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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI BRASILIANI DELLE PROVINCE ECCLESIASTICHE
DI RIO DE JANEIRO E DI NITERÓI
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 1° marzo 1986

 

Signor cardinale, cari fratelli nell’episcopato,

1. In questo incontro collegiale, momento culminante della vostra visita “ad limina Apostolorum”, vi porgo, con profonda gioia, il mio più cordiale saluto. Come l’Apostolo, rendo grazie a Dio, per mezzo di Gesù Cristo, riguardo a voi, arcivescovi e vescovi della zona Leste 1 (Est 1) della CNBB che comprende le Province ecclesiastiche di Rio de Janeiro e di Niterói, stato molto bello del vostro Paese-continente. In questa azione di grazie è viva la mia fraterna riconoscenza per la semplice e povera testimonianza di zelo e di dedizione con la quale cercate di essere attenti al gregge che il Signore vi ha affidato, inserendovi nella vita del vostro popolo e partecipando ai problemi in esso presenti.

Nel rivolgervi la parola è mia intenzione “confermarvi” nel vostro incarico, approfittando di questa occasione privilegiata “per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune” (cf. Rm 1, 8. 11 ss.). In noi si perpetua il corpo apostolico, in virtù della consacrazione sacramentale e della comunione gerarchica: la collegialità che stiamo vivendo e celebrando in quest’ora sotto il segno del rispetto, dell’aiuto e dell’amore reciproci e fraterni. Cristo ci illumina con la sua parola, indicandoci nell’unità della carità, la quintessenza della condizione di discepoli.

2. La vostra presenza - il cui significato è stato così eloquentemente espresso dal signor cardinale Eugenio de Araújo Sales - suscita nuovamente nel mio animo quell’insieme di sentimenti, vissuti durante la mia visita in Brasile quando ebbi l’occasione di incontrare il vostro popolo e soprattutto quello della “Città meravigliosa” di Rio de Janeiro. Dalle numerose e gradite immagini, ancora vive nella mia memoria, dell’indimenticabile visita pastorale di quasi sei anni fa, affiora oggi quella della luce solare e dei suoi numerosi riflessi.

Oggi ricordo soprattutto la luce che il Monte del Corcovado irradiava quella mattina, come se essa si diffondesse dalla statua ivi innalzata alla “vita”, come “luce per gli uomini” e “splendore nelle tenebre”: Cristo Redentore. Essa attenuava i contrasti e gli uomini della città apparivano meno differenziati, come accomunati nella stessa umanità. Contemporaneamente, però, la luce, già filtrata attraverso i boschi circostanti, a fatica, illuminava il Vidigal, proiettando solo ombra sugli uomini delle favelas: ombra che immobilizza ed emargina chi la vive, come se ciascuno partecipasse di un’umanità profondamente differente.

Corcovado e Vidigal, luce e ombra, assunti come simboli, sembrano riflettere la situazione umana, sociale e religiosa della vostra vasta zona pastorale, ove la natura, prodiga nell’elargire bellezze, sospinge spontaneamente alla glorificazione del Creatore, come il salmista (Sal 104 [103], 2; Sal 148), o come il “Poverello” di Assisi del “Cantico delle creature”.

3. È in questo quadro che colloco il vostro lavoro quotidiano di vescovi. So che siete impegnati a cercare il cammino che gradualmente dissipi le “ombre” e che dissipi, in particolare, l’abisso che separa i “troppo ricchi” poco numerosi, dalle moltitudini dei poveri che vivono nella miseria”; so che desiderate anche voi, come san Paolo, di condividere con tutti “non solo il Vangelo, ma la vita stessa” (cf. 1 Ts 2, 8); so che ove allignano cattivi sentimenti, vi impegnate a creare “cuori puri” che dicano con tutta la forza possibile no all’indifferenza, al disinteresse, a tutte le forme di disonore, e sì alla solidarietà, alla fraternità e all’amore, perché “Dio è amore” (1 Gv 4, 16) (cf. Ioannis Pauli PP. II Allocutio in loco vulgo Favela do Vidigal in urbe Flumine Ianuarii habita, die 2 iul. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 24 ss.).

Allo stesso tempo - lo dicono le vostre relazioni - vi vedo pastori impegnati a cercare i modi più appropriati affinché ciascuno, “ovunque sia, in casa, sul posto di lavoro o di incontro, sui mezzi pubblici, per strada, in ospedale, in carcere . . .”, ascolti l’invito del Papa, riuscendo insieme agli altri e in tutta verità, a pregare come Cristo ci ha insegnato: “Padre nostro . . . venga il tuo regno” (cf. Eiusdem Allocutio in loco vulgo Corcovado in urbe Flumine Ianuarii habita, 3, die 2 iul. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 53).

L’intenzione del pastore del gregge del Signore può essere solo questa: sollecitare la venuta del regno di Dio, aiutando i fedeli a vivere e operare in comunione di carità, come in una vera famiglia. Per questo sono necessari e indispensabili i mezzi di accesso ai doni di Cristo, istituiti per la Chiesa e per il mondo: professione di fede, vita sacramentale e liturgica, partecipazione effettiva alla vita comunitaria, sotto l’orientamento dei legittimi pastori, affinché risplenda in tutte le comunità locali, radunate dalla preghiera evangelica, il corpo dell’intera fraternità, strettamente unito per mezzo della carne e del sangue del Signore (cf. Lumen Gentium, 26). Ma è necessario che i pastori stessi vengano illuminati da chiare idee sul regno di Dio.

4. Queste idee, alla base delle allocuzioni che ho diretto ai gruppi di fratelli vescovi brasiliani che vi hanno preceduto, rappresentano le fondamenta della nostra missione di vescovi, costituiti padri della Chiesa, per elargire i misteri divini, maestri e pastori, con l’autorità ricevuta da Dio. Sappiamo bene, amati fratelli, che la continuità di Cristo che assicuriamo non è qualcosa di puramente storico. Nella persona dei vescovi . . . è lo stesso Signore Gesù Cristo, sommo pontefice, che continua ad essere presente in mezzo ai fedeli (cf. Lumen Gentium, 21).

Nel diffondere abbondantemente e in molteplici aspetti la pienezza della santità di Cristo, pregando e lavorando, dobbiamo aiutare con l’esempio stesso coloro che noi guidiamo e dobbiamo essere sempre coscienti del fatto che “lo Spirito Santo che unisce nella comunione e nel mistero e arricchisce con diversi doni gerarchici e carismatici la Chiesa, attraverso i tempi, è Cristo stesso che dà vita alle istituzioni ecclesiastiche, divenendo la loro stessa anima (Ad Gentes, 4). Vi è quindi un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati (cf. Ef 4, 4).

Come pastori, guardiani della comunione di fede e di carità nella Chiesa, ci viene chiesto di saper ricercare, incrementare e coordinare nel miglior modo possibile i diversi ministeri e carismi, con i quali il Signore vuole arricchire il suo popolo.

5. Il recente Sinodo dei vescovi nel parlare della maggior coscienza della Chiesa, della sua missione al servizio dei poveri, degli oppressi e degli emarginati, dopo il Concilio, ha sottolineato, in termini di dovere per la stessa Chiesa, la funzione di “denunciare in modo profetico ogni forma di miseria e di oppressione”, difendendo e incentivando ovunque i diritti fondamentali e inalienabili della persona umana (cf. Synodi Episcoporum Extraordinariae 1985 Relatio finalis, II, D, 6). Ciò, ovviamente, senza mai prescindere dagli intoccabili - mi sia concessa l’espressione - “diritti” di Dio.

Quando si parla di denuncia profetica, è necessario definire esattamente il significato che assume il termine “profetica” nel contesto del Nuovo Testamento e come partecipazione alla funzione profetica di Cristo oggi; inoltre è necessario guardare la situazione che porta a fare la “denuncia”, considerando l’insieme dei doni e dei carismi dello Spirito Santo, nell’attuale economia della grazia. Possiamo allora dire che esistono movimenti di rinnovamento e di riforma nella Chiesa - e a volte fuori di essa - che dipendono da persone e da atteggiamenti profetici alla ricerca del rafforzamento della speranza con la possibilità di condurre l’umanità verso un nuovo avvenire.

Per superare il limite di semplice definizione, la “denuncia profetica” ha bisogno di verificare le debite condizioni, contenute - come ben sappiamo - nella rivelazione divina e nella tradizione, già delineate nelle conclusioni della Conferenza di Puebla (Puebla, 377 ss.). Tra di esse mi limito a menzionare le seguenti: la conformità alla fede e l’accettazione del dono del discernimento all’interno della comunità, con la prontezza di sottomettersi al giudizio della comunità stessa. Solo chi non vuole verificare le debite condizioni nel fare una “denuncia profetica”, cerca di evitare questo giudizio - si legge nel Pastore di Erma -, indica le sue arti solo nell’angolino dei cristiani fiacchi e vacillanti (cf. Hermas, mand. 11, 2 ss: Funk, 505).

6. In tutta la pastorale sociale e nell’azione dei laici nella società, è necessario intendere e rispettare integralmente la missione salvifica della Chiesa in rapporto al mondo, come pure evidenziava il Sinodo dei vescovi, e svolgere questa attività sempre nella prospettiva della Chiesa stessa. Come Madre e Maestra, essa esorta i suoi figli a saper giudicare e chiarire le situazioni, i sistemi, le ideologie e la vita politica . . . a partire dal Vangelo, letto alla luce del suo insegnamento sociale. Ciò vuol dire che i cristiani devono poggiare sulla dottrina e sull’insegnamento sociale della Chiesa dove si manifesta “ciò che essa possiede come peculiarità: una visione globale dell’uomo e dell’umanità” (Pauli VI Populorum Progressio, 13).

In altre parole, il lavoro pastorale e l’impegno cristiano nel campo sociale devono apparire come decorrenza della fede, e non come frutto di ideologie. Né il Vangelo né l’insegnamento sociale della Chiesa che da esso proviene sono ideologie; al contrario, esse rappresentano una “poderosa fonte di problematiche”. Allo stesso tempo, l’originalità sempre nuova del messaggio evangelico ha bisogno di essere permanentemente difesa dai tentativi di ideologizzazione (cf. Puebla, 539). La pastorale e l’azione sociale potranno assorbire il fermento del Vangelo, purificare ed ordinare le realtà temporali, ponendole al servizio della realizzazione del regno di Dio, solo quando vi sarà una chiara coscienza della motivazione della fede, dalla quale nasce l’impegno apostolico globale.

Su questa comune piattaforma è necessario che tutti parlino la stessa “lingua”, appresa nella fedeltà a Cristo e nell’obbedienza al Vangelo, senza riduzioni né estrapolazioni, che vi sia una sola “luce” per la lettura dei “segni dei tempi”, in “clima” di serena e genuina carità. Allora saranno tutti in grado di comprendere e di ricevere il messaggio di riconciliazione e di amore, che la Chiesa in Brasile vuole vivere e proclamare.

7. Vorrei a questo punto rivolgere una parola d’affetto ai vostri sacerdoti, ai vostri presbiteri, ai vostri cari padri. Vorrei possedere l’autorevole santità esortativa in Ignazio di Antiochia, per innalzare il messaggio sempre attuale del glorioso martire “conservatevi uniti, per mezzo della grazia, nell’unica fede in Gesù Cristo, Figlio allo stesso tempo di Dio e dell’uomo, per obbedire, in armonia di sentimenti, al vescovo e al presbiterio, dividendo lo stesso pane, mezzo di immortalità che fa vivere in eterno in Gesù Cristo” (S. Ignatii Antiocheni Ad Ephesios: PG 5, 644 ss.).

Dividere uno stesso pane, alla mensa del Signore, è segno e fonte dell’unità nella carità (cf. Mt 5, 23). Il Concilio ricordava che ogni legittima celebrazione dell’Eucaristia è diretta dal vescovo, sottolineando quanto segue: “Nessuna comunità cristiana si edifica senza avere la sua radice e il suo centro nell’Eucaristia, a partire dalla quale, quindi, deve cominciare l’educazione allo spirito comunitario” (Presbyterorum Ordinis, 6).

So che avete ottimi sacerdoti, vero “dono di Dio alla comunità”. Aiutiamoci a “contemplare questo aspetto della vita da lui donata; a vivere con disponibilità e maturità l’equilibrio dei santi tra le numerose sollecitazioni del ministero, a testimoniare sempre la propria specificità di “scelti tra gli uomini e costituiti per il bene degli uomini, nelle cose che riguardano Dio” (Eb 5, 1).

8. Vorrei oggi, continuando nella prospettiva del servizio del Regno, ricordare con la dovuta incisività, un’altra componente ecclesiale, costituita dalle persone consacrate: religiosi e religiose e membri degli istituti secolari. Non è di troppo affermare nuovamente in questa occasione la gratitudine che tutti portiamo al contributo delle famiglie religiose alla vitalità della Chiesa in Brasile. Anche gli istituti secolari più recenti offrono, in vari modi, un valido contributo. E storia illustre e attualità consolatrice.

È su questa linea che desidero menzionare in particolar modo - e allo stesso tempo invito - coloro che si consacrano al servizio esclusivo del Regno nelle forme della vita contemplativa, testimoniando l’assoluto di Dio nella preghiera, nel silenzio e nella recondita immolazione: sono “onore della Chiesa e fonte di grazie celesti” per essa stessa e per il mondo.

Ci auspichiamo tutti che, in un paese così grande come il Brasile, segnato dal dinamismo di una Nazione giovane e dei giovani, e perciò così bisognosa della luce della speranza, con la sua dimensione escatologica, venga intensificata la vita contemplativa e vengano moltiplicate le oasi di pace che risveglino e aiutino tutti coloro che spiritualmente vagano per i deserti, tormentati dalla sete di Dio.

Accanto agli ordini contemplativi ve ne sono altri che vivono la loro dedizione “all’amore del regno dei cieli”, adorando Dio e compiendo, allo stesso tempo, le varie attività secondo i carismi dei loro Istituti: ministero sacerdotale, pastorale, insegnamento, assistenza e servizio ai fratelli in numerosi aspetti. È nostro compito, come vescovi, sostenere, promuovere e coordinare queste forze vive, nell’insieme della missione della Chiesa. Le vostre attività sono, di fatto, inseparabili da questa missione evangelizzatrice e santificatrice.

9. Il tempo non ci permette di conversare in questa sede sulla natura della vita consacrata e sul suo ruolo ecclesiale così chiaramente espresso dal Concilio Vaticano II. L’ultimo Sinodo dei vescovi non ha cessato di evidenziare questo ruolo delle persone consacrate nel loro più indicato ambiente: “oggigiorno abbiamo estremo bisogno di santi; è una grazia che dobbiamo continuamente impetrare a Dio”. E prosegue: “gli istituti di vita consacrata, mediante la professione dei consigli evangelici, devono essere coscienti della loro speciale missione nella Chiesa di oggi; e noi dobbiamo incoraggiarli in questa missione” (Synodi Episcoporum Extraordinariae 1985 Relatio finalis, II, A, 4).

È ovvio che le peculiari attività di ciascuna comunità di persone consacrate, secondo il carisma dell’Istituto, arricchiscono la vita delle Chiese locali. Tale arricchimento supponendo il rispetto ai principi e alle norme che regolano i rapporti reciproci tra il vescovo e le persone consacrate dipende molto anche dalla comprensione cordiale, dall’unità sincera e dalla semplice disponibilità, affinché si possa lavorare insieme, in modo organico e programmato, per il maggior bene e per l’efficace servizio al Regno.

È necessario quindi che, da entrambe le parti, vi siano generosità e attenzione allo Spirito che non cesserà di illuminare e sostenere la complementarietà del Corpo mistico di Cristo. È per lui che, tutto il corpo, riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio” (Col 2, 19; cf. Ef 4, 16).

Praticamente per tale realizzazione esistono direttive chiare nel noto documento “Mutuae Relationes”. Ho potuto comprendere, attraverso i nostri colloqui, che vi state impegnando a mettere in pratica tali mutui rapporti; e mi resta quindi solo da incoraggiarvi a proseguire nel difendere la vita consacrata, promuovere la fedeltà dei consacrati e aiutare costoro a inserirsi, secondo le loro proprie peculiarità, nella comunione e nell’azione evangelizzatrice delle loro Chiese particolari.

Per concludere, desidero assicurarvi che siete ben presenti nel mio affetto in Cristo e nella mia preghiera, nella molteplicità dei vostri compiti; come è pure presente il vostro popolo tutto. Le vostre gioie e le vostre tristezze, le vostre speranze e le vostre preoccupazioni, sono anche le mie nel Signore.

Vi raccomando alla protezione materna di Maria santissima con le comunità ecclesiali che presiedete, in cui la Vergine, Madre della Chiesa e Madre della nostra fiducia, è molto venerata e invocata, con i suoi più significativi e invocativi titoli - Immacolata Concezione, Vergine della Pietà, Madre Addolorata, Madonna delle Grazie, della Consolazione, del Rosario, della Speranza, della Gloria, senza dimenticare, naturalmente, l’appellativo di “Nossa Senhora Aparecida”. Che questa devozione mariana continui in mezzo al popolo dei fedeli nella sua funzione ritempratrice della fede in Cristo e modellatrice della sua vita cristiana secondo l’esempio dell’umile “serva del Signore”!

Sia pegno della mia comunione con voi e con le vostre comunità diocesane la mia affettuosa benedizione apostolica.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 
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