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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO*

Sede della Nunziatura di Bogotà (Colombia) - Mercoledì, 2 luglio 1986

 

Eccellenze, signore, signori.

1. È motivo di grande gioia poter avere questo incontro nella sede della Nunziatura apostolica con un gruppo così qualificato di persone quale il Corpo Diplomatico accreditato presso il Governo della Colombia. Anzitutto desidero rivolgervi il mio più deferente saluto, che attraverso di voi estendo ai governi e ai popoli che rappresentate.

La Santa Sede in diverse circostanze ha dimostrato l’alta stima per il compito svolto dai rappresentanti diplomatici, specialmente quando esso viene messo al servizio della grande causa della pace, dell’avvicinamento e della collaborazione fra i popoli e di fruttuosi scambi per il progresso della comunità internazionale.

2. Siamo uniti dalla stessa preoccupazione che ci spinge a lavorare insieme: il bene dell’umanità e il futuro di ogni popolo, specialmente di quelli che si impegnano per il riconoscimento e il rispetto della propria dignità. È una preoccupazione che vi chiama ad essere artefici di comprensione fra le nazioni, a favorire la sicurezza internazionale, la pace e la concordia fra tutti gli uomini.

Le società umane, nazionali e internazionali saranno giudicate proprio nel campo della pace, nel contributo dato allo sviluppo dell’uomo e al rispetto dei suoi diritti fondamentali. Se tutte le società devono cercare e garantire il diritto di ogni individuo a un’esistenza degna, tale diritto non può essere disgiunto dall’altra fondamentale esigenza, che potremo chiamare il diritto alla pace e alla sicurezza. In effetti tutto l’essere umano aspira a quella pace che gli consenta la piena realizzazione personale, al riparo da ogni forma di violenza che possa venire da azioni terroristiche e che conduce alla destabilizzazione sociale e perfino ai conflitti armati.

Si devono pertanto ricercare instancabilmente tutti i mezzi che possono condurre alla pace. Nel mio viaggio in Irlanda ho affermato, e qui lo ripeto che “la violenza è un male, la violenza è inaccettabile come soluzione ai problemi, la violenza non è degna dell’uomo” (Drogheda, 29 settembre 1979, n. 8). Anche qui, come allora, voglio essere instancabile messaggero di un ideale che escluda la violenza, di un ideale di pace fondato sulla fraternità che ha in Dio la sua origine.

In questa prospettiva sento il dovere di ribadire, allo stesso tempo, che una pace autentica deve avere le proprie radici ben fondate nella dignità dell’uomo e dei suoi diritti inalienabili. Non può esistere vera pace se non esiste un impegno serio e risoluto nell’applicazione della giustizia sociale. Infatti, la giustizia e la pace non si possono dissociare: una pace che non tenesse conto della giustizia sarebbe solo un surrogato.

3. Lavorare per la pace significa, pertanto, impegnarsi nella promozione della giustizia e nella difesa e tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, nel rispetto reciproco, nell’amore fraterno. Permettete al Papa, pellegrino della pace sui sentieri della Colombia, di dirvi con cuore sincero: non temete di impegnarvi personalmente a favore della pace con gesti di pace, ciascuno nel proprio ambito e nella propria sfera di responsabilità. Date vita a imprese nuove e audaci che siano manifestazioni di rispetto, di fraternità e di giustizia. In questo modo impegnerete tutte le vostre capacità personali e professionali al servizio della grande causa della pace. E vi assicuro che nel cammino della pace incontrerete sempre Dio che vi accompagna.

4. L’uomo affermerà se stesso mediante questa via e non con l’ambizione di potere, illusorio e fragile. L’uomo ha anche il diritto a che lo Stato, responsabile del bene comune, lo educhi nella pratica dei mezzi per la pace. La Chiesa ha sempre insegnato che “il dovere fondamentale del potere è la sollecitudine per il bene comune della società . . . Proprio nel nome di queste premesse attinenti all’ordine etico oggettivo, i diritti del potere non possono essere intesi in altro modo che in base al rispetto dei diritti oggettivi e inviolabili dell’uomo. Senza questo si arriva allo sfacelo della società, all’opposizione dei cittadini all’autorità, oppure a una situazione di oppressione, di intimidazione, di violenza, di terrorismo, di cui ci hanno fornito numerosi esempi i totalitarismi del nostro secolo” (Redemptor Hominis, 17).

5. Tutto ciò, insieme a un’equa distribuzione dei frutti del progresso, mi sembra che costituisca la condizione per una crescita e uno sviluppo più armonioso di questa terra, che con tanta gioia visito in questi giorni, e dell’America Latina. Che il Signore voglia sostenere gli sforzi dei responsabili, sia sul piano nazionale che internazionale, perché la Colombia e tutte le Nazioni di questo grande continente possano svolgere il compito che spetta loro nell’ambito della grande famiglia latinoamericana e della comunità internazionale.

Signore e signori: rinnovo il mio profondo compiacimento per aver avuto la possibilità di salutarvi e di esprimervi alcune inquietudini che porto nel mio cuore. Insieme ai miei migliori auguri per le alte funzioni che svolgete, chiedo all’Onnipotente che vi benedica con i suoi doni, insieme alle vostre famiglie e collaboratori.


*L'Osservatore Romano 4.7.1986 p.5.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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