Sabato, 15 marzo 1986
Signori
cardinali, cari fratelli nell’episcopato.
1.
Concludendo quest’incontro, che per tre giorni ha convogliato le nostre
attenzioni e ha impegnato le nostre energie, continuo a ripetere nel mio cuore
una frase di Teresa del Bambin Gesù (Derniers entretiens) che un grande
prosatore francese ha inserito in una delle sue più grandi opere (Georges
Bernanos, Journal d’un curé de campagne): “Tutto è grazia”. Non esito a
proclamare la mia convinzione personale del fatto che come frutto di molti
sforzi umani, ma soprattutto delle preghiere che noi stessi facciamo e che tanti
hanno fatto per noi, la nostra assemblea è stata una vera grazia di Dio, come
grazia di Dio è stata ciascuna tappa e ciascuna circostanza che l’ha
sottolineata. Grazia lo stare insieme; grazia il clima di preghiera e di carità
culminato nell’Eucaristia che insieme abbiamo celebrato come momento
significativo dell’incontro; grazia le lunghe ore di riflessione e di
conversazione; grazia lo sforzo di sincera revisione, necessaria quando si
vogliano affrontare seriamente problemi e difficoltà, segni di quanto è umano.
2. Di
fronte ad una grazia, l’atteggiamento più adeguato è quello di rendere grazie,
di dire “muito obrigado” (grazie mille). Rendo grazie a Dio che ci ha ispirato
quest’incontro, ci ha assistiti nella sua preparazione e durante questo triduo è
stato presente in mezzo a noi - riuniti nel nome del Figlio suo - e ci ha
aiutati nel cammino.
Grazie
mille a voi, vescovi e pastori della Chiesa del Brasile, la cui presenza ho
vivamente desiderato e sinceramente apprezzato in questi tre giorni. Grazie
mille a coloro che mi sono più vicini, devoti e generosi collaboratori al
particolare servizio che, in obbedienza al disegno di Dio, sono chiamato a
prestare al Corpo di Cristo che è la Chiesa.
Non vi è
necessità perché neghi e nasconda che l’esperienza di quest’incontro è stata per
me - e chiedo a Dio che lo sia stato per tutti voi e per ciascuno di voi - fonte
di conforto e di gioia, nel nostro comune servizio ecclesiale.
3. Mi sia
permesso di sottolineare, negli ultimi passi di questa intensa giornata
pastorale, alcuni tra gli aspetti che sono stati in questi giorni più proficui
di quanto non osassimo immaginare.
Pongo al
primo posto l’inconfondibile amore a Cristo e alla Chiesa che, come non poteva
non accadere, si e manifestato in ogni momento di questo cenacolo ed è stata la
“tonica” di tutto quanto abbiamo realizzato. Differenti gli uni dagli altri in
tanti aspetti della nostra personalità di uomini e pastori, è emerso in questa
sede ciò che più ci unisce: l’amore a Gesù Cristo e alla Chiesa senza il quale
le nostre vite non avrebbero senso.
Il secondo
aspetto è stato il reciproco rispetto, unito a una maggiore libertà di
espressione, con la quale, anche lasciando emergere le legittime differenze, vi
siete confrontati con i vostri fratelli nella ricerca della verità.
Mi
riferisco in terzo luogo alla perspicacia, non esente da umile coraggio morale,
con la quale come rispettabili pastori di una grande Chiesa non avete voluto
nascondere bensì apertamente riconoscere problemi e ostacoli, limiti e carenze
che affliggono questa stessa Chiesa, universalmente amata e stimata per la sua
vitalità e fecondità.
Infine,
come punto di fusione dei tre precedenti, il quarto aspetto, fortunatamente il
più evidente dell’incontro: la salutare e tonificante speranza - speranza umana
ma soprattutto speranza teologale - che è penetrata sensibilmente in gesti e
parole, riflessioni e proposte per tutta la durata dell’incontro.
4. Se
dovessi individuare, in questo momento conclusivo, la realtà spirituale che ho
maggiormente sentito pullulare in questa assemblea, direi senza titubanza: il
desiderio - o meglio ancora, l’anelito - di una più perfetta comunione.
Comunione affettiva ma anche comunione effettiva tra gli stessi vescovi, al
prezzo di tutti gli sforzi e di tutte le rinunce possibili, e usando tutti i
mezzi a nostra disposizione per aumentare e consolidare tale comunione. Sono
certo che non mi comprendereste male se io affermassi che vale più un passo
verso la comunione in seno alla Conferenza, che dieci con il rischio di
mortificare se non persino di rompere la comunione stessa. Comunione, inoltre,
con colui che, “sola Dei gratia”, ha ricevuto e, sostenuto dalla stessa grazia,
cerca di esercitare quotidianamente il mandato di “confermare i fratelli”.
5.
L’ardente desiderio di questa comunione e il sacrosanto impegno non solo nel non
far nulla che la danneggi, ma nel far tutto quanto possibile per promuoverla,
hanno suscitato in questo incontro, con più vigore di altre volte, quel dialogo
in cui la verità non offende la carità, né la carità dispensa dalla verità;
dialogo adulto tra uomini, cristiani e pastori, che non hanno altro interesse se
non quello per la Chiesa. Mi riferisco al dialogo tra i vescovi brasiliani, così
importante quanto quello degli stessi vescovi con i rappresentanti della Curia
romana. Se “tutto e stato grazia” nell’incontro, voglio credere che la grazia
più profonda sia stata quella di non aver mai rifiutato il dialogo, né posto
quegli ostacoli che lo avrebbero reso infruttuoso e inutile.
Funzione
dell’incontro era anche quella di rinnovare, estendere, approfondire e
perfezionare questo dialogo. In questa prospettiva, sono convinto che se tale
incontro è servito a migliorare il dialogo dell’episcopato brasiliano con il
successore di Pietro e con i suoi collaboratori, e quello tra i vescovi stessi,
ebbene esso è riuscito nel suo intento. È necessario che il dialogo continui,
deve continuare.
La Curia
romana, fedele collaboratrice del ministero pontificio si impegna - e di questo
ne sono testimone - e si impegnerà sempre a conoscere, comprendere e condividere
le situazioni concrete e le sfide di ogni genere in mezzo alle quali i vescovi
del Brasile esercitano il loro ministero. A sua volta la Curia romana esprime il
desiderio e la necessità di essere conosciuta, compresa e aiutata nella sua
missione ecclesiale. Questa esprime, a sua volta, il desiderio e la necessità di
essere conosciuta, compresa e aiutata dai vescovi nel servizio che essa presta
alla Chiesa universale.
Che questi
Dicasteri, perfezionando, quando necessario e per quanto possibile, le loro
prestazioni al servizio, invitino ripetutamente e sostengano senza sosta il
dialogo con le Chiese particolari. Ma che le Chiese particolari - e, tra di
esse, quella presente nel Brasile - sentano dal canto loro la fiducia
nell’intessere sempre daccapo il dialogo con le Congregazioni. In questo
movimento di sistole-diastole sono presenti il benessere e la vitalità
dell’intera Chiesa, poiché tale dialogo sarà un dare-avere che arricchirà tutti.
6. Vorrei
aggiungere a ciò che il fatto di aver partecipato all’incontro è un privilegio
che, cari vescovi brasiliani, vi investe di una missione: portare ai
confratelli, che voi qui rappresentate, la stessa ansia di dialogo al servizio
della comunione affettiva ed effettiva. Come il Pane eucaristico che,
nell’antichità cristiana, un vescovo soleva offrire all’altro, in segno e pegno
di comunione nel corpo episcopale, portate ai vostri fratelli il desiderio di
questa comunione, la decisione tenace e paziente di costruirla mediante il
dialogo che è condizione indispensabile per tutto ciò. Dialogo tra gli stessi
vescovi, dialogo tra vescovi e presbiteri, dialogo tra pastori e fedeli, dialogo
tra Chiese nel Brasile e Sede apostolica, dialogo tra Chiesa e mondo, non
possono essere né meno vasti né meno profondi di questo nostro dialogo.
È con
questa prospettiva e sotto la luce di questa grande e propulsiva speranza che
desidero concludere l’incontro e accomiatarmi da voi, vescovi brasiliani. Lo
faccio pensando già al prossimo Giovedì Santo, anniversario natalizio del nostro
sacerdozio, momento di nuovo incontro con la grazia e con la benedizione
inestimabile del sacramento che ci costituì sacerdoti e vescovi.
Condividendo con i vostri sacerdoti, in quel giorno, il pane dell’Eucaristia e
il pane della carità, ciascuno di voi si senta idealmente anche in comunione con
i suoi fratelli vescovi del Brasile e di tutto il mondo. “Mei etiam mementote”:
ricordatevi anche di me che in quel giorno non potrei sentire maggior
consolazione di quella di sentire nella fede la più stretta comunione con tutto
il collegio episcopale. Così si intesse la tela meravigliosa della grande
comunione ecclesiale.
7. E
ancora vi dico, anticipatamente, buona Pasqua!
Per
entrare a far parte del numero degli apostoli, come abbiamo appreso da un noto
passo degli Atti degli apostoli, era necessario poter essere “testis
resurrectionis eius” (At 1, 22). Identica deve essere la condizione dei
successori degli apostoli: quella di essere uomini posseduti da un’ardente e
incrollabile fede nella risurrezione di Gesù; quella di vivere giorno dopo
giorno animati dall’ottimismo - o meglio, dalla gioia e dalla speranza che
nascono spontaneamente da questa fede; quella di saper testimoniare, di fronte
al mondo, che Cristo è risuscitato e che quindi né al male, né al peccato, né
alla morte spetta l’ultima parola.
Concludendo l’incontro, chiedo a Dio per tutti voi - soprattutto per i cari
vescovi che presto ritorneranno in Brasile - di poter essere, anche grazie
all’incontro stesso, testimoni convinti e convincenti della rinnovatrice
speranza pasquale.
Vi
accompagni nella vostra quotidianità la mia preghiera. Vi accompagni la mia
benedizione apostolica, che vi chiedo di trasmettere ai vostri fedeli in
occasione delle feste pasquali.