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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELL
’EMILIA ROMAGNA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 2 maggio 1986

 

Signor cardinale, venerati arcivescovi e vescovi dell’Emilia-Romagna!

1. “Pace a voi tutti che siete in Cristo” (1 Pt 5, 14). Con questo augurio, tratto dalla prima Lettera dell’apostolo Pietro, desidero esprimervi il mio cordiale saluto e la mia profonda gioia di trovarmi ancora con voi, in occasione della vostra seconda visita collegiale “ad limina Apostolorum”, dopo quella del 4 gennaio 1982. Profonda gioia perché questo incontro permette a me e a voi di esperimentare la misteriosa realtà della Chiesa, che si esprime anche negli stretti vincoli di comunione nella fede e nella fraternità apostolica che ci legano nel servizio pastorale. Gioia perché questa visita ci consente di ribadire e rivivere quei legami spirituali che da sempre hanno caratterizzato i vicendevoli rapporti tra la Sede di Pietro e le vostre rispettive comunità diocesane, le quali hanno saputo dare, attraverso i secoli, chiara testimonianza di quell’unità, su cui è fondata la Chiesa e per la quale pregò insistentemente il Cristo il giorno prima di morire sulla croce: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11).

La vostra presenza evoca alla mia mente anche le visite pastorali, che ho avuto l’opportunità di compiere nel 1982 a Bologna, e poi alla piccola, ma fervida comunità cristiana dell’antica Repubblica di San Marino, e alla diocesi di Rimini, in occasione dell’annuale “Meeting dell’amicizia dei popoli”.

Questo incontro, infine, assume un significato peculiare per il fatto che esso avviene quasi alla vigilia e in preparazione del mio terzo pellegrinaggio alla vostra operosa regione di Emilia-Romagna, il quale mi porterà tra le care popolazioni di Forlì, Cesena, Imola, Faenza e Ravenna. Nel pregustare la letizia di incontrarmi personalmente con esse, esprimo loro fin d’ora il mio affettuoso saluto e l’augurio di pace e di bene nel nome del Signore.

2. Nel prendere visione delle vostre relazioni per questa visita “ad limina”, ho potuto rilevare, da una parte, motivi di speranza e di fiducia per il bisogno di fede e di verità evangelica che si percepisce in ogni strato della popolazione, e per lo zelo apostolico del clero, dei religiosi, delle religiose e dei movimenti ecclesiali impegnati nella testimonianza cristiana, nel ministero della parola e nella carità fattiva; dall’altra, motivi di preoccupazione per la crescente diffusione, come del resto in altre regioni industrializzate d’Italia, di una mentalità secolarizzata e materialistica.

Di qui l’urgenza di un’azione pastorale intesa a risvegliare nelle coscienze una più forte sensibilità per le realtà spirituali e una chiara consapevolezza della priorità che, nella scala dei valori, ha la persona umana, fatta “a immagine e somiglianza” di Dio. Contro di essa oggi congiura una certa tendenza alla disgregazione della famiglia, che rimane sempre l’alveo naturale, in cui la persona nasce, cresce, si nutre materialmente e spiritualmente, e afferma la sua personalità. Non si può perciò difendere la persona, senza salvaguardare l’istituto familiare.

So che voi siete partecipi di questo convincimento e lo avete manifestato sia negli incontri privati che ho avuto con voi, sia anche nella recente nota pastorale, in cui avete giustamente avvertito che: “massima attenzione va data alla pastorale della famiglia, sia nei suoi traguardi sacramentali (dal matrimonio al battesimo e alla cresima dei figli), sia nelle circostanze ordinarie e quotidiane. Nella famiglia infatti le persone vengono raggiunte nella loro più intima e coinvolgente esperienza di vita”. Questo impegno si rivela tanto più urgente in quanto la vostra azione pastorale si svolge in un contesto nel quale “la pratica religiosa risulta complessivamente molto bassa, per motivazioni che vanno dall’indifferenza e dal materialismo pratico ai residui dell’anticlericalismo e anche a fasce di ateismo esplicito, ideologicamente e politicamente motivato”. Ma fortunatamente (e lo dico con profonda soddisfazione) non mancano tra le dinamiche popolazioni dell’Emilia-Romagna “importanti fattori di coesione, come la generosità e l’impegno di solidarietà, la lealtà e la proverbiale schiettezza, la passione per la giustizia, il senso e il gusto della famiglia che, pur nella grave crisi attuale, rimane profondamente radicato” (L’Osservatore Romano, 20 febbraio 1986, nn. 5. 4). Occorre far leva su queste preziose doti per riprendere un discorso nuovo ed intraprendere iniziative adeguate “affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante, nel cammino verso il futuro”, come ebbi a dire nel Convegno della Chiesa Italiana a Loreto. Ora “l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia”: questa constatazione, che riassume, per così dire, tutto il messaggio della esortazione apostolica Familiaris Consortio (Familiaris Consortio, 86), richiama l’impegno primario per ogni pastore, quello cioè di promuovere i valori e le esigenze della famiglia.

3. La catechesi sul matrimonio e sulla famiglia non può prescindere anzitutto dal mettere in giusta luce la spiritualità della coppia. Gli sposi devono essere illuminati sul fatto che il matrimonio e la famiglia non sono opera dell’uomo soltanto, ma rispondono ad un progetto eterno di Dio, che oltrepassa le mutevoli condizioni dei tempi e perdura immutato attraverso le vicende della storia. Con l’istituzione del matrimonio uno e indissolubile, Dio ha voluto rendere l’uomo partecipe delle sue prerogative più alte, che sono il suo amore per gli uomini e la sua facoltà creatrice. Per questo esso ha una trascendente relazione con Dio, in quanto da lui viene e a lui è ordinato. La famiglia, è vero, si fonda e vive nella sua fase iniziale sulla terra, ma è destinata a ricomporsi in cielo. Qualunque dottrina che non tiene conto di questa relazione essenziale e trascendente con Dio, rischia di non comprendere la profonda realtà dell’amore sponsale e di non risolverne problemi.

Nato dall’amore creatore di Dio, il matrimonio trova la sua legge fondamentale e il suo valore morale nell’autentico amore reciproco, per cui ciascuno dei coniugi si impegna con tutto s stesso ad aiutare l’altro; e nel desiderio comune di interpretare fedelmente l’amore di Dio, creatore e padre, generando nuove vite. Questa missione ricevuta da Dio richiede oggi agli sposi un impegno maggiore e un’accresciuta coscienza delle loro responsabilità umane e cristiane; e devono essere certi che Dio non mancherà di elargire loro quelle grazie che sono proprie del sacramento del matrimonio, e tanto più necessarie nelle odierne difficoltà. In esse gli sposi troveranno la luce e la forza per risolvere i loro problemi personali; con esse sapranno vivere una carità veramente piena e universale: la carità verso Dio in primo luogo, di cui devono desiderare la gloria e la dilatazione del Regno; la carità verso i figli in secondo luogo, alla luce del principio paolino che “la carità . . . non cerca il proprio interesse” (1 Cor 13, 5); la carità vicendevole infine, per cui ciascuno cerca il bene dell’altro e ne previene i buoni desideri, senza imporre arbitrariamente il proprio volere. Questo dice come la spiritualità matrimoniale richiede un coerente impegno morale e un lungo cammino verso la santificazione, che si nutre delle gioie e dei sacrifici di ogni giorno. Nel conseguire questi fini, i coniugi non devono sentirsi soli. Il Concilio infatti ricorda loro che: “lo Sposo della Chiesa per mezzo del sacramento del Matrimonio viene incontro agli sposi cristiani. Rimane con loro perché, come egli ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per essa, così anche gli sposi si amino l’un l’altro con fedeltà perpetua. Il legittimo amore coniugale viene assunto nell’amore divino e viene governato e arricchito dalla forza redentrice del Cristo e dall’opera salvifica della Chiesa, perché gli sposi siano condotti efficacemente verso Dio e siano aiutati e confortati nella sublime missione di padre e di madre” (Gaudium et Spes, 48).

4. Ma una pastorale che miri solo all’interno di una famiglia non basta. Occorre esaminare la situazione familiare in una cornice più larga, nel contesto storico e culturale, in cui essa vive e opera. Come ho detto ancora nell’esortazione Familiaris Consortio (Familiaris Consortio, 3), viviamo in “un momento storico, nel quale la famiglia è oggetto di numerose forze che cercano di distruggerla o comunque di deformarla”. Voi sapete bene come la famiglia sia stata investita da una serie di trasformazioni economiche e sociali che ne hanno modificato il volto nei suoi stessi connotati fondamentali; come una nuova mentalità ne abbia sviato i valori. La Chiesa non può limitarsi a registrare i molteplici mutamenti, ma deve entrare in questo tessuto storico e trasformarlo. I cristiani devono porsi come coscienza critica di questa mentalità ed essere artefici di un autentico umanesimo familiare. Ciò comporta il discernimento evangelico, cioè la lettura e l’interpretazione della realtà familiare alla luce di Cristo “lo Sposo che ama e si dona come Salvatore dell’umanità unendola a sé come suo corpo”. Solo alla luce del Vangelo di Cristo si potranno correggere criteri di giudizio, linee di pensiero e modelli di vita che sono in contrasto col disegno divino sull’uomo e sulla donna. In fondo, all’origine della crisi familiare c’è la rottura tra Vangelo e cultura, che è il dramma della nostra epoca, come lo è stato di altre.

Il cardinale Biffi, nel suo scritto “Itinerario pastorale”, ha dedicato alcune interessanti pagine alle insidie e alle speranze della famiglia. Egli afferma, tra l’altro, che “la famiglia è oggi la grande malata della nostra società”, che talvolta è perfino irrisa. Risanare la famiglia significa perciò fare ogni sforzo per evangelizzare la cultura. Se essa viene rigenerata mediante l’incontro con la buona novella, la famiglia risalirà “al principio”, si realizzerà pienamente e vivrà la propria identità di comunione e di comunità di persone, nel pieno rispetto di tutti i suoi componenti: della donna, dell’uomo, del bambino, del giovane e dell’anziano.

Così lungi dal chiudersi dentro le pareti domestiche e dal fossilizzarsi in atteggiamenti rinunciatari col rischio di diventare vittima di altre forze operanti nella società, la famiglia si fa protagonista dell’avvenire della società, di cui è prima cellula. La famiglia deve quindi aprirsi alle molteplici opere di servizio sociale, specialmente a vantaggio dei poveri e degli emarginati, deve sfociare nell’impegno civile per animare cristianamente le realtà temporali. Anche nella Chiesa la famiglia cristiana ha un suo posto e un suo ministero, essendo chiamata a condividere, proprio come famiglia, la missione di salvezza della Chiesa stessa. Questo la famiglia compie nella misura in cui è fedele alla sua identità e si sviluppa come comunità credente ed evangelizzante, nel dialogo con Dio e nel servizio di ogni uomo secondo il comandamento della carità. In questo modo la famiglia diventa anche sorgente di vocazioni, perché, quale “chiesa domestica”, partecipa alla triplice missione della Chiesa di Cristo, alla missione sacerdotale, regale e profetica.

In questo contesto, i Padri sinodali, radunati a Roma nel 1980 per discutere su “I compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo”, affermarono nel loro Messaggio finale (n. 20) che la speranza del “rifiorire di vocazioni sacerdotali e religiose” riposa nelle famiglie illuminate evangelicamente.

5. La sollecitudine della Chiesa non può limitarsi solo alle famiglie cristiane più vicine, deve invece allargare i propri orizzonti sull’insieme delle famiglie, e, in particolare, su quelle che si trovano in situazioni difficili. Per queste ultime soprattutto i vostri centri pastorali non dovranno mai cessare di spendere una parola di verità, di bontà, di comprensione, di speranza e di partecipazione ai loro problemi e di interessamento per rimuovere le cause dei loro disagi. A voi sono note le gravi situazioni in cui sono costrette a vivere certe famiglie di emigrati, dei militari, dei naviganti e di itineranti di ogni tipo, i quali sono costretti a lunghe assenze; le famiglie dei carcerati, dei profughi e degli apolidi; le famiglie con figli handicappati, drogati o alcolizzati; le famiglie composte da coniugi anziani, i quali vivono nella solitudine e nell’emarginazione umana e civile. Conoscete pure i casi penosi di famiglie segnate da discordie e liti, in cui l’operato dei genitori viene contestato dai figli che si mostrano irrequieti e ingrati; i casi dolorosi della perdita di un coniuge, che apre la dura esperienza della vedovanza; o della morte di un familiare, che mutila il nucleo familiare, gettandolo nel lutto e nel dolore. Ci sono poi le situazioni religiosamente, e talvolta anche civilmente, irregolari. Esse pongono alla Chiesa ardui problemi pastorali per le gravi conseguenze che ne derivano e che non possono lasciare indifferenti quanti hanno a cuore il bene delle anime.

Sarà loro cura approfondire queste situazioni: studiarne le cause remote e prossime; avvicinare i conviventi con discrezione e rispetto e adoperarsi con azione paziente e amorevole a rimuovere gli impedimenti e a spianare la strada verso la regolarizzazione della situazione, con l’aiuto della grazia divina, che non viene mai negata a chi la invoca con cuore sincero. I pastori non si stanchino di esortare i conviventi a non considerarsi separati dalla Chiesa e a perseverare nella preghiera e nelle opere di carità per ottenere prima o poi la grazia di Dio. Anche se non è possibile ammetterli alla comunione eucaristica, non siano però esclusi dal loro affetto, dalla benevolenza e dalla preghiera.

La pastorale familiare esige perciò uno speciale impegno e il coinvolgimento di tutte le forze. Gioverà a tal fine uno specifico studio dei vasti e complessi problemi riguardanti la famiglia sia a livello nazionale da parte di persone particolarmente preparate, sia nell’ambito delle singole Chiese particolari, le quali si sforzeranno di applicare alla realtà locale le grandi direttive elaborate al centro. Occorrerà coordinare anche gli sforzi dei consultori e di tutti gli uffici per la famiglia operanti nel territorio, al fine di rendere più incisiva ed efficace la loro azione.

6. Le statistiche e i rilevamenti compiuti nella vostra Regione a proposito della famiglia danno segnali preoccupanti per la percentuale dei matrimoni contratti col solo rito civile, dei divorzi e, ciò che più addolora, degli aborti. Questo significa che i frutti della pastorale familiare non sono immediati. Esigono tempo e pazienza. Ma occorre seminare oggi, se si vuole che il domani del vostro popolo sia cristianamente più fervido e coerente. Ma siate certi che quello che farete nel campo della famiglia e dell’educazione in genere renderà il cento per uno a gloria di Dio e a salvezza delle anime.

Abbiate fiducia! Il futuro è nelle mani di Dio, ciò che oggi è impossibile all’uomo, sarà possibile a Dio. Invocate sulle vostre famiglie la protezione della Santa Famiglia: di san Giuseppe, perché le custodisca, come un giorno protesse la casa di Nazaret; della Vergine Maria, perché conforti e asciughi le lacrime di quelle famiglie in difficoltà; di Gesù, che a Cana benedisse con la sua presenza la gioia di due giovani sposi, perché conceda ad ogni focolare la gioia, la serenità e la fortezza cristiana.

E ora, a conclusione di questo incontro fraterno e nella prospettiva imminente della mia visita a cinque vostre Comunità diocesane, che mi auguro sia ricca di frutti spirituali, imparto di cuore a voi e alle popolazioni che qui rappresentate la mia benedizione, in segno della mia benevolenza.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 
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