Solennità di San Giuseppe
Prato -
Mercoledì, 19 marzo 1986
Signor rappresentante del Governo, signor sindaco, cari fratelli e
sorelle.
1. Sono lieto di essere venuto qui, in Toscana, terra di geni, ricca di
straordinarie bellezze di natura e di arte, e di trovarmi in mezzo a voi,
cittadini di Prato e dei dintorni. Ringrazio il signor ministro e il signor
sindaco per le espressioni che mi hanno rivolte a nome rispettivamente del
Governo Italiano e dell’intera cittadinanza pratese. E ringrazio tutti per
l’accoglienza riservatami, mentre rivolgo ai presenti e all’intera diocesi il
mio affettuoso saluto.
Non è senza significato che, accogliendo il pressante invito del vostro
vescovo, mons. Pietro Fiordelli, son venuto qui oggi, 19 marzo, per l’occasione
della festività di san Giuseppe, il carpentiere di Nazaret, patrono di quanti
vivono col lavoro delle mani e con esso sostengono la loro famiglia. So di
trovarmi in una città attiva e operosa che, pur nata alle porte di un centro
come Firenze, vanta mille anni di una sua propria storia, e oggi cresciuta al
ritmo di un intenso dinamismo economico, sociale e culturale, costituisce uno
dei capisaldi più significativi nel contesto produttivo della Nazione.
Mi piace rilevare che, come nel passato la prosperità civile ha camminato qui
tra voi parallelamente con la vitalità religiosa, anzi questa è stata radice e
ispiratrice di quella, così oggi non mancano volontà decise e forze capaci di
valorizzare tale preziosissimo patrimonio, allo scopo di creare una nuova e più
alta qualità di vita. Se oggi la zona di Prato si è conquistata uno dei primi
posti nel campo del lavoro, e ha saputo realizzare, nel ramo dell’industria
tessile, risultati che destano ammirazione, v’è da sperare che essa sappia anche
recare un proprio originale contributo alla creazione di un modello superiore di
agglomerato urbano e operativo, nel quale la persona umana non sia asservita ai
meccanismi della produzione, ma sia trattata per quello che è, come scopo cioè e
giustificazione di tutta l’attività economica.
L’augurio sincero e fervido che io vi voglio formulare nella prospettiva del
vostro secondo millennio è di costruire, in mezzo alla moderna disarticolata
società del benessere e del consumo, un tipo di città a misura umana, nella
quale ciascuno possa sentirsi a proprio agio e avere adeguate opportunità di
sviluppo personale.
2. Cittadini di Prato, il mio incoraggiamento a proporvi un così nobile e
difficile traguardo è fondato sulla constatazione del vostro passato antico e
recente. Quella che oggi è per numero di abitanti la quarta città dell’Italia
centrale, un’area moderna d’imprenditorialità diffusa e di professionalità
elevata, con una rete complessa di associazionismo, di assistenza, di
ricreazione, un punto preciso di riferimento di quelle realtà locali, che hanno
permesso all’Italia del dopoguerra di uscire dalla fase di civiltà contadina e
artigianale per entrare nel circuito del mondo industriale, mille anni fa non
era che un borgo. Ma già nel secolo di Dante essa era divenuta comune
indipendente, centro di sviluppo agricolo e commerciale, ricco di istituzioni
pubbliche e private. Da allora Prato non ha fatto che crescere e oggi appare
come simbolo di operosità e di progresso tecnologico.
Questo è stato possibile perché la zona, nel lungo e variato corso dei
secoli, non ha perduto di vista una costante, che è anche il segreto della sua
crescita: il rapporto col territorio, l’armonia dello sviluppo tra città e
campagna. Anzi, attenta a non chiudersi nel cerchio soffocante della materialità
economica ha avuto cura di avanzare in vari campi della vita umana. Del suo
costante cammino e della varietà di sviluppo sono testimonianza i molti e
bellissimi monumenti, dove tutti i secoli hanno impresso, in ogni ramo della
grande arte, la loro caratteristica impronta. Vi ha contribuito uno stuolo di
uomini famosi, che qui hanno visto la luce o hanno avuto modo di lasciare il
segno del loro genio. Fra i tanti nomi mi piace ricordare quello di una donna,
nata a Firenze, ma qui vissuta: Caterina de’ Ricci, che già in vita chiamavano
la “Santa di Prato”, e verso la quale accorrevano folle da non poche parti
d’Italia.
3. Cari fratelli, la Chiesa, sempre o dovunque vicina all’uomo, lo è stata
qui in misura particolare. Il primo nucleo dell’antico borgo nacque attorno alla
pieve di Santo Stefano. Città e tempio crebbero insieme. La chiesa, incardinata
nel tessuto urbano, fu il centro non solo culturale e religioso, ma anche morale
e ideale, la forza unificante di tutti i pratesi. Le date più significative
della città si celebravano nel duomo, dove al culto del santo Protomartire si
aggiunse quello mariano del “Sacro Cingolo”, custodito dalla chiesa e dal comune
come eredità di tutti. Piazza della Pieve divenne la piazza del popolo e Prato
meta di pellegrinaggi.
Fu questa profondità e purezza di fede a generare molte e illustri figure di
vescovi e di sacerdoti, a suscitare il moto popolare del 1787 per respingere
innovazioni religiose non ortodosse, a rilanciare il gusto della musica sacra, a
ispirare associazioni di beneficenza. Il vostro duomo risorto ora a nuovo
splendore, sia nella moderna società dell’opulenza e del crescente materialismo
l’emblema d’una religiosità riscoperta e coraggiosamente rilanciata.
4. Il passato sia garanzia, incitamento e scuola del futuro, per
l’eliminazione degli aspetti negativi tuttora sussistenti, per lo sviluppo della
persona umana in ogni direzione, per il rispetto della vita nascente o al
tramonto, per l’assicurazione di un lavoro degno alle nuove generazioni. La
società di oggi, per crescere, ha bisogno dei valori trascendenti. Ha bisogno di
Dio creatore e Padre, di Gesù salvatore dell’uomo. Altrimenti lo sviluppo non si
trasforma in civiltà. Per questo vostro traguardo del futuro, non soltanto
tecnologico ma soprattutto umano, la Chiesa, che è madre e maestra, sarà al
vostro fianco, come lo fu nel passato. Sia Prato il modello di un nuovo cammino,
sul quale invoco la benedizione del Signore.