Martedì, 4 marzo 1986
Carissimi fratelli.
1. Non è la prima volta che lo dico, ma voglio ripeterlo anche oggi: questo
nostro incontro ha per me un’importanza fondamentale. Il cardinale ha detto poco
fa che il Papa, andando anche negli altri continenti, si presenta sempre come
“Vescovo di Roma”. Non si può essere Papa senza essere Vescovo di Roma: questa è
una verità dogmatica, ecclesiologica e allora se sono Vescovo di Roma essendo
Papa, sono piuttosto Papa essendo Vescovo di Roma. Si capisce dunque perché la
riunione del presbiterio di Roma, una riunione di carattere pastorale, ha per me
un’importanza fondamentale.
2. Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno preso la parola nel corso di
questa riunione, di questo dibattito. Il cardinale ha sottolineato all’inizio
che si è cambiato lo stile di questi incontri quaresimali con il clero di Roma.
Grazie a Dio. È vero che il Papa deve insegnare la fede, deve essere maestro
della fede come tutti gli altri vescovi. Ma voi sapete bene che per insegnare si
deve imparare, per parlare si deve ascoltare.
Questo momento allora, della riunione quaresimale pastorale del clero di Roma
è molto prezioso per me, per la mia missione di Pastore, di Vescovo, di Vescovo
di Roma che deve portare il suo insegnamento a tutta la Chiesa e in primo luogo
alla Chiesa di Roma. Vi ringrazio per questa possibilità che mi date di
ascoltare, di essere testimone di un dibattito, di un’analisi. La caratteristica
di questo incontro è quella di essere un incontro di riflessione comunitaria.
Tutti vogliamo riflettere su questa medesima realtà che è la Chiesa di Roma e
tutti vogliamo portare il nostro contributo a questa analisi. La missione
apostolica, il lavoro pastorale ha bisogno di analisi simili a quella che
abbiamo fatto oggi.
3. Il momento in cui viviamo, l’inizio della Quaresima 1986, è profondamente
segnato da vari avvenimenti ecclesiali dello scorso 1985. E questi sono stati
avvenimenti pieni di contenuto, pieni di importanza pastorale. Vorrei citare in
primo luogo il Simposio dei vescovi europei. Anche in quella sede si è fatta
un’analisi che poteva sembrare pessimistica, giacché si è parlato tanto della
secolarizzazione dei Paesi europei. Però è stata fatta anche una proposta
veramente positiva, coraggiosa, apostolica: si è detto che l’Europa ha bisogno
di una nuova evangelizzazione, e questa è una delle parole chiave.
Poi si è svolto un altro avvenimento di dimensione universale, il Sinodo
straordinario. Sappiamo bene quali erano le attese, le previsioni: tutto è stato
superato dalla realtà del Sinodo. E il Sinodo ci ha detto che questa nuova
evangelizzazione in qualsiasi continente, in qualsiasi diocesi, deve basarsi sul
magistero del Vaticano II. Il Vaticano II ci ha dato il contenuto di questa
nuova evangelizzazione, conforme alle aspettative, ai bisogni dei nostri tempi.
Una seconda, possiamo dire, parola chiave. Ma io ne aggiungerei ancora una
terza. Questa anticipa i due avvenimenti precedenti: penso all’assemblea della
Chiesa italiana a Loreto. Direi che quell’assemblea, che ha anticipato sia il
Simposio dei vescovi europei sia il Sinodo straordinario dei vescovi, ha
proceduto nella stessa direzione spiegando cosa dovrebbe significare la nuova
evangelizzazione, basata sugli orientamenti e sui contenuti del Vaticano II, per
l’Italia; Roma è in Italia; Roma deve partecipare alle pianificazioni, ai
programmi pastorali di tutta l’Italia, abbiamo anche sentito che naturalmente la
Chiesa di Roma accetta il piano pastorale della CEI, dell’episcopato Italiano.
Con questo riferimento l’assemblea di Loreto è stata molto importante per
tracciare il cammino futuro del nostro apostolato.
4. In tale contesto la tematica prevista per la nostra riunione odierna è
molto giusta, perché si è voluto parlare, e si è parlato, della parrocchia
romana aperta verso le nuove generazioni e specialmente verso quelli che, in
questa nuova generazione, sembrano più lontani. Una tematica pastorale, dunque,
diocesana, parrocchiale, una tematica missionaria. Ascoltando i diversi
interventi ho potuto vedere come veramente i sacerdoti di Roma qui presenti sono
impegnati in questa tematica e partecipano alle stesse preoccupazioni, alle
stesse esperienze, o almeno ad esperienze simili e anche alle stesse speranze.
La situazione emersa da questa analisi forse non è nuova. Lo sappiamo tutti,
lo sappiamo grazie alle esperienze delle diverse parrocchie. Si parla delle
nuove generazioni e si aggiunge subito “soprattutto dei lontani”. All’inizio il
cardinale vicario ha detto che c’è una fascia, soprattutto nell’età giovanile, e
anche tra gli anziani, che sembra meno presente dappertutto. Allora si deve
parlare piuttosto di “allontanamento”. Occorre pensarci, anzi dobbiamo
preoccuparci di questo.
Questa fascia coincide con gli anni 18, 35, 40. Si tratta di un’età molto
importante perché le persone sono molto più attive, almeno nel senso familiare,
perché diventano sposi, genitori; ma anche nel senso pubblico, sociale perché
giungono ad esercitare una professione, una funzione sociale nella città e nella
società. Questa preoccupazione è giusta, dobbiamo averla, io la condivido.
D’altra parte questa preoccupazione non deve scoraggiarci, come diceva molto
giustamente alla fine il cardinale Poletti, non deve scoraggiarci.
5. Dobbiamo forse fare una rapida analisi di cosa vuol dire “lontani”, cosa
sia questo “allontanamento”. Parlando con diversi parroci e viceparroci che mi
fanno visita prima che io vada nelle loro parrocchie, molte volte chiedo quali
sono i rapporti che voi avete con i vostri parrocchiani. Veramente il tipo di
rapporto diciamo liturgico, soprattutto quello che si riferisce alla presenza
alla Messa domenicale, è piuttosto insufficiente. Ma d’altra parte tutti i
sacerdoti di Roma mi dicono che quando visitano le case sono ben accolti
dappertutto, con poche eccezioni. Allora penso che: questi lontani sono
solamente persone che non praticano la vita sacramentale, la vita eucaristica;
ma nello stesso tempo non sono persone che hanno rotto con la Chiesa. Io penso
che quelli che rompono totalmente con la Chiesa sono certamente meno di quelli
che non frequentano regolarmente la Chiesa. Ciò non vuol dire che questi non
siano lontani; sono diventati lontani.
È stato interessante quanto ha detto don Vincenzo Paglia nella sua analisi
dei gruppi giovanili nelle parrocchie, a riguardo del numero dei giovani di
Roma. Si ripete la stessa percentuale. Si può dire così che l’allontanamento
comincia già nella fascia precedente a quella dei 18 anni. È un aspetto delle
riflessioni fatte in conclusione.
6. Ma c’è un altro aspetto. Cosa dobbiamo fare? Naturalmente si è parlato
nella prospettiva pastorale, per capire cosa dobbiamo fare. Io penso che
seguendo questa analisi non si può fare altro che quello che facciamo. Voglio
dire che si deve fare tutto il possibile per quella fascia che precede i 18
anni. Quanto più avremo fatto con i giovani prima di tale età critica, nel senso
soprattutto qualitativo, ma anche in quello quantitativo, tanto più potremo
guardare con speranza fondata anche al periodo posteriore, al periodo critico.
Penso che la conclusione pastorale sia abbastanza ovvia, evidente.
Certamente, però, si tratta di una conclusione tratta rapidamente, dopo aver
seguito il dibattito. Voi avete molte occasioni in più di incontrarvi, e di
proseguire nelle vostre analisi e di tirare conclusioni pastorali ancora più
adeguate, più pratiche, più concrete nelle diverse dimensioni: quelle della
diocesi, di tutta la città, dei diversi settori della diocesi, con i vescovi
responsabili, poi nelle dimensioni delle prefetture e infine delle parrocchie.
7. Una parola che si deve aggiungere in questo momento: per fare un lavoro
più efficace con la fascia più giovane, e poi naturalmente con quella
successiva, ci vogliono chiaramente più agenti pastorali, più sacerdoti o più
apostoli laici. Di qui naturalmente l’idea che i giovani devono evangelizzare i
giovani; è molto giusto quel che ha detto una volta il famoso padre Cardjn, poi
cardinale, che cioè i giovani operai devono essere i primi apostoli dei giovani
operai. Questo è sempre valido. Ma con tutto ciò, sebbene possiamo cambiare
proporzionalmente le cifre globali, rimane sempre una preoccupazione.
Da dove ci viene la consolazione? Possiamo dire che Gesù ha previsto questa
situazione o queste situazioni della Chiesa futura quando ha parlato del piccolo
gregge; e Cristo ci ha incoraggiato soprattutto parlando con grande realismo;
non ha mai mancato di parlare delle difficoltà, anche delle persecuzioni; non
consentiva agli apostoli di avere troppo facili consolazioni. Ricordiamo quando
sono tornati dicendo: “Ecco quali successi abbiamo avuto, anche i demoni ci sono
sottomessi . . .”. Ma non bisogna preoccuparsi di questo, ci sono altri criteri
importanti.
8. La conclusione che mi sembra dobbiamo trarre oltre a quella già tratta, è
questa: dobbiamo essere fedeli alla nostra vocazione e alla nostra missione.
Fedeli ad ogni costo, come diceva san Paolo: “opportune et importune”, fedeli ad
ogni costo, in ogni situazione. Questa espressione di Gesù e poi di san Paolo,
ci indica la strada che dobbiamo seguire dentro di noi per non lasciarci
scoraggiare, per essere sicuri dell’esito. In queste ultime settimane ho letto
un’intervista di un vescovo che io conosco da anni, non qui in Italia, lo
conosco e lo stimo molto. In questa intervista il giornalista ha posto al
vescovo questa questione: “Ma vede, eccellenza, è vero che alcuni si convertono
adesso che si identificano più profondamente con la Chiesa, ma sembra che la
maggioranza rimane fuori da questo processo”. E lui, che è anche molto
coraggioso, ha risposto così: “Dobbiamo avere pazienza. Verrà il momento in cui
anche loro troveranno la strada”.
Avere pazienza. La pazienza può sembrare una virtù passiva: non è così. San
Tommaso lo sapeva molto bene perché ha insegnato che questa pazienza è una parte
integrante della virtù della fortezza. Essere paziente vuol dire essere
coraggioso; essere coraggioso vuol dire essere paziente. Allora dobbiamo avere
questa pazienza coraggiosa e questo coraggio paziente davanti ai fenomeni che
molte volte ci preoccupano, e fare il nostro possibile, cercare come fare di più
e meglio, come portare avanti questa nostra parrocchia, questa nostra Chiesa di
Roma. Questo è il fine ultimo anche di questa nostra adunanza. Ma poi, tornando
alla pratica, dobbiamo soprattutto mantenere questo coraggio paziente e questa
pazienza coraggiosa. E così cercare di realizzare quello che si può fare, quello
che si può ascoltare e quello su cui si può riflettere anche in questa nostra
assemblea, nella riunione della nostra comunità sacerdotale della diocesi di
Roma.
9. Ho detto all’inizio che si tratta di una rappresentanza, ma è una
rappresentanza folta, solida e molto qualificata, che rappresenta qui anche
quelli che non sono presenti. Vorrei ringraziare non solo tutti i presenti, ma
tutti i miei collaboratori nel presbiterio di Roma, in tutte le diverse
parrocchie e nei diversi compiti, nei diversi uffici. Sono sempre profondamente
legato a voi, così come ci è stato insegnato a noi vescovi sul come essere
legati ai nostri sacerdoti e sul come devono essere legati i sacerdoti al loro
vescovo.
Ringrazio anche i miei più stretti collaboratori, i vescovi, il Consiglio
episcopale, il cardinale vicario, mons. vicegerente e tutti i vescovi ausiliari
di Roma che ci aiutano continuamente nel portare avanti questa Chiesa di Roma
nella nuova evangelizzazione, quella che è dovuta ai nostri tempi, che
costituisce per noi una sfida continua. Grazie a Dio che possiamo vivere con
questa sfida.
Vorrei concludere ripetendo quello che ci ha detto durante gli esercizi
spirituali in Vaticano il nostro predicatore, Don Viganò, rettore maggiore dei
Salesiani. Ci ha detto: “Dobbiamo ringraziare il Signore che possiamo vivere in
questa difficile epoca e che possiamo prendere parte a quella nuova
evangelizzazione che si è aperta con il Concilio Vaticano II”. Io consegno le
stesse parole del nostro predicatore a voi tutti, carissimi miei fratelli;
dobbiamo essere veramente molto grati, molto riconoscenti a Dio, alla santissima
Trinità, specialmente al buon pastore, all’unico buon pastore, Gesù Cristo,
perché ci dà questa possibilità di partecipare a una nuova evangelizzazione,
portando avanti la causa del regno di Dio in queste non sempre facili, anzi
piuttosto difficili, circostanze.