Giovedì, 26 giugno 1986
Cari fratelli e sorelle!
1. Esprimo il mio cordiale benvenuto qui in Vaticano a tutti voi, giunti a
Roma da ogni parte del mondo per celebrare il grande giubileo della “Rinascita
della Lettonia in Cristo”. Saluto, anzitutto, quali guide del vostro gruppo
l’arcivescovo Arnold Lusis, della Chiesa luterana, e mons. Casimiro Rucs,
rappresentante dei Lettoni cattolici all’estero. Sono presente, con lo spirito,
anche nelle altre parti del mondo, dove i vostri compatrioti celebrano questo
giubileo; in Lettonia, anzitutto, e in tutti gli altri luoghi della diaspora.
Noi siamo qui riuniti in una semplice, ma significativa cornice di preghiera
ecumenica; noi ci rivolgiamo cioè a Dio, fonte di unità e di vita. Gli rendiamo
anzitutto grazie per quell’evento fondamentale nella storia del vostro popolo
che è l’ottavo centenario della consacrazione episcopale di Meinardo. In esso la
prima evangelizzazione della Lettonia trova la sua più significativa espressione
e al suo nome rimane legata in maniera determinante.
Là dove la parola di Dio - sia pure in mezzo a ostacoli di ogni genere -
penetra nella profondità della coscienza di un popolo, e da questa è accolta,
determina per sempre la consapevolezza che questo popolo ha di se stesso e della
sua storia. Nell’ascolto della parola di Dio il popolo riconosce la sua vera
identità; è cioè consapevole della sua scelta dall’eternità da parte di Dio e
riconosce di essere da lui amato in Cristo al presente e per l’avvenire.
Il ricordo dell’inizio della fede cristiana nel vostro popolo è anzitutto la
memoria di questa novità assoluta; e ciò apre da sé una via verso una comunione
che non ammette confini. San Paolo era consapevole di questa buona nuova, che
espresse in una maniera incomparabile nella Lettera ai Galati (Gal 3, 27-28):
“Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.
Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né
donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.
2. L’identità che la fede in Cristo porta con sé come dono si incarna sempre
in una peculiare cultura e risplende nell’intimo di essa; le parole della lingua
umana divengono strumento di un dialogo con Dio che in Cristo ha avuto inizio e
al quale tutti sono chiamati a partecipare.
Io ho avuto più volte l’occasione di affermare questa connessione,
riferendomi anche alle mie personali esperienze. L’uomo può sentire e
comprendere le parole che sono determinanti per la sua vita solo nel contesto
della cultura del suo popolo particolare. L’intimo legame con questa cultura
significa affidamento al mistero della propria umanità insieme con la ferma
volontà di rimanere fedele a questo mistero: questo è, altresì, un comportamento
che onora e nobilita gli uomini. Perciò io esprimo l’augurio che la vostra
lingua e la vostra cultura siano accettate e incrementate ulteriormente sia
nelle famiglie che nelle scuole e che, anche grazie a ciò, venga salvaguardata
la vita religiosa nelle numerose parrocchie all’estero che appartengono alle
comunità lettoni.
3. La storia cristiana della Lettonia, a motivo delle sue origini, è legata
profondamente alla storia della Chiesa occidentale e quindi anche con gli
avvenimenti che hanno formato la Chiesa occidentale: sappiamo quanto la Riforma
abbia profondamente influenzato la Lettonia.
La cerimonia ecumenica di oggi è un incontro di cuori che manifesta il fatto
che una nuova comprensione è andata maturando nel corso degli anni, sotto la
guida dello Spirito Santo. I figli e le figlie del vescovo Meinardo accolgono
con gioia l’unità ricevuta nel Battesimo e che ha sigillato l’accettazione della
fede dei loro antenati, una fede che si rinnova a ogni generazione. E nel dono
di questa unità, oggi, insieme alla Chiesa tutta, essi vedono la promessa e il
pegno di quella pienezza di comunione che Dio desidera per i propri discepoli.
Le nuove relazioni ecumeniche che si stanno creando tra i cristiani e che, passo
dopo passo e in sintonia col dinamismo naturale della comunione, tendono alla
tanto auspicata pienezza, aprono la strada a forme di collaborazione sempre
nuove. Oggi, tuttavia, il mio pensiero si rivolge innanzitutto alla
preoccupazione che tutti noi condividiamo: che il nome di Cristo non venga
cancellato dai cuori delle nuove generazioni, che in tutto il mondo sono
minacciate da ideologie atee e atteggiamenti materialistici. La vostra storia vi
ha collegati strettamente al destino e alle speranze della cristianità
occidentale; ma la posizione geografica stessa della Lettonia, confinante come è
con Paesi che hanno avvertito l’influenza della cristianità orientale, non
suggerisce forse una vocazione ecumenica particolare, donata dallo Spirito
Santo, a promuovere l’unione dell’Est cristiano e dell’Ovest cristiano?
4. Uno dei tratti caratteristici della vostra cultura è un ricco patrimonio
di canti popolari, i daina, nei quali l’anima del vostro popolo ha trovato
un’espressione musicale che avvolge tutta la vita in un inno di lode: “Ovunque
sono, canto, perché questo piace a Dio”, come dicono le parole di uno di questi
daina.
Il canto piace effettivamente a Dio, dato che nel canto la vocazione umana a
rendere lode trova la sua espressione. L’autentico canto, nella gioia o nel
dolore, è sempre vicino alla preghiera. E in particolare nei momenti critici
della vita si ha bisogno di sentire la musica che scaturisce dalle profondità
dello spirito umano e porta pace e armonia.
Affido a Maria, Stella del Mare, lei che “semper suam custodit Livoniam”,
l’ardente desiderio sia vostro che mio, che questo canto colmo di fede non cessi
mai nella terra della Lettonia.