Giovedì, 13 marzo 1986
Signori
cardinali, signori arcivescovi e vescovi.
La Chiesa,
nostra Madre, possiede, come qualcosa di connaturato, il segreto di unire
armoniosamente la solennità alla semplicità, la serietà alla giovialità,
l’austerità all’informalità. Essa compie ciò in modo ammirevole nella sua
liturgia; da qui scaturisce la bellezza delle sue celebrazioni. Essa compie ciò
anche in molte altre manifestazioni della sua vita.
In questa
occasione, per esempio, la Divina Provvidenza ci riunisce per esaminare temi
importanti e preoccupanti della vita della Chiesa in Brasile. Ma desideriamo
fare ciò non attraverso l’istanza canonica e in contesto istituzionale, bensì in
un incontro fraterno, in clima di preghiera e di riflessione, e allo stesso
tempo di carità fraterna, di speranza e di gioia, nell’ascolto reciproco e nel
dialogo.
È con
questo spirito che saluto di cuore tutti voi, signori cardinali, arcivescovi e
vescovi, rappresentanti del numeroso episcopato brasiliano, dandovi il benvenuto
alla casa del Papa che è pure la vostra casa. Vi ringrazio sin d’ora per la
disponibilità con la quale, interrompendo i vostri lavori pastorali
particolarmente impegnativi in questo periodo quaresimale, siete accorsi qui per
il desiderato incontro con me e con alcuni dei miei collaboratori nel
“ministerium Petri”.
Ricevete
anche voi, cardinal segretario di Stato e cardinali prefetti di importanti
Congregazioni e Consigli, l’espressione della mia gratitudine per questa nuova
prova di dedizione verso la Sede apostolica e verso le Chiese particolari.
1. Questo
nostro incontro si realizza a pochi giorni di distanza dall’arrivo dell’ultimo
gruppo di vescovi venuti dal Brasile in visita “ad limina” dalla Zona Leste-2
(Est 2). Altri nove gruppi lo avevano preceduto nel corso dell’intero anno. Per
le Chiese nelle quali sono devoti pastori, per loro stessi e per tutta la Chiesa
in Brasile, è stato - come più volte hanno esplicitamente dichiarato - una forte
e incisiva esperienza ecclesiale. Ringraziando ora, con viva e sincera
cordialità, tutti questi carissimi fratelli e rinnovando a ciascuno la promessa
di rimanere spiritualmente vicino ai loro lavori “propter Evangelium”, chiedo a
Dio che questa esperienza dia nuove energie al loro devoto ministero.
Dilatare
gli spazi della carità.
2.
Parlavamo di esperienza ecclesiale e questo per due rilevanti motivi. Primo:
perché ciascuno di quei pastori è venuto qui non a nome proprio, portatore di
inquietudini o aspirazioni individuali, ma caricando nel cuore e sulle spalle
un’intera Chiesa: quella comunità ecclesiale che un misterioso disegno di Dio ha
affidato all’attenzione di ciascuno di essi. Ecclesiale, in secondo luogo,
perché la “visitatio” è, per definizione, un “kairós”, un tempo favorevole in
cui ciascun vescovo porta la sua Chiesa particolare, con la sua propria
fisionomia e le sue ricchezze spirituali, a incontrarsi e a dialogare con le
altre Chiese particolari, sue sorelle, nella dimensione della Chiesa universale.
Questa visita si rivela, quindi, come tempo e spazio di ecclesialità effettiva:
sono gli stessi vescovi che attraverso coscienti valutazioni inviate da alcuni
gruppi a me e alle Congregazioni competenti confermano che la visita è stata per
loro preziosa perché sempre più si sentono inseriti nella comunione ecclesiale,
nel “dilatare spatia caritatis” e nel comprendere concretamente il dinamismo
vitale che porta dalla Chiesa particolare alla Chiesa universale e dalla
universale alla particolare. Non mi soffermo su questo punto che sarà
sicuramente oggetto di ulteriori considerazioni.
3. Come
conclusione - e degno coronamento - della visita “ad limina”, siamo qui riuniti
in questo incontro romano. Alle origini di esso vi è un desiderio convergente:
desiderio mio, dei dirigenti della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile
e di alcuni vescovi con cui ho avuto l’opportunità di conversare. Esso è,
quindi, frutto di un’iniziativa della Santa Sede sollecitamente accolta e
corresponsabilmente condivisa dai vescovi brasiliani.
L’intenzione che ha suggerito questa convocazione e ha ispirato il suo sviluppo
conferisce all’incontro alcune caratteristiche fondamentali: 1) esso vuole
essere una sintesi, il più possibile ampia e profonda, nella sua necessaria
brevità, degli incontri avuti precedentemente con i gruppi di vescovi e con
ciascun vescovo in particolare. In un certo senso, esso raccoglierà in una
visione d’insieme, i numerosi e diversi aspetti che compongono la Chiesa in
Brasile, e che si sono manifestati con maggiore o minore evidenza nel dialogo
separato con ciascun gruppo; 2) possiamo quindi dire che tale incontro contiene
una revisione della visita “ad limina”? Nel senso di una revisione del suo
funzionamento materiale, sicuramente no. Sarebbe invece un valido servizio alla
Chiesa in Brasile se qui insieme potessimo compiere, e questo sì, una revisione
della fisionomia della Chiesa in Brasile così come questa fisionomia si è andata
delineando nel corso delle visite per zone regionali; 3) non esageriamo se
diciamo che questo stesso incontro realizza una forma particolare e “sui
generis” di collegialità. In effetti, sebbene circoscritto ai limiti (limiti
continentali!) di una nazione, in questo incontro si attua ciò che è essenziale
all’“affectus collegialis”: l’intima comunione sacramentale e gerarchica di una
significativa porzione di collegio episcopale “cum Petro” al fine di esprimere e
concretizzare “sub Petro” la “sollicitudo omnium Ecclesiarum” e il carisma
apostolico e missionario di coloro che “sono stati posti dallo Spirito Santo a
guida della Chiesa di Dio”.
Aggiungo a
ciò un’altra caratteristica che scaturisce dalle anteriori senza per questo
essere di minor importanza: come vero atto di Chiesa, il nostro incontro,
eminentemente fraterno, è da subito e sarà poi imbevuto di affetto e di stima
che il successore di Pietro e con lui la Sede apostolica porta verso i fratelli
vescovi; del desiderio di approfondire la conoscenza di una Chiesa, a differenti
titoli degna di maggior attenzione; dell’anelito di poter offrire a questa
Chiesa tutto l’aiuto possibile affinché compia ancora meglio la sua vocazione e
la sua missione. Senza preconcetti né “animus iudicandi”, l’incontro vuole
essere un grande gesto fraterno e caritatevole, se Dio vuole, per più di una
nazione, per la Chiesa tutta.
4. Dal suo
primo annuncio, è stata fortemente sottolineata la singolarità dell’avvenimento.
Invece di singolarità sarebbe preferibile parlare di novità: la visita “ad
limina” di un episcopato si conclude con un incontro tra i vescovi e il Papa.
Che spetti alla Chiesa in Brasile, con i suoi centodieci milioni di fedeli e i
suoi oltre trecento vescovi, il privilegio della “prima volta” e - perché no? -
quello di aprire la porta e servire da modello ad altre esperienze, non dovrebbe
sorprendere nessuno. Del resto nuovo non significa d’emergenza. E come potrebbe
del resto essere “d’emergenza” un incontro desiderato, programmato e preparato
da vari mesi? Per quanto si riferisce alle intenzioni sappiate, vostre eminenze
ed eccellenze, e sappiate miei collaboratori qui presenti, che l’unica
intenzione è quella di rafforzare ancor più una comunione - quella dei pastori
di un immenso Paese e di una Chiesa per molti aspetti notevole, comunione tra
loro stessi e con il successore di Pietro -, comunione questa che deve essere
base alla comunione dei fedeli tra di loro e con i pastori, affinché tale
comunione ecclesiale sia e appaia come sacramento di comunione di fronte alla
comunità umana.
Invocando,
all’inizio dei nostri lavori, lo Spirito di pace e di unità, di carità e di
verità, a lui vogliamo consegnare il nostro anelito nel costruire, tutti
insieme, la comunione, là ove molti elementi cospirano a danneggiarla e a
eliminarla.
5. Il
presente incontro si rivela, se non proprio necessario, per lo meno opportuno e
utile, se posto sullo sfondo di un avvenimento ecclesiale e di una situazione
storica.
L’avvenimento ecclesiale è il Concilio, recentemente illuminato dall’altro
importante evento che è stato il Sinodo straordinario. Le grandi linee
cristologiche ed ecclesiologiche tracciate vent’anni fa e ora ravvivate - la
Chiesa come mistero di comunione, la missione del pastore nella comunità
ecclesiale, il dinamismo evangelizzatore e missionario della Chiesa, l’urgenza
di trasmettere la fede nella sua purezza e integrità - saranno continuamente
alla radice e al centro di tutte le nostre riflessioni come criterio
illuminatore e come ispirazione. Nell’esprimere gli uni agli altri le nostre
convinzioni sulla nostra vocazione e missione nella Chiesa in Brasile e nella
Chiesa universale, sarà il Vaticano II, come evento di grazia, a farci da guida;
allo stesso tempo, gli insegnamenti del Concilio, come eco della parola di Dio
ai nostri tempi, forniscono elementi di autentico discernimento spirituale e
offrono un principio interiore di unità capace di far convergere punti di vista
spesso discrepanti.
L’altro
sfondo è quello storico di tutto il quasi-Continente latinoamericano e
soprattutto del Brasile e della Chiesa in Brasile. Dal punto di vista
socio-politico-culturale il gigante Brasile si incontra, ancora una volta, di
fronte alle sfide di un crocicchio storico simile a quelli estremamente decisivi
del passato, se non addirittura ancora più decisivo. Riconquista di cammini di
piena democrazia, dovere di affrontare problemi gravi come quello della salute,
dell’abitazione, del lavoro e - forse più fondamentali - quello dell’alfabetizzazione
e dell’istruzione, della terra, del pauperismo, della fame, dell’emarginazione,
contrasti evidenti nei vari livelli sociali del Brasile, necessità della
capacità di riconoscere dietro questi numerosi problemi la crisi morale che,
come in tutto il mondo, è causa ed effetto di questi stessi problemi: questi
sono solo alcuni accenni al momento storico vissuto da una nazione e, più
esattamente, dal popolo che costituisce questa nazione. Di fronte alle sfide qui
appena tracciate i vescovi, come pastori della Chiesa e la Chiesa come un tutt’uno,
deve esercitare un ruolo specifico, che non si identifica né si sostituisce a
quello dei politici, degli economisti, dei sociologi, degli intellettuali o dei
sindacalisti. E il ruolo di chi, per una convinzione profonda, sa che, portando
a compimento il suo compito specificatamente religioso, sta compiendo un vero e
proprio atto umano e quindi sta apportando una efficacissima - sebbene poco
evidente - collaborazione alla soluzione dei problemi umani. Affermare il
contrario è pensare che solamente l’immediata attività socio-politica sia
efficace; è negare che si possa promuovere radicalmente l’uomo quando lo si
aiuti a realizzare se stesso in ciò che egli possiede di più profondo ed
essenziale e, tra le altre cose, nella sua relazione con l’Assoluto di Dio; è
sradicare la Chiesa dalla sua principale missione e identificarla con altre
istanze per un riduzionismo pericoloso e distruttore.
Per
aiutare la Chiesa a compiere la sua missione in questo momento storico, è
necessario nel contesto latinoamericano seguire gli orientamenti offerti dalle
due Conferenze generali dell’episcopato: quella di Medellín, nel 1968, e quella
di Puebla (che ho avuto il privilegio di inaugurare in quella città messicana)
nel 1979. Letti nello spirito con cui furono elaborate, senza violenze
ermeneutiche, senza ampliamenti ideologici, senza distorsioni di qualsiasi
ordine, questi orientamenti indicano il cammino verso la Chiesa nella missione
che gli è propria al servizio di quella porzione di umanità, porzione della
stessa Chiesa, che è il Brasile.
Penso che
i tre giorni di lavoro saranno insufficienti per riflettere, dialogare e
tracciare orientamenti su quanto abbiamo qui ricordato, vista la delicatezza e
il peso delle materie trattate. Faremo tutto quanto ci sarà possibile
nell’esiguità del tempo a nostra disposizione.
6. Non
sarebbe realista supporre che, in mezzo agli intensi dialoghi di questi giorni,
non si imponga a volte l’incandescente questione della “teologia della
liberazione”. Essa non è il tema di queste giornate, ma non sarebbe neppure
realista evitarla. Riforme sociali nella giustizia e nella carità. Poco più di
un anno fa l’Istruzione “Libertatis Nuntius” che, con la mia approvazione, la
Congregazione per la Dottrina della fede ha pubblicato, è venuta a confermare
che può e deve esistere una riflessione teologica sulla liberazione, fondata su
solidi elementi dottrinali appartenenti al più autentico magistero della Chiesa
così come al tesoro della parola di Dio.
La Chiesa
considera come suo dovere proseguire, rendere attuale e approfondire sempre più
tale riflessione, grazie alla quale essa cerca di dare risposta anche ai gravi
problemi relativi alla giustizia sociale, all’equità nei rapporti personali,
razionali e internazionali, alla pace e al disarmo, alla libertà, ai diritti
fondamentali della persona umana, e via dicendo. La stessa Congregazione per la
Dottrina della fede è sul punto di pubblicare un nuovo documento che focalizzi i
principali aspetti della teologia della liberazione intesa nei termini che ho
appena riferito. Purificata dagli elementi che potrebbero alterarla, con gravi
conseguenze per la fede, questa teologia della liberazione, è non solo ortodossa
ma necessaria.
Le mie
preghiere - e sono certo che sono anche le Vostre - sono rivolte a Dio affinché
dalle riflessioni di questi giorni, disinteressate e fraterne, scaturisca una
più viva coscienza degli elementi positivi della legittima “teologia della
liberazione” - questi sono gli elementi forniti dal Vangelo, elaborati con
giudizio dal magistero della Chiesa, costantemente proposti dalla sua dottrina
sociale - e, con essi, una sua definizione dell’identità evangelica ed
ecclesiale.
Sorga
inoltre il proposito di lavorare insieme con decisione e costanza per
promuovere, diffondere, proteggere e difendere questa perfetta identità. Se
viene a prevalere questa identità, senza ambiguità né deformazioni, avremo il
diritto di conservare la speranza che personalmente ho proclamato molte volte
anche durante la mia visita in Brasile: la speranza che in questo paese - e in
tutta l’America Latina - grazie ai principi evangelici e agli insegnamenti del
magistero della Chiesa le ingenti, profonde e necessarie riforme sociali,
avvengano con giustizia e carità, con la desiderata efficacia e senza violenza
la quale, oltre ad essere antievangelica, finisce quasi sempre per generare
quelle stesse ingiustizie che aveva combattuto, se non addirittura maggiori e
più crudeli.
7.
Celebrando l’Eucaristia in questo giovedì della quarta settimana di Quaresima,
abbiamo avuto di fronte agli occhi, nella prima lettura proposta dalla liturgia,
l’impressionante e commovente immagine di Mosè, guida di un popolo attraverso il
deserto, che continua ad intercedere per questo popolo con un clamore che nasce
dalla profonda compassione e che non lascia indifferente lo stesso Dio (Es
32, 7-14). Vescovi brasiliani, voi portate in quest’incontro
sentimenti di amore e di compassione per le comunità che vi sono state affidate
e quelle degli altri fratelli vescovi che voi qui rappresentate.
Con parole
tratte dal Vangelo della Messa di oggi - parole di Gesù, nuovo Mosè che inietta
sostanza nuova e insperata pienezza nella missione dell’antico Mosè - voi dite
con umile fiducia: “le opere che il Padre mi ha dato di compiere, quelle stesse
opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv
5, 36).
Diamo
inizio quindi, fratelli carissimi, ai lavori di questi giorni. Ci incoraggia la
speranza pasquale, quella che il mio insigne predecessore san Leone Magno
proclamava nel sermone letto oggi nel nostro breviario: “Appareant nunc quoque
in civitate sancta, id est in Ecclesia Dei, futurae resurrectionis indicia”.
Voglia Dio che il nostro incontro sia, per la Chiesa in Brasile, un luminoso
indizio di rinnovata vita pasquale.