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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI
AL 25° CONGRESSO INTERNAZIONALE DI OFTALMOLOGIA

Lunedì, 5 maggio 1986

 

Signor presidente, signore e signori.

1. Il vostro desiderio di incontrare il Papa all’inizio di questo 25° Congresso internazionale d’oftalmologia mi tocca profondamente e mi dona la gioia di intrattenermi con uomini di cultura di primo ordine, medici e tecnici della medicina che operano nel mondo intero per la salute dell’uomo, più precisamente per proteggere la meravigliosa facoltà della vista che il Creatore gli ha dato. Ringrazio vivamente il vostro presidente per le sue parole e per il suo generoso gesto d’omaggio. Sono felice di salutare allo stesso tempo monsignor Angelini, vicepresidente della Commissione Pontificia per la pastorale dei servizi della sanità.

Il vostro Congresso riveste una portata molto più importante quando ci si trova di fronte a dati contrastanti. Da un lato ci sono dei bisogni immensi in questo campo: si parla di 40 milioni di ciechi e questo numero rischia senza dubbio di aumentare notevolmente negli anni a venire se non si interviene con risoluzione in alcuni Paesi dove le malattie degli occhi si fanno più minacciose. Dall’altro si ha l’impressione di disporre di possibilità nuove per agire efficacemente, e voi siete riuniti precisamente per realizzare fruttuosi scambi su queste esperienze di cure di cui voi siete gli autori, i cooperatori, i testimoni in modo da favorire la costruzione di programmi comuni d’intervento. Allo stesso tempo voi vorreste manifestare la vostra disponibilità e il vostro impegno a collaborare con coloro che hanno la responsabilità del bene comune e che possono dare maggiori mezzi al fine di ridurre le cause di sofferenza dell’uomo. Per tutte queste ragioni, come i miei predecessori Pio XII e Paolo VI, sono felice di portare i miei incoraggiamenti calorosi all’opera degli oftalmologi.

2. Sì, nel corso degli ultimi decenni, in questo campo così delicato e così complesso della medicina, si è giunti a dei progressi sorprendenti. Le nuove tecniche permettono già di risolvere con una certa facilità e con sicurezza dei problemi che non molto tempo fa si consideravano insolubili. Essi favoriscono diagnosi precoci e trattamenti adeguati, efficaci nella misura in cui sono realizzati in tempo. Gli studi in corso si sforzano di conoscere sempre meglio ciò che si produce a scala cellulare e nel mondo dell’infinitamente piccolo delle molecole: diventerà così possibile fermare fin dalla loro apparizione molte malattie gravi incurabili oggi. È in questo quadro che si inscrivono i due temi del vostro Congresso: i progressi tecnologici in oftalmologia e l’immunologia oculare.

3. Tutto questo progresso della scienza e della medicina nella vostra specializzazione, è fonte di una viva soddisfazione e opera di grandi speranze poiché si traduce nella volontà di offrire all’uomo un servizio autentico e benefico. Infatti, è il caso di sottolinearlo, il dono della vista è per l’uomo uno dei beni più preziosi. Gli permette di contemplare direttamente le bellezze della natura e di comunicare con le persone la cui anima si riflette sul viso e nello sguardo. Facilita, per mezzo della lettura, la partecipazione alla cultura che si esprime in gran parte nei libri e negli scritti di ogni specie, come anche i mezzi audiovisivi sempre più diffusi. Fornisce più ampi spazi all’autonomia personale e favorisce un inserimento normale nella vita della famiglia professionale e sociale.

Come negli altri campi della salute coloro che non hanno problemi di vista non si rendono sufficientemente conto di questo dono inaudito. Si comprende la sofferenza di coloro che sono danneggiati e minacciati in un organo così importante, il loro desiderio di trovare rimedio, una protezione, la speranza con la quale si rivolgono a coloro che possono dar loro un aiuto, un sollievo: la gioia e la riconoscenza con le quali accolgono i benefici che la scienza e la vostra arte sono in grado di offrire loro. E voi capite meglio degli altri la richiesta di coloro che temono una diminuzione o la perdita della possibilità di vedere, o che ne soffrono già; voi siete invitati a condividere la loro angoscia e le loro speranze.

Questa situazione vi avvicina a quella che Cristo ha vissuto e sentito sulle strade della Palestina dove i ciechi erano numerosi. A volte ha udito il loro grido pieno di fiducia, come quello del cieco di Gerico: “Signore, fa’ che io riabbia la vista” (Lc 18, 41). E Gesù si è fermato davanti a questo sconforto dandogli la guarigione con il potere che Dio Padre gli aveva dato come Figlio unico. Gesù ha chiesto agli uomini di fermarsi così davanti allo sconforto del prossimo o piuttosto di farsi prossimo attento ed efficace. È il senso della parabola del buon samaritano: a differenza del prete e del levita egli vede in tutta la verità l’uomo che giace ferito, solo, abbandonato sul ciglio della strada (cf. Lc 10, 30-37); riconoscendolo come un uomo nel bisogno, lo cura con tutti i poveri mezzi a sua disposizione, gli permette di riprendere una vita normale. E nel giorno del giudizio, Cristo riconoscerà come suoi discepoli coloro che avranno saputo accogliere e soccorrere i loro fratelli nel bisogno, specialmente i loro fratelli ammalati (cf. Mt 24, 36).

Cristo e la Chiesa sulle orme di Cristo considerano con stima e incoraggiano tutto ciò che voi fate per curare le miserie di coloro che soffrono per malattie agli occhi. Grazie al genio inventivo che Dio ha donato all’uomo per conoscere la natura e più specialmente il corpo umano nella sua struttura estremamente complessa, il suo equilibrio delicato grazie anche alla solidarietà che unisce i sapienti nel mettere in comune le scoperte, voi avete nelle mani dei mezzi prodigiosi che corrispondono al piano d’amore di Dio per la sua creazione. La vostra opera è benedetta da Dio. E l’umanità ve ne è riconoscente. In questo senso Pio XII esprimeva una gratitudine commossa ai partecipanti del 36° convegno italiano di oftalmologia, il 30 settembre del 1947: “Voi siete i benefattori insigni dell’umanità”.

4. La scienza e la fede non si oppongono mai; non ho assolutamente bisogno d’insistere con voi. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Gaudium et Spes e il magistero l’hanno affermato a più riprese. L’esperienza degli scienziati e dei credenti e direi anche degli scienziati credenti lo manifesta tutti i giorni nel mondo moderno. La scienza e la fede, ciascuna con il proprio obiettivo e i metodi specifici, sono al servizio dell’uomo. Convergono verso il suo bene. Mi soffermo sulla necessità nella quale si trova la medicina oggi di restare ben salda alla centralità dell’uomo stesso, sulla persona. Ci sono infatti due scogli che si devono evitare. Da un lato la medicina ha dovuto accettare una specializzazione sempre più accentuata e diffusa; era legittimo, era una condizione del suo progresso, ed è proprio il caso dell’oftalmologia. Ma lo specialista non dovrà mai trascurare una visione integrale della persona che è un complesso insieme di corpo e di spirito.

D’altra parte l’organizzazione attuale dell’attività medica rischia spesso di compromettere il rapporto personale con il paziente, trasformandosi in un’assistenza anonima e burocratica, basata sulle pratiche. Ho già avuto l’occasione di evocare questi pericoli, invitando i medici a non dimenticare l’unità della persona e a umanizzare sempre più le prestazioni del loro servizio professionale (cf. Discorso ai membri dell’Associazione medica mondiale, del 29 ottobre 1983).

Gli oftalmologi nella loro attività specifica, si trovano in un certo senso in una situazione privilegiata per meglio neutralizzare i pericoli e affermare i valori di cui ho appena parlato. Essi sanno bene infatti che l’occhio è un po’ lo specchio della persona: lo specchio del suo corpo certamente, poiché nell’occhio si manifestano numerose malattie infettive che colpiscono gli altri organi e le altre funzioni, lo specchio del suo spirito e della sua anima, poiché nell’occhio si riflettono e si esprimono i pensieri e i sentimenti del cuore. Quindi comprendete meglio di altri, anche dal punto di vista antropologico, ciò che significa nelle relazioni quotidiane delle persone: guardarsi negli occhi, saper tuffare lo sguardo nella persona, vista da dentro, scoprire l’intima realtà psicologica e spirituale, stabilire con esso un contatto profondo e rispettoso.

5. Signore e signori permettetemi di prolungare questa riflessione umana, antropologica, in una prospettiva di fede, poiché la guarigione dell’occhio può essere altamente simbolica di una guarigione più fondamentale. Il Vangelo (cf. Mt 9, 27; 12, 22; 15, 30; 21, 24; Mc 8, 22; Lc 7, 21; 18, 42) riporta numerosi casi di guarigione operati da Gesù sui ciechi. Ma tutti i miracoli realizzati da Gesù come segni della bontà di Dio che si avvicina all’uomo, segni di sollievo che Dio vuole per l’uomo, segni del regno messianico annunciato dai profeti dove “i ciechi vedono” (Mt 11, 5; Lc 16, 18) hanno sempre una portata spirituale; hanno anche l’avvio di un progresso più decisivo che riguarda tutto l’uomo, quando egli accoglie la fede. Per questo san Giovanni descrive a lungo la guarigione del cieco nato, poiché la guarigione fisica in quel caso è chiaramente associata alla guarigione spirituale, alla luce degli occhi si aggiunge quella della fede (Gv 9). Nel simbolismo della vista, Cristo svela il mistero della salvezza totale dell’uomo. La facoltà di “vedere” non riguarda soltanto il corpo ma anche e soprattutto lo spirito. Cristo ha spesso rimproverato ai farisei la loro cecità spirituale; si è lamentato di quelli che avevano gli occhi e non vedevano (cf. Mt 13, 13). Egli è la luce vera che illumina il mondo (cf. Gv 1, 5), e non teme di dire “Colui che mi segue non camminerà nelle tenebre” (Gv 8, 12). Dare a lui la propria fede, credere nella sua parola, alla sua buona novella è vedere il mondo in un altro modo, come lo vede Dio, è entrare in un mondo rinnovato. Una simile adesione di fede può sembrare ad alcuni scienziati un passo difficile: essa suppone non soltanto la conoscenza delle ragioni del credere e la buona volontà, ma anche l’assenso a ricevere da un Altro la luce che noi non possiamo donarci, essa suppone dunque la grazia di Dio, richiesta nella preghiera, e l’opera dello Spirito Santo e il ministero della Chiesa vi contribuiscono.

Così mentre la Chiesa continua l’opera di Cristo per comunicare, per mezzo della sua missione salvifica, la luce della fede a tutti coloro che vogliono accoglierla nel mondo intero, ai medici è riservato il compito di continuare l’azione di Cristo per proteggere gli occhi e ridonare la luce.

In questo senso il compito degli oftalmologi supera l’ambito puramente umanitario: essi collaborano, a modo loro, alla costruzione di un mondo nuovo. Con Cristo noi crediamo che questo mondo nuovo abbozzato qui con le guarigioni corporali e con quelle spirituali, troverà la sua piena realizzazione nell’aldilà, per mezzo della grazia di Dio. Allora l’uomo troverà finalmente la sua liberazione e la sua salvezza integrale; ogni sofferenza sparirà; non ci sarà neppure bisogno della luce del sole perché tutti saranno avvolti dalla luce di Dio e lo vedranno faccia a faccia (cf. Ap 22, 5; 1 Cor 13, 12). Ogni progresso nella vista corrisponde al desiderio più profondo dell’uomo: vedere il meraviglioso mondo della creazione.

Prego Dio onnipotente, Dio di luce e di misericordia di illuminarvi e di sostenervi nei lavori del vostro Congresso, di rendere efficace la vostra ricerca e la vostra azione quotidiana al servizio di coloro che hanno problemi di vista. Colmi delle sue benedizioni le vostre persone, le vostre famiglie e tutti coloro che vi sono cari.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 
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