Martedì, 13 maggio 1986
Carissimi.
Questi sono giorni di grandissima importanza, di grandissima profondità; sono
i giorni che intercorrono tra l’Ascensione del Signore e la Pentecoste. Si
tratta di una novena speciale: la prima novena ordinata dal Signore stesso,
perché così si è rivolto ai suoi apostoli: “Prima di andare in cielo, tornate a
Gerusalemme e aspettate la discesa dello Spirito Santo”. Essi hanno capito che
questa attesa non poteva compiersi in altro modo se non nella preghiera e si
sono raccolti tutti insieme con Maria, la Madre di Gesù, e altre persone, nel
cenacolo di Gerusalemme, e si sono messi a pregare. Noi, ogni anno, cerchiamo di
ripetere questa preghiera nei giorni compresi tra l’Ascensione e la Pentecoste
con la consapevolezza che questa è la preghiera, la “novena” con cui è nata la
Chiesa.
Nel giorno della Pentecoste veramente nasce la Chiesa. È nata come esce dal
seno di sua madre un bambino nel momento del parto, quando viene dato alla luce.
Così la Chiesa è stata data alla luce nel giorno di Pentecoste. E questo ultimo
periodo di preparazione è stato, nello stesso tempo, un periodo di preparazione
a questa nascita, a questa manifestazione della sua esistenza davanti al mondo
così come il bambino, una volta uscito dal grembo materno, si manifesta al
mondo. Ecco cominciamo a vedere un uomo nuovo, piccolo. Così si è iniziato a
vedere a Gerusalemme la Chiesa. Forse non lo si sapeva; forse molti non erano
consapevoli che era la Chiesa di Cristo, ma già, sin dai primi momenti, dalle
parole di Pietro, si poteva distinguere, identificare questa nuova comunità e
questa nuova forza dei discepoli di Gesù, che già da prima erano conosciuti come
Pietro e altri.
Dico queste cose per inquadrare questa nostra assemblea di preghiera che
viviamo oggi nel tempo liturgico della Chiesa. Grazie anche a questo splendido
“Oratorio” preparatoci dal nostro carissimo amico don Marco e dai suoi colleghi,
collaboratrici e collaboratori, abbiamo potuto, in modo solenne ed elevante,
vivere quel mistero della Chiesa, che si prepara alla sua nascita. Poi abbiamo
visto come questa Chiesa già nata, già presente in Gerusalemme al mondo, nasce
nei diversi momenti, anzi nei momenti critici, cruciali come quello di Pietro in
prigione, di Pietro condannato a morte dopo la morte di un altro apostolo.
Allora vediamo come questa Chiesa, pur nata già una volta, nasce sempre di
nuovo. E così dobbiamo portarla in noi stessi, così dobbiamo formare la
consapevolezza che la Chiesa non è una verità astratta, ma è una realtà che si
identifica con tutti e ciascuno di noi. È una realtà che non solamente nasce con
il nostro battesimo e con gli altri sacramenti, ma anche con la preghiera e con
tutti gli altri momenti della nostra vita. Nasce nelle decisioni importanti e
fondamentali; nasce nel momento della vocazione sentita per la prima volta,
portata nel segreto nascondimento dei nostri cuori e poi, una volta maturata,
anche qui in questa casa, in questo Seminario sino al momento dell’ordinazione
sacerdotale.
La realtà della nascita della Chiesa è multiforme, continua a realizzarsi in
modo analogico nelle diverse situazioni nelle diverse persone. Possiamo dire che
questa Chiesa, nata a Gerusalemme il giorno della Pentecoste, viene poi
costituita da tante e tante diverse nascite che si rinnovano sempre con la forza
redentrice della croce di Cristo e della sua risurrezione e con la forza dello
Spirito Santo, che ci è stato dato proprio tramite questa croce e questa
risurrezione. Sappiamo bene che Gesù ha legato intimamente la sua dipartita, a
seguito della sua passione, morte e risurrezione, e ascensione, con la venuta
dello Spirito Santo.
Ecco, questo è il mistero della Chiesa. Un mistero che viene descritto con
categorie storiche dagli Atti degli apostoli, ma poi viene sintetizzato con
categorie teologiche, mistiche, specialmente da san Paolo quando parla della
Chiesa come "Corpo di Cristo" o come "Sposa di Cristo". Tutto ciò è nella linea
della preparazione diuturna, plurisecolare dell’Antico Testamento, ma totalmente
nuova nell’espressione paolina. Allora questa è la Chiesa che ci porta tutti nel
suo grembo perché è una Madre, una Madre feconda. Specialmente nei momenti
importanti come la solennità della Pentecoste questo noi auguriamo alla Chiesa:
le auguriamo di essere una madre feconda, di dare la vita ai suoi figli.
Dall’altra parte, questa Chiesa che ci porta, viene anche portata da ciascuno di
noi. Ciascuno di noi ha nel suo cuore, nella sua vita, nella sua vocazione,
nella sua preghiera, nella sua ascesi, nella sua santificazione personale un
elemento costitutivo della Chiesa in se stessa.
Con queste poche parole ho voluto commentare brevemente l’opera artistica,
alla cui esecuzione abbiamo assistito con grande ammirazione. E ho anche voluto
rivolgere i nostri pensieri verso quella preghiera che la Chiesa vive in questi
giorni tra l’Ascensione e la Pentecoste. L’“Oratorio” è stata un’espressione di
tale preghiera. Speriamo che sia fruttuosa questa nostra preghiera odierna,
questo nostro incontro, questa forma di preghiera. Speriamo che sia fruttuosa
per ciascuno di noi in modo proprio a ognuno secondo la sua chiamata, secondo i
disegni specifici che Dio ha verso ciascuno di noi. Io vi sono molto grato di
questo incontro nel giorno che per me rimane sempre il giorno in cui Gesù mi ha
mostrato la sua forza e la sua grazia e lo ha fatto certamente tramite la sua
Madre in un giorno molto significativo, in questo 13 maggio. Vi ringrazio per la
coralità della vostra preghiera in questo giorno che, dopo cinque anni, rimane
per me sempre tanto prezioso. Voglio anche ringraziare i nostri artisti che
hanno dato un grande contributo alla buona riuscita del nostro incontro. Avranno
dovuto lavorare molto per preparare quest’opera artistica, questo “Oratorio”. Ma
lo hanno fatto con entusiasmo e con amore. L’amore non ha bisogno di essere
premiato, perché rimane sempre un premio per se stesso. E io penso che il vostro
amore per la bellezza artistica sia anche un premio per voi. Questo non ci
dispensa dall’esprimere la nostra gratitudine a voi. E lo faccio a nome di tutti
i presenti.
In precedenza il Papa ha incontrato i sacerdoti che, usciti dal Seminario
Romano, festeggiano in quest’anno il X anniversario della loro ordinazione. I
Sacerdoti sono accompagnati dai loro genitori.
Dopo alcune parole di presentazione da parte del Cardinale Vicario Ugo
Poletti il Santo Padre pronuncia, improvvisandolo, un breve discorso.
Sono lieto che nel corso di questa mia visita al Seminario Romano, mi è dato
di incontrare coloro, i quali hanno “preparato” questo Seminario o piuttosto
sono stati loro stessi il primo Seminario, precedente a quello Romano. Spesso si
è detto e si continua a dire che la famiglia è sempre il primo Seminario per
ciascuno di noi sacerdoti! Per questo mi congratulo con le famiglie che sono
state primo Seminario e che hanno ottenuto quel frutto che è proprio del
Seminario.
Naturalmente hanno ottenuto questo frutto tramite il Seminario Romano: quel
frutto che è un figlio sacerdote. Un figlio sacerdote nella famiglia di Dio, ma
pur sempre di una famiglia umana. Così sempre questa famiglia in qualche modo
resta sigillata dalla grazia della vocazione e dalla grazia di un figlio
chiamato al sacerdozio. Con questa grazia vengono anche alcune nuove esigenze
perché questo figlio deve essere seguito con la preghiera, con un amore
specifico, quell’amore dovuto ad un figlio che è un sacerdote. Poteva essere un
ingegnere, un dottore, un professore, un tecnico: è invece un sacerdote. Per
questo motivo ha bisogno di una specifica sollecitudine materna e paterna. Tutti
i genitori possono trovare l’esempio dei comportamenti, descritti brevemente nel
Vangelo ma molto significativi, tra Gesù e la sua Madre e, in un certo senso,
anche tra Gesù e San Giuseppe; come pure tra Maria e San Giuseppe con Gesù. Vi
auguro di trarre profitto da questo esempio e di portare avanti la vostra
famiglia sull’esempio della Sacra Famiglia.
Il Santo Padre benedice poi l’altare della cappella costruita nella nuova
ala del Seminario.
Quindi si reca nella Sala dei Papi, dove si intrattiene con i Seminaristi.
Il Rettore gli presenta la realtà del Seminario e ricorda la preghiera che salì
fervida da questa comunità il 13 maggio di cinque anni fa.
Rispondendo alle parole del Rettore il Papa dice tra l’altro.
La preghiera è la dimensione più importante della vita del Seminario. Essa
costituisce l’identità della Chiesa, costituisce l’identità cristiana di
ciascuno di noi. E questa identità costituita dalla preghiera ha ancora un suo
nome più grande: lo Spirito Santo. Ce lo insegna San Paolo: è lui che prega in
noi. Anzi quando noi non sappiamo come pregare lui lo fa in noi, quasi al nostro
posto. Io vi auguro di continuare in questa preghiera, di continuare a trovare
la vostra identità nella preghiera e tramite la preghiera e vi auguro una
continua discesa su di voi dello Spirito Santo, dei suoi doni. La Chiesa prega
per i doni dello Spirito Santo. Sono questi doni messianici. Isaia li presenta
sotto il numero 7; sappiamo bene che sono il donum sapientiae, il
donum intellectus, il donum scientiae, il donum pietatis, il
donum fortitudinis, il donum consilii, il donum timoris Domini.
C’è dunque tutta una teologia su questi doni dello Spirito Santo. Io vi auguro
di pregare molto per questi doni perché questi, naturalmente insieme con la
grazia santificante, con le virtù teologali e le altre virtù morali fanno
l’identità del cristiano, dell’uomo di Dio, fanno soprattutto l’identità di un
sacerdote. Vi auguro di ottenere questi doni, di ricercare questi doni, di
vivere questi doni, di lasciare aumentare questi doni nei vostri spiriti. Il
Sacerdote è sempre un uomo spirituale: questo lo distingue, lo presenta alla
comunità dei fedeli, costituisce quasi il suo documento di identità e la gente
lo capisce subito e lo riconosce e con questo documento “è un uomo di Dio, è un
uomo di preghiera, è un uomo pieno dello Spirito Santo”. Questo è il sacerdote
desiderato dai fedeli, dai credenti, dai dubbiosi, anche forse dai non fedeli,
non credenti. E allora io vi auguro di essere tali uomini, talmente maturi con
la grazia di Dio, con i doni dello Spirito Santo per portare avanti questa
Chiesa nata nel giorno della Pentecoste.
Il Santo Padre si intrattiene poi a pranzo con i Seminaristi. Al termine
Gianmario Pagano lo ringrazia a nome di tutti gli altri.
Il Papa risponde tra l’altro con le seguenti parole.
Vi ringrazio per l’accoglienza che mi è stata riservata. Ma vi ringrazio
anche per la presenza accanto a voi, di alcuni che ci sono molto familiari. Ciò
dà al nostro incontro quella caratteristica familiare che ben si addice al
Seminario: esso deve essere una famiglia che partecipa al carattere familiare
della Chiesa di Roma e della Chiesa universale. Vorrei alludere brevemente
all’ultimo canto che avete eseguito e che riproduceva le parole di San Giovanni
alla fine del suo vangelo in riferimento al colloquio decisivo tra Gesù e
Pietro. Io penso che ciò può essere preso anche come definizione di un
Seminario.
Esso è uno spazio spirituale in cui più o meno lo stesso dialogo, le stesse
domande e le stesse risposte vengono ripetute da tanti giovani aspiranti al
sacerdozio: sono le domande e le risposte chiave: “Mi ami tu?”, “Tu sai che io
ti amo!”. Questo è il contenuto vero dell’Istituzione che si chiama Seminario.
Bisogna passare dalla dimensione istituzionale a questo dialogo. Esso
costituisce il vero nucleo del Seminario, di quello che il Seminario è. Vi
auguro di vivere così la vostra esperienza seminaristica, di vivere con tali
domande e risposte, di essere capaci di sentire questa domanda di Cristo e di
essere anche capaci di formulare risposte più o meno simili a quella, che ha
dato Simon Pietro. In tale senso San Pietro potrebbe in questo momento essere
definito quasi come un seminarista perpetuo. Se è vero che questa conversazione,
questo dialogo decisivo nella sua vita è nello stesso tempo il dialogo
costitutivo per il Seminario, per i seminaristi, per i candidati al sacerdozio,
allora Simon Pietro può essere proprio definito come un seminarista perpetuo.
Questo è dimostrato anche attraverso le mie costanti visite al Seminario Romano.
Esse avvengono come avvenivano quelle al Seminario di Cracovia, quando ero
Arcivescovo. Adesso lo faccio molto meno, ma devo dire che mi ritrovo sempre
nella stessa atmosfera consueta: vuol dire che non ho perso l’esperienza del
Seminario.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana