Solennità di San Giuseppe
Prato -
Mercoledì, 19 marzo 1986
1. Nella mia visita alla Città di Prato, non poteva mancare un incontro con
voi, carissimi malati. Vi saluto con sincero affetto ad uno ad uno. Per me,
questo, è un momento privilegiato, in cui posso esprimervi tutta l’attenzione e
la vicinanza affettuosa che vi porto. Vorrei poter intrattenermi con ciascuno di
voi, per ascoltarne le confidenze e conoscerne le particolari esigenze. Il tempo
non ce lo permette, ma sappiate che voi occupate un posto speciale nel mio
cuore.
Gesù, che personalmente ha scelto la sofferenza più atroce per amor nostro,
ha avuto sempre una particolare predilezione per gli ammalati. Sappiate pertanto
che non siete mai soli: Dio è sempre vicino a chi soffre. E anche il Papa vi è
vicino.
2. La mia preghiera al Signore è per implorare per voi ogni sollievo e
conforto, come pure la auspicata guarigione.
Vorrei anche invitarvi, però, a trasformare il vostro dolore in sacrificio di
purificazione e in dono di salvezza.
Voi ammalati e voi inabili condividete con Cristo il peso della croce. E,
proprio per questo, avete un ruolo privilegiato nella edificazione della Chiesa:
le vostre sofferenze, unite a quelle di Cristo, diventano strumento di
redenzione e di salvezza.
3. C’è un segreto, che può trasformare profondamente l’atteggiamento di chi è
sofferente nel corpo: è l’abbandono fiducioso in Dio. Non è, questo, una specie
di rifugio facile, consolatorio e, in definitiva, alienante. Ci vuole veramente
una grazia speciale per esser capaci di tanto. Ma il Signore è lì, pronto a
concederla, perché la sofferenza diventi caparra di ricompensa eterna, ed anche,
sin d’ora, motivo di riflessione e di esempio per chi ci avvicina. Egli, che ha
promesso di non lasciare senza ricompensa chi compie un semplice gesto di
cortesia per amore di Lui (Mt 10, 42), quanto più guarderà con benignità
chi gli ha fatto dono di tutto se stesso nella condizione di malattia?
4. Illumina e dà sostegno a questi pensieri la figura di San Giuseppe, di cui
oggi celebriamo la solennità, nel contesto del tempo liturgico della Quaresima,
che stiamo vivendo. Quell’uomo giusto (Mt 1, 19), nel compito di
proteggere e di difendere la vita, e dunque anche la salute, del Bambino Gesù e
di Maria, sin da quando ebbe rivelata la propria missione, si abbandonò
unicamente in Dio. Il Signore ripagò questa fiducia, proteggendolo dagli eventi
minacciosi che accompagnarono gli inizi della Santa Famiglia. La Quaresima, poi,
che corre ormai verso i giorni radiosi della Pasqua, ci ricorda che ogni
sofferenza serve alla purificazione e alla conversione del cuore e che,
comunque, dopo i tempi del dolore, vengono sempre quelli della gioia: della
gioia umana, se al Signore piacerà - come io auguro a ciascuno di voi - di
concedere la completa guarigione; della gioia soprannaturale, se è sua volontà
disporre diversamente, perché Egli non manca di far pregustare fin d’ora a chi
s’affida a Lui qualcosa della “quantità smisurata ed eterna di gloria” che Egli
prepara come ricompensa del “momentaneo” peso della nostra tribolazione (cf.
2 Cor 4, 17). Il tempo della malattia è come quello della Quaresima: è
un’esperienza che lascia sempre nell’anima qualcosa che l’arricchisce per la
vita presente e per quella eterna.
5. Vorrei aggiungere un cordiale e sentito ringraziamento per coloro che vi
assistono. Con la loro opera, essi ripropongono la sollecitudine del Buon
Samaritano (Lc 10, 33-35). Siano consapevoli che le loro premure ed
attività, la serenità e la forza che cercano di infondere, sono una preziosa
testimonianza della presenza compassionevole di Dio in mezzo ai suoi figli
toccati da ogni sorta di infermità.
Su tutti voi qui presenti, sulle vostre famiglie, per le intenzioni di bene
che animano ciascuno, invoco ora dal Signore copiosi favori celesti e di cuore
imparto la propiziatrice Benedizione Apostolica.