera. Imploro le sue benedizioni, la sua protezione su ciascuno di voi. pace sulla terra agli uomini che Dio ama, agli uomini di buona volontà!


*Insegnamenti IX, 1 pp. 77-90.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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