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VISITA PASTORALE IN ROMAGNA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I SACERDOTI DELLA ROMAGNA

Abbazia della Madonna del Monte - Imola (Bologna)
Sabato
, 10 maggio 1986

 

1. “O quam bonum et quam iucundum est habitare fratres in unum!” (Sal 132, 1).

L’esclamazione del salmista mi sgorga spontanea sulle labbra trovandomi oggi con voi. È veramente una gioia grande e una profonda consolazione durante questo mio itinerario apostolico incontrarmi con coloro che, per divina vocazione, esercitano lo stesso ministero di Cristo a vantaggio dell’umanità di oggi. Infatti, come scriveva san Paolo, “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro” (2 Cor 5, 20). Vi porgo il mio saluto più cordiale, e lo estendo ai vostri confratelli che non hanno potuto partecipare a questo incontro. Vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza e raccomando alle vostre preghiere la mia visita pastorale alle città della Romagna, affinché essa possa essere veramente efficace nel rafforzare la fede, la pietà e la vita morale tra i fedeli a voi affidati. Rivolgo pure il mio affettuoso pensiero ai seminaristi teologi della Romagna, facendo voti di fedeltà e di perseveranza affinché si realizzi il loro santo ideale.

2. Volendo sintetizzare in poche frasi la fisionomia tipica dei sacerdoti romagnoli, penso di poter dire che voi costituite un clero che ha sofferto a motivo dell’ambiente difficile e di momenti di ostilità in cui ha dovuto lavorare. Quanti sacerdoti della Romagna hanno dato la loro vita per rimanere fedeli al loro dovere di pastori! È un lungo e drammatico martirologio, che voi ben conoscete. Vorrei ricordare don Giovanni Minzoni, don Santo Perin, don Francesco Babini, don Pietro Tonelli, don Luciano Missiroli, don Pino Mantovani, don Antonio Lanzoni, don Fortunato Trioschi, don Mario Tursi, padre Vicinio Zanelli, cappuccino, e tanti altri. Specialmente durante la seconda guerra mondiale e soprattutto durante l’occupazione tutti i sacerdoti della Romagna si sono prodigati a favore delle popolazioni, rischiando anche la vita per il loro impegno di carità e di dedizione.

Il clero romagnolo è inoltre un clero che ha sempre mantenuto la sua schiettezza d’animo, la sua generosità, la sua fedeltà e anche la sua genialità nell’opera ministeriale. È importante notare che anche nelle zone più colpite dall’indifferentismo religioso, per una lunga e radicata tradizione, il popolo vuole il sacerdote in parrocchia. Vi esprimo il mio vivo compiacimento nel sapere che siete molto impegnati verso tutti, vicini e lontani, curando ogni settore della pastorale, dedicandovi in modo speciale alla gioventù. Il diventare preti in Romagna non è mai stato, e tanto meno oggi, una sistemazione sociale. Ogni diocesi presenta nella sua storia, passata e recente, figure di sacerdoti santi, che hanno segnato profondamente l’animo dei presbiteri e sono tuttora punti sicuri di riferimento. Alcuni di questi hanno dato meravigliose testimonianze di carità, iniziando opere che sono tuttora molto valide e polarizzando l’altruismo della popolazione.

Infine, possiamo ancora dire che il clero romagnolo è particolarmente allenato al dialogo con i lontani: “Se sono intransigente nella fede - scriveva don Minzoni nel suo diario - sono però universale nell’amore”. Questo si potrebbe definire il programma e l’assillo di ogni sacerdote oggi, nella società moderna, e voi da tempo lo esperimentate e lo realizzate. Infatti il metodo e la strategia del dialogo devono essere continuati con piena confidenza e fiducia “sempre però in modo da promuovere - come hanno detto i vostri vescovi nella recente “Nota pastorale” - un’organica conoscenza della fede e una chiara identità cristiana, capace di non cedere alla mentalità relativistica corrente e attenta a non confondere la verità con l’errore, il giusto con l’ingiusto, il bene con il male” (cf. L’Osservatore Romano, 20 febbraio 1986, n. 10).

3. La tradizione cristiana di questa Regione e la vostra identità di sacerdoti schietti e generosi vi devono pertanto stimolare ad essere sempre più fervorosi e coraggiosi nei vari impegni che vi sono assegnati.

La prima esortazione che desidero rivolgervi, è quella della fedeltà profonda e convinta alla dottrina cattolica, che professate, testimoniate, predicate. Siete voi i testimoni ufficiali della verità! Ogni sacerdote cattolico prolunga nella storia la parola di Cristo: “Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo; per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37). Siete i portatori della luce nel mondo, come il divin Maestro, che vi ha scelti per tale missione: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12). È indubbiamente una dignità immensa, ma anche una grande responsabilità. Costruite perciò sulla roccia della verità la vostra formazione intellettuale e la vostra quotidiana fatica: “Rimani saldo in quello che hai imparato - scriveva san Paolo a Timoteo - e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le Sacre Scritture” (2 Tm 3, 14-15). La vostra preoccupazione sia prima di tutto l’unità nella verità rivelata da Cristo e insegnata dal magistero autentico e perenne della Chiesa. L’epoca attuale è certamente molto difficile, e nell’annunzio del Vangelo e nella lotta contro il male possono giungere momenti in cui si fanno sentire più pesanti la solitudine e la fatica. Ricordate allora ciò che Gesù diceva ai discepoli lungo la strada di Emmaus: “Era necessario che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria” (Lc 24, 25).

Anche la Chiesa, e perciò tutti i cristiani, sacerdoti e fedeli, devono passare attraverso la sofferenza che redime e che glorificherà. Non dobbiamo temere o lasciarci troppo impressionare dagli avvenimenti, bensì lavorare, pregare e confidare. Il grande storico romagnolo mons. Francesco Lanzoni (1862-1929), che non fu soltanto un’eminente figura di studioso, ma anche un acuto e lungimirante interprete dei tempi, vissuto con saggezza ed equilibrio nei momenti burrascosi della “questione romana” e poi del “modernismo”, così scriveva nelle sue “Memorie” (Faenza 1939, pp. 164-165): “Quel Dio che non abbandonò la sua Chiesa, la Chiesa Romana, durante le persecuzioni sanguinose dei primi secoli quando imperversò il cesarismo bizantino, al tempo del dispotismo degli imperatori del Sacro Romano Impero, della cattività babilonica e via via, non l’abbandonerà nelle difficoltà odierne. Non ci preoccupiamo della loro durata. Colui che «posuit in sua potestate tempora et momenta» si riserva di stabilire nel suo consiglio «in tutto dall’accorger nostro scisso» i momenti come delle prove, dei castighi e delle catastrofi, così delle consolazioni, dei premi e delle restaurazioni”.

Questo vostro impegno personale di fedeltà e di fiducia vi spinga ad essere ancora più diligenti nel vostro ministero, soprattutto nella formazione cristiana delle coscienze e nella direzione spirituale. È la seconda esortazione che vi lascio, pur sapendo bene che avete sempre svolto con dedizione tale compito, proprio per la speciale situazione della vostra terra; ma oggi è diventato davvero universale e deve essere reso più intensivo e corrispondente alle attuali esigenze. Senza entrare nei particolari, possiamo però affermare che l’uomo di oggi, pur soddisfatto per le tante conquiste che gli hanno portato benessere e felicità, è inquieto e assillato da tanti problemi sociali e politici, afflitto da vari fenomeni di violenza e di minaccia, frastornato dal continuo flusso delle ideologie, come dall’instabilità delle leggi e dal mutamento dei costumi. Oggi la missione del sacerdote è proprio quella di mettere la coscienza del “singolo” in dialogo con l’Assoluto, e quindi tutta l’attività caritativa, la liturgia, l’istruzione religiosa per le varie categorie, la catechesi ordinaria e straordinaria, gli incontri personali e familiari, la spiritualità dei gruppi laicali, devono essere finalizzati alla formazione di convinzioni solide e illuminate. Siamo noi i mandati dal Padre per far conoscere in Cristo il suo amore e la sua volontà.

A questo proposito serve ricordare ciò che san Pier Damiani, grande figlio e onore della Romagna e tanto da voi venerato, scriveva ai cardinali vescovi: “Mostrate ai sacerdoti una regola di vita. Si legga nella nostra vita ciò che si deve fare, ciò che convenga evitare . . . Basta un po’ di sale per dare sapore a molte vivande: basta un piccolo numero di sacerdoti per istruire e formare la moltitudine di tutto un popolo cristiano” (S. Petri Damiani Epist. II, 1: PL 144, 258 CD). Infine desidero ancora raccomandarvi la pastorale giovanile. Voi vivete in mezzo alla gioventù e vi è facile osservare le tipiche espressioni che oggi la caratterizzano: lo sbandamento circa i comportamenti morali, la ricerca di modelli di vita, la difficoltà e quasi la paura per gli impegni definitivi, il bisogno di tempo libero per attuare la propria personalità, il fenomeno dell’aggregazione e anche della dissociazione, la crisi delle istituzioni mediatrici, il tormento della disoccupazione.

Il giovane oggi soffre per una situazione di incertezza, di instabilità, di frustrazione: ha bisogno di amicizia ma anche di paternità, e cioè di un cuore che lo ami e di una mente che lo guidi. Sono perciò necessari l’estrema serietà della vostra proposta di fede e di ascetica cristiana, la capacità di responsabilizzazione personale e sociale, e anche il senso di apertura e di comunione di tutti i gruppi associazionistici parrocchiali e diocesani. Giustamente i vostri vescovi hanno sottolineato che “è tempo di liberarci dalla falsa alternativa che vorrebbe contrapporre un cristianesimo concentrato sulla vita spirituale a un cristianesimo socialmente impegnato” (Nota pastorale, n. 8: L’Osservatore Romano, die 20 febr. 1986). Particolare cura riservate sempre alla pastorale vocazionale: sappiate suggerire ai giovani di guardare con coraggio e fiducia al progetto di Dio sulla loro vita. L’assiduo e delicato impegno con i giovani aumenta anche in voi il bisogno di una più sincera e fervorosa spiritualità: certamente sarà feconda di copiosi frutti.

4. Carissimi! Concludendo mi piace ricordare a voi, sacerdoti della Romagna, la preghiera che don Giovanni Minzoni rivolse al Signore nel settembre 1909, in occasione della sua prima Messa: “fa’ che io sia tuo degno sacerdote, non solo all’altare, ma nella vita e nel sacrificio di me stesso; sempre!”. E come fare per essere sempre sacerdoti degni? Lo spiega ancora don Minzoni, che poco prima del suo sacrificio scriveva: “Ci prepariamo alla lotta tenacemente con l’anima che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà”. Sono parole serie e commoventi, che voi conoscete e che vi possono servire come ricordo e come proposito.

La Vergine santissima, a cui il popolo romagnolo è stato sempre particolarmente devoto e che è per tutti segno di viva speranza, vi dia ogni giorno la forza per essere sacerdoti degni, che suscitano altre vocazioni. E voi ogni giorno pregatela e imitatela, con confidenza e con amore. E vi accompagni anche sempre la mia benedizione, che di gran cuore vi imparto e che estendo con affetto a tutti i vostri confratelli.

Desidero ora rivolgere un cordiale saluto anche ai seminaristi e ai chierici. Carissimi giovani che vi preparate al sacerdozio, mi compiaccio con voi per l’entusiasmo e per la generosità con la quale avete accolto l’invito del Signore. Apprezzate sempre convenientemente questo periodo di preparazione al sacerdozio. Si tratta di un momento prezioso della vostra vita, che serve a formare la vostra pietà insieme con il patrimonio culturale che vi occorre per il ministero; ma serve, altresì, per attuare in voi la personalità richiesta per disporvi al ministero di insegnare, santificare, guidare il popolo di Dio (cf. Ratio fundamentalis, 20). La vostra persona è chiamata a divenire immagine e segno della presenza viva di Cristo sacerdote in mezzo al suo popolo, “conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8, 20).

Vivete intensamente gli anni del seminario. Di cuore tutti benedico.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 
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